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Femminista in fieri, aroace, atea agnostica, lettrice curiosa, book blogger, amante dell'inverno e del tè caldo.
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Libri di Baylee
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Baylee ha recensito Non avremo più paura di Jenni Hendriks
Non avremo più paura
4 stelle
Non è facile capire dalle recensioni se Non avremo più paura è un romanzo che vale la pena di leggere perché a causa del tema che tratta – l’aborto – e del modo sbarazzino con cui lo fa ha suscitato un bel vespaio e un sacco di persone si sono indignate. Quindi non qui per cercare di farvi capire se questo libro fa al caso vostro – e partirò dal presupposto che chi frequenta il mio blog sia una persona civile che supporta il diritto all’accesso all’aborto legale e sicuro.
L’elemento più rilevante di Non avremo più paura è la decisione di far mettere in moto gli eventi dal bisogno della protagonista, Veronica, di recarsi in una clinica per abortire, ma di non lasciare che fosse l’aborto a prendersi il centro del palcoscenico. Le mie impressioni su questo? Era l’ora. Se pensate che l’aborto sia sempre una decisione sofferta e …
Non è facile capire dalle recensioni se Non avremo più paura è un romanzo che vale la pena di leggere perché a causa del tema che tratta – l’aborto – e del modo sbarazzino con cui lo fa ha suscitato un bel vespaio e un sacco di persone si sono indignate. Quindi non qui per cercare di farvi capire se questo libro fa al caso vostro – e partirò dal presupposto che chi frequenta il mio blog sia una persona civile che supporta il diritto all’accesso all’aborto legale e sicuro.
L’elemento più rilevante di Non avremo più paura è la decisione di far mettere in moto gli eventi dal bisogno della protagonista, Veronica, di recarsi in una clinica per abortire, ma di non lasciare che fosse l’aborto a prendersi il centro del palcoscenico. Le mie impressioni su questo? Era l’ora. Se pensate che l’aborto sia sempre una decisione sofferta e un trauma dal quale non ci si riprenderà mai più, avete bisogno di un bagno di realtà tra le persone che hanno deciso di abortire (e stanno benissimo).
A me lo spirito con cui Veronica e la sua amica Bailey affrontano il viaggio per raggiungere la clinica – che dura dei giorni perché le distanze negli USA sono assurde per noi – è sembrato realistico e calzante: mi è capitato di accompagnare un’amica a procurarsi la pillola del giorno dopo e l’abbiamo presa come un avventura, divertendoci un mondo – e ringraziando di vivere in una zona dove nessunə ci ha fatto problemi.
Perché alla fine è questo che ti angoscia davvero: la possibilità di incontrare qualcunə che non rispetti la tua decisione e ti impedisca di esercitare il tuo diritto. Lasciando le persone libere di decidere e avendo a che fare con due ragazzine, il risultato sarà il racconto di un’avventura che serve a ritrovare un’amicizia e a creare storie grandiose da raccontare quando si sarà raggiunta la vecchiaia.
Non avremo più paura è il libro più divertente che mi sia capitato di leggere dove la protagonista vuole abortire e mi ha fatto passare una manciata di ore in maniera esilarante. L’unico difetto che posso trovargli è che a una certa diventa evidente che ci sta provando troppo: va bene che deve essere un’avventura on the road piena di eventi assurdi, ma a una certa Hendriks e Caplan iniziano a chiedere davvero tanto alla nostra sospensione dell’incredulità. Quanto incide questo difetto nel piacere della lettura? Dipende da voi, da quanto l’aderenza alla realtà sia per voi imprescindibile: personalmente mi sono divertita troppo per darci troppo peso. Spero che se ne scrivano di più di libri così, anche più belli di questo.
Baylee ha recensito Memorie di una donna medico di Nawal El Saadawi
Memorie di una donna medico
4 stelle
Memorie di una donna medico è quel genere di memoir che tende a suscitare una reazione molto forte di rigetto perché al-Sa’dawi è quello che una donna non dovrebbe essere mai: molto decisa, senza vergogna e nessuna paura di essere percepita come aggressiva nei confronti degli uomini. Ad al-Sa’dawi non frega proprio nulla delle loro richieste di rassicurazione: non ha paura di guardarli negli occhi e di riconoscervi la debolezza di chi ha bisogno di sentirsi la parte forte della coppia ed essere riconosciuto tale dai suoi pari.
E qual è la reazione standard a questo genere di atteggiamento fiero? Accuse di odiare la propria femminilità e di spargere parole di odio nei confronti di questi poveri uomini che dopo averti sposata pensano di poterti possedere come un pezzo di terra. Sembra davvero che pensino che le donne non siano essere umani che mirano a essere liberi e a realizzare …
Memorie di una donna medico è quel genere di memoir che tende a suscitare una reazione molto forte di rigetto perché al-Sa’dawi è quello che una donna non dovrebbe essere mai: molto decisa, senza vergogna e nessuna paura di essere percepita come aggressiva nei confronti degli uomini. Ad al-Sa’dawi non frega proprio nulla delle loro richieste di rassicurazione: non ha paura di guardarli negli occhi e di riconoscervi la debolezza di chi ha bisogno di sentirsi la parte forte della coppia ed essere riconosciuto tale dai suoi pari.
E qual è la reazione standard a questo genere di atteggiamento fiero? Accuse di odiare la propria femminilità e di spargere parole di odio nei confronti di questi poveri uomini che dopo averti sposata pensano di poterti possedere come un pezzo di terra. Sembra davvero che pensino che le donne non siano essere umani che mirano a essere liberi e a realizzare se stessi come persone.
Siamo così abituate a rassicurare gli uomini che sì, lo sappiamo che non tutti loro sono violenti – e che di sicuro non lo è quello che ti ha risposto che lui le donne non le ha mai toccate se non con i fiori – che quasi ci dimentichiamo che nessuna di noi parla di patriarcato per assegnare patenti di buona condotta: ne parliamo perché sempre più donne siano libere dalla violenza maschile. Continuiamo a parlare perché finalmente gli uomini la prendano sul serio e inizino una riflessione pubblica decente.
Al-Sa’dawi è stata parte del fiume delle testimonianze femminili: Memorie di una donna medico è del 1958, quindi con il tempo la riflessione femminista ha sicuramente approfondito e analizzato molte delle questioni che al-Sa’dawi qua sembra appena accennare, ma spero che sarete gentili con un memoir che sa ancora insegnarci a non avere paura di reclamare il nostro spazio e a tenerlo per noi.
Baylee ha recensito Le dieci leggi del potere di Noam Chomsky
Le dieci leggi del potere
4 stelle
Siccome si rimprovera sempre alla sinistra di essere troppo intellettuale e alla politica e all’economia di essere troppo noiose, consigliare Le dieci leggi del potere permette di prendere due piccioni con una fava. Si tratta di un libro di agile lettura, con capitoli brevi che finiscono in fretta come una ciotola di ciliegie, con la sola differenza di provocare una certa rabbia.
Chomsky è chirurgico nell’indicare le dieci leggi che secondo lui guidano il potere nel mantenere e nell’accrescere i suoi privilegi e la sua influenza in un sistema neoliberista quale è il nostro: non ci sono discorsi difficili o principi oscuri, perché, a meno che non facciate parte della minoranza danarosa del mondo, avete sentito sulla vostra pelle la violenza politica ed economica dei nostri tempi. Le parole di Chomsky vi risulteranno abbastanza familiari da farvi chiedere perché questi temi non sono al centro del nostro dibattito pubblico (spoiler: …
Siccome si rimprovera sempre alla sinistra di essere troppo intellettuale e alla politica e all’economia di essere troppo noiose, consigliare Le dieci leggi del potere permette di prendere due piccioni con una fava. Si tratta di un libro di agile lettura, con capitoli brevi che finiscono in fretta come una ciotola di ciliegie, con la sola differenza di provocare una certa rabbia.
Chomsky è chirurgico nell’indicare le dieci leggi che secondo lui guidano il potere nel mantenere e nell’accrescere i suoi privilegi e la sua influenza in un sistema neoliberista quale è il nostro: non ci sono discorsi difficili o principi oscuri, perché, a meno che non facciate parte della minoranza danarosa del mondo, avete sentito sulla vostra pelle la violenza politica ed economica dei nostri tempi. Le parole di Chomsky vi risulteranno abbastanza familiari da farvi chiedere perché questi temi non sono al centro del nostro dibattito pubblico (spoiler: principio n° 2, plasmare l’ideologia) e farvi incazzare di conseguenza. Non tutta la rabbia viene per nuocere, però, e sono abbastanza sicura che leggere un elenco così chiaro possa essere benefico per tuttə coloro che sentono quell’uggia indistinta per la gestione economica e politica italiana ed europea: ovviamente Chomsky scrive degli USA, perché è lì che vive, ma sono sicura che la sua analisi vi suonerà familiare comunque.
Se poi vi venisse voglia di approfondire ogni legge, Chomsky ha lasciato scritto un elenco di fonti da consultare dopo ogni capitolo e ha cercato di farlo in modo che chiunque possa sentirsi in grado di aprire il browser e cercare la fonte in questione per controllare che l’autore dicesse il vero. Si vede che è uno che ha dimestichezza con le parole e penso che ci sia molto da imparare dalla sua capacità di essere semplice senza essere superficiale.
Baylee ha recensito La mia prima volta di Kabi Nagata (My Lesbian Experience with Loneliness Series, #1)
La mia prima volta
4 stelle
Siccome la vita di Kabi Nagata non si è beatamente avviata verso la felicità dopo il successo di La mia prima volta e come il finale speranzoso di questa opera sembrava far presagire, inizierò questa recensione facendole dei complimenti che non leggerà mai: sei stata proprio brava, Nagata. Hai davvero scritto un libro che ci fa chiedere con che coraggio sei riuscita a pubblicarlo. Sono così ammirata dal tuo coraggio che pure io ho speso dei soldi per leggere la tua storia – e nonostante l’avessi già letta dopo averla presa in prestito.
La mia prima volta è il racconto (autobiografico) di una persona che si perde lungo la strada della vita: finisce le superiori, sembra avviata nel classico percorso che la porterà alla laurea, ma qualcosa si rompe. Nagata lascia l’università e, senza sapere nemmeno bene come, vedrà la sua salute mentale deteriorarsi sempre di più.
Il racconto …
Siccome la vita di Kabi Nagata non si è beatamente avviata verso la felicità dopo il successo di La mia prima volta e come il finale speranzoso di questa opera sembrava far presagire, inizierò questa recensione facendole dei complimenti che non leggerà mai: sei stata proprio brava, Nagata. Hai davvero scritto un libro che ci fa chiedere con che coraggio sei riuscita a pubblicarlo. Sono così ammirata dal tuo coraggio che pure io ho speso dei soldi per leggere la tua storia – e nonostante l’avessi già letta dopo averla presa in prestito.
La mia prima volta è il racconto (autobiografico) di una persona che si perde lungo la strada della vita: finisce le superiori, sembra avviata nel classico percorso che la porterà alla laurea, ma qualcosa si rompe. Nagata lascia l’università e, senza sapere nemmeno bene come, vedrà la sua salute mentale deteriorarsi sempre di più.
Il racconto di Nagata passa quindi a mostrarci le difficoltà di navigare la vita con delle malattie mentali che non vengono prese sul serio dalla sua famiglia, che la allontanano da ogni rapporto sociale e che le rendono impossibili tutte quelle attività, come il lavoro, considerate il segno di una persona adulta e responsabile. Non c’è nessuna romanticizzazione dell’abisso nel quale Nagata si trova a precipitare: opporsi è difficile e ancora di più è capire come ci è caduta.
Parallelamente ai suoi tentativi di essere un essere umano funzionante, infatti, Nagata cerca di capire quale sia l’origine del suo malessere. La trova? Chissà: la cosa importante, forse, è che nel tentativo di trovare il bandolo della matassa scopre vari aspetti interessanti di sé, dà un’interpretazione diversa di alcuni eventi del suo passato e riesce a fare nuove esperienze che espandono il suo mondo. Una di queste sarà proprio quella che dà il titolo al romanzo grafico: la sua prima esperienza sessuale che le permetterà di esplorare il suo corpo e i suoi desideri.
Come ho detto all’inizio di questa recensione, questo non la porterà automaticamente a una vita tutta rose e fiori: non è così che funziona con le malattie mentali – ma nemmeno con la vita in generale. Non ho ancora letto le sue opere successive, ma già i titoli rendono evidente che il percorso di vita di Nagata è tutt’altro che una comoda gita. Assomiglia più a una scalata dell’Himalaya senza attrezzature professionali e senza particolari competenze. Quindi: coraggio, Nagata! Metticela tutta!
Baylee ha recensito Kiku-san di Pierre Loti
La moglie giapponese
3 stelle
Pierre Loti, baldo ufficiale di marina francese, decise di fare buon uso letterario di tutti i suoi viaggi e di tutti i suoi contatti con culture diverse dalla sua e scrisse decine di libri ispirati alle sue avventure per il mondo. Kiku-san. La moglie giapponese romanza di quella volta in cui la nave sulla quale viaggiava Loti fu costretta a fermarsi 36 giorni a Nagasaki per delle riparazioni.
Siamo nel 1885, ma non aspettatevi da Loti considerazioni sulla situazione politica e sociale del Giappone di fine Ottocento (periodo Meiji, secondo le ere giapponesi): Kiku-san è un romanzo in forma di diario e totalmente incentrato sulle impressioni che Loti ebbe di un Paese che dovette davvero sembrargli un altro mondo. Tanto che tra gli aggettivi più ricorrenti per descrivere la sua esperienza c’è incomprensibile.
Il romanzo prende avvio con la procedura tramite la quale Loti, com’era consuetudine per gli europei …
Pierre Loti, baldo ufficiale di marina francese, decise di fare buon uso letterario di tutti i suoi viaggi e di tutti i suoi contatti con culture diverse dalla sua e scrisse decine di libri ispirati alle sue avventure per il mondo. Kiku-san. La moglie giapponese romanza di quella volta in cui la nave sulla quale viaggiava Loti fu costretta a fermarsi 36 giorni a Nagasaki per delle riparazioni.
Siamo nel 1885, ma non aspettatevi da Loti considerazioni sulla situazione politica e sociale del Giappone di fine Ottocento (periodo Meiji, secondo le ere giapponesi): Kiku-san è un romanzo in forma di diario e totalmente incentrato sulle impressioni che Loti ebbe di un Paese che dovette davvero sembrargli un altro mondo. Tanto che tra gli aggettivi più ricorrenti per descrivere la sua esperienza c’è incomprensibile.
Il romanzo prende avvio con la procedura tramite la quale Loti, com’era consuetudine per gli europei che arrivavano in Giappone, si sceglierà una moglie temporanea che gli farà compagnia durante la sua permanenza a Nagasaki. Si tratta della Kiku-san del titolo, che diventerà la moglie giapponese di Loti per venti piastre. Ovviamente date le premesse (e l’avvertimento di Francesca Scotti nella prefazione) non ci si può certo aspettare un romanzo che incontri la sensibilità di oggi, ma in compenso è facile vedere quanto il razzismo sia stupido e pure ridicolo: l’assurda fissazione di Loti per la statura delle persone giapponesi ci dà l’impressione che sia sbarcato a Moria invece che a Nagasaki. Per non parlare del sessismo, che mi ha fatto desiderare l’autostima di Loti che rimane male quando, alla fine del matrimonio, trova Kiku-san a contare le piastre e per niente affranta dalla sua prossima partenza come lui si aspettava.
Vale quindi la pena di imbarcarsi nella lettura di Kiku-san? Sì, se amate la Madame Butterfly di Puccini, che dal romanzo prende ispirazione. E sì, se vi interessa l’esperienza di un incontro con un Altro così altro da sé da risultare incomprensibile al punto da rendere possibile goderne solo con un certo distacco, per non lasciarsene contaminare.
Baylee ha recensito Storia culturale degli etruschi di Sybille Haynes
Storia culturale degli etruschi
5 stelle
Storia culturale degli etruschi è stata una bellissima lettura: posso dire che ha soddisfatto la mia voglia di approfondire gli etruschi e mi sento di consigliarla a chiunque abbia questa curiosità. Haynes ha uno stile divulgativo semplice e appassionante che mi ha catturato abbastanza da rendere le cinquecento pagine di questo volume leggere e piacevoli.
Si tratta infatti di un libro rivolto a chi non ha grandi conoscenze – se non proprio nessuna – riguardo agli etruschi: non contiene nessuna nuova scoperta (tenete anche conto che in lingua originale il libro è uscito nel 2005), ma Haynes mette a frutto il suo rigore di etruscologa per riferire solo quello che sappiamo e quelle che sono le ipotesi più probabili, escludendo quelle che lei definisce le complesse elucubrazioni intellettuali basate più sulle teorie che sulle prove archeologiche. Elucubrazioni che per un popolo così misterioso si sprecano, a causa delle pochissime …
Storia culturale degli etruschi è stata una bellissima lettura: posso dire che ha soddisfatto la mia voglia di approfondire gli etruschi e mi sento di consigliarla a chiunque abbia questa curiosità. Haynes ha uno stile divulgativo semplice e appassionante che mi ha catturato abbastanza da rendere le cinquecento pagine di questo volume leggere e piacevoli.
Si tratta infatti di un libro rivolto a chi non ha grandi conoscenze – se non proprio nessuna – riguardo agli etruschi: non contiene nessuna nuova scoperta (tenete anche conto che in lingua originale il libro è uscito nel 2005), ma Haynes mette a frutto il suo rigore di etruscologa per riferire solo quello che sappiamo e quelle che sono le ipotesi più probabili, escludendo quelle che lei definisce le complesse elucubrazioni intellettuali basate più sulle teorie che sulle prove archeologiche. Elucubrazioni che per un popolo così misterioso si sprecano, a causa delle pochissime testimonianze dirette scritte e dello sguardo acceso di pregiudizi e rivalità politica dei popoli (greci e romani) che con gli etruschi sono venuti in contatto.
L’unico aspetto della cultura etrusca che non troverete granché approfondito in questo volume è la mitologia: per stessa ammissione dell’autrice, una sua analisi avrebbe richiesto troppo spazio, quindi vengono riportate solo le informazioni necessarie per continuare a seguire la trattazione.
Forse non sarebbe stato male aggiungere un piccolo glossario da consultare alla bisogna sui vari termini tecnici dell’arte e dell’architettura classica: immagino che per chi non ha familiarità con i vari nomi dei vasi potrebbe sentirsi un po’ smarritə (niente che non si trovi su Wikipedia, però averlo in fondo al volume sarebbe più comodo).
Potrebbe essere quindi un bel regalo per chi ha la passione per i popoli antichi: è un libro costoso, ma con una bella carta spessa e la ricchezza di molte immagini a colori, per cui il costo può essere giustificato.
Baylee ha recensito Noi due siamo uno di Matteo Spicuglia
Noi due siamo uno
3 stelle
Sono molto dispiaciuta per il fatto che questo libro non mi è piaciuto come avrei sperato, per almeno due motivi. Il primo ha a che fare con il modo in cui viene raccontata la storia di Andrea Soldi, morto durante un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) a causa della violenza e dell’incuria di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lui.
Spicuglia ha quello stile che vuole commuoverti a tutti i costi e tutto il racconto si focalizza su buoni sentimenti, sacrifici e bambinə innocenti. È una scelta stilistica che, soprattutto nella nonfiction, a me dà un fastidio enorme: sono consapevole che né Spicuglia né la famiglia Soldi – che al giornalista ha affidato il compito di ricordare il loro caro con questo libro – avessero cattive intenzioni, ma ci sono dei passaggi in cui Noi due siamo uno è quasi agiografico e sembra suggerire che la morte di Soldi sia stata …
Sono molto dispiaciuta per il fatto che questo libro non mi è piaciuto come avrei sperato, per almeno due motivi. Il primo ha a che fare con il modo in cui viene raccontata la storia di Andrea Soldi, morto durante un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) a causa della violenza e dell’incuria di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lui.
Spicuglia ha quello stile che vuole commuoverti a tutti i costi e tutto il racconto si focalizza su buoni sentimenti, sacrifici e bambinə innocenti. È una scelta stilistica che, soprattutto nella nonfiction, a me dà un fastidio enorme: sono consapevole che né Spicuglia né la famiglia Soldi – che al giornalista ha affidato il compito di ricordare il loro caro con questo libro – avessero cattive intenzioni, ma ci sono dei passaggi in cui Noi due siamo uno è quasi agiografico e sembra suggerire che la morte di Soldi sia stata una tragedia perché lui era tanto una brava persona. Il problema è che la sua morte sarebbe stata inaccettabile anche se lui fosse stato un pezzo di merda, visto che il diritto alla vita prescinde – o dovrebbe prescindere – da ogni caratteristica personale.
Il secondo motivo di perplessità per me è stato il fatto che Spicuglia passa molte pagine a raccontarci della vita quotidiana di Andrea Soldi, ma senza inscriverla nel contesto di discriminazione e mancanza di assistenza che caratterizzava l’Italia di quegli anni e accennando appena a realtà e associazioni che si sono formate per fornire assistenza a malatə e famiglie. Non capisco il senso di raccontare una storia del genere senza renderla un canale di riflessione sullo stato dell’assistenza che viene data alle persone con malattie mentali, a che punto siamo dopo l’abolizione dei manicomi e quale formazione viene data a chiunque debba entrare in contatto con queste persone. Una volta terminato il libro, si rimane con la storia di Andrea Soldi, non con le informazioni necessarie per un cambiamento di paradigma.
Evidentemente mi aspettavo qualcosa di molto diverso da questa lettura: ve la consiglio se volete approfondire la storia di Andrea Soldi, ma non tanto se il vostro scopo è capire come viene trattata la malattia mentale nel nostro Paese.
Baylee ha recensito Il pregiudizio psichiatrico di Giorgio Antonucci
Il pregiudizio psichiatrico
5 stelle
La mia prima reazione di fronte a un’affermazione quale la malattia mentale non è una malattia e la psichiatria non è una scienza è di grande scetticismo: essendo, infatti, un’affermazione forte, richiede delle prove importanti. Essendo Giorgio Antonucci un famoso psichiatra che si è speso per il miglioramento delle condizioni deə malatə mentali ed Elèuthera una buona casa editrice, valeva la pena di concedere il beneficio del dubbio.
Innanzi tutto, Antonucci non nega l’esistenza delle malattie mentali in assoluto: tuttavia, sostiene che, in quanto malattie, debbano far riferimento ad alterazioni che modificano negativamente lo stato di salute della persona, alterazioni che possono essere individuate in modo inequivocabile. So che sembra un’ovvietà, ma buona parte della storia della psichiatria è segnata da diagnosi fatte a casaccio, spesso a servizio del potere: basta pensare alle diagnosi di isteria, presunta malattia dalla sintomatologia così vaga che oggi è stata scissa in più malattie …
La mia prima reazione di fronte a un’affermazione quale la malattia mentale non è una malattia e la psichiatria non è una scienza è di grande scetticismo: essendo, infatti, un’affermazione forte, richiede delle prove importanti. Essendo Giorgio Antonucci un famoso psichiatra che si è speso per il miglioramento delle condizioni deə malatə mentali ed Elèuthera una buona casa editrice, valeva la pena di concedere il beneficio del dubbio.
Innanzi tutto, Antonucci non nega l’esistenza delle malattie mentali in assoluto: tuttavia, sostiene che, in quanto malattie, debbano far riferimento ad alterazioni che modificano negativamente lo stato di salute della persona, alterazioni che possono essere individuate in modo inequivocabile. So che sembra un’ovvietà, ma buona parte della storia della psichiatria è segnata da diagnosi fatte a casaccio, spesso a servizio del potere: basta pensare alle diagnosi di isteria, presunta malattia dalla sintomatologia così vaga che oggi è stata scissa in più malattie (mentali e/o fisiche) oppure criticata per essere il frutto di un ambiente discriminatorio, soprattutto nei confronti delle donne.
E proprio l’ambiente per Antonucci è fondamentale: gran parte delle presunte malattie mentali, infatti, vengono ricondotte a “un difetto della personalità, un’incrinatura dell’integrità intellettuale e spirituale degli individui”. Una definizione vaghissima e che non ha niente di scientifico: è facile, anzi, vedere la pericolosità di questa indeterminatezza, che può essere piegata al capriccio del momento, che sia quello dellə psichiatra o quello della classe dirigente che vuole sbarazzarsi di persone indesiderabili.
Per sostenere la sua tesi, Antonucci ci presenta alcune cartelle cliniche di pazienti di manicomi che ha personalmente liberato. Pur con il loro linguaggio clinico e asciutto, fanno emergere una situazione di violenza estrema. È evidente che per persone internate, anche quando avevano dei problemi, hanno visto le loro condizione degenerare sempre più nell’ambito della disumanizzazione del manicomio. Una delle storie che mi ha colpito di più è quella di Valerio, entrato in manicomio a circa otto anni e diventato cieco a un certo punto del suo ricovero senza che nessunə si preoccupasse di aggiornare la sua cartella clinica: tanto era solo un idiota cerebropatico, completamente incapace di stabilire il minimo contatto, un paziente da tenere costantemente legato al letto per evitare che si auto-infliggesse delle lesioni. Eppure Antonucci è riuscito a tirarlo fuori dal buco nero nel quale era stato precipitato e a vedere dei miglioramenti costanti nella sua condizione, semplicemente prendendosi cura di lui.
Il pregiudizio psichiatrico è una finestra su un’umanità indesiderata o problematica perché non abbiamo previsto una collocazione sociale per lei. È ancora oggi una questione irrisolta, visto che abolire i manicomi non ha magicamente fatto sparire il problema della necessità di prendersi cura delle persone con malattie mentali. Non è male ricordarsene.
Baylee ha risposto allo stato di Scartafaccio
@Scartafaccio Sembra molto interessante, messo in lista!😍
Baylee ha recensito La scienza dello storytelling di Will Storr
La scienza dello storytelling
5 stelle
Pur non essendo un manuale di scrittura creativa, La scienza dello storytelling non dovrebbe mancare nella libreria di chiunque abbia a che fare con la creazione di storie: Storr, scrittore che tiene corsi di scrittura creativa, ci spiega perché il nostro cervello è tanto affascinato dalle storie e quali sono quelle che lo catturano di più.
Si tratta quindi della divulgazione delle conoscenze di neuroscienza e psicologia utili da sapere prima di iniziare a pensare a come costruire un’idea di storia: per questo è un saggio interessante sia per chi le storie le crea sia per chi ne fruisce. Perché è bello godere delle storia, ma è bene farlo – per così dire – in sicurezza, visto che possono essere potenti e influenzarci in modi che è utile conoscere. La scienza dello storyteling ci mostra, infatti, perché chi è al potere è sempre molto attento a quali storie vengono raccontate …
Pur non essendo un manuale di scrittura creativa, La scienza dello storytelling non dovrebbe mancare nella libreria di chiunque abbia a che fare con la creazione di storie: Storr, scrittore che tiene corsi di scrittura creativa, ci spiega perché il nostro cervello è tanto affascinato dalle storie e quali sono quelle che lo catturano di più.
Si tratta quindi della divulgazione delle conoscenze di neuroscienza e psicologia utili da sapere prima di iniziare a pensare a come costruire un’idea di storia: per questo è un saggio interessante sia per chi le storie le crea sia per chi ne fruisce. Perché è bello godere delle storia, ma è bene farlo – per così dire – in sicurezza, visto che possono essere potenti e influenzarci in modi che è utile conoscere. La scienza dello storyteling ci mostra, infatti, perché chi è al potere è sempre molto attento a quali storie vengono raccontate e a raccontare a sua volta storie costruite per convincere della sua bontà.
Ci sono storie che non vogliono semplicemente insegnarci qualcosa o intrattenerci: ci sono storie che vogliono convincerci di qualcosa a beneficio di chi quelle storie le ha scritte o fatte diffondere. In questa categoria rientrano la pubblicità e la propaganda politica, che a prima vista nemmeno riconosciamo come storie, ma lo sono e dobbiamo imparare a esercitare dello scetticismo nei loro confronti, anche se sanno toccare i tasti giusti e risuonano abbastanza con le nostre convinzioni da non farci scattare nessun allarme.
Storr ci spiega con semplicità quali sono gli elementi cardine di una storia, sia con esempi di storie celebri sia citando studi che ne spiegano il perché. Inizia dall’importanza di costruire il mondo dove si svolgerà la vicenda, per poi proseguire nella creazione di personaggi con i quali creare il significato della storia. Per Storr, infatti, la storia vive grazie all’interazione di unə certə protagonista con gli altri personaggi, in una certa situazione in un certo contesto. Grazie alla sua esperienza come insegnante, è anche capace di segnalare alcune delle debolezze che più spesso emergono nelle varie fasi di creazione di una storia e di come queste dipendano da debolezze personali di chi scrive: sarà necessario superarle per non dare vita all’ennesima storia piena di noiosi cliché.
Baylee ha recensito Il senso perfetto di Anna D'Errico
Il senso perfetto
4 stelle
Ho iniziato a leggere Il senso perfetto con grande entusiasmo perché ero davvero molto curiosa di saperne di più su un senso ritenuto marginale a furor di popolo, ma che è tornato alla ribalta soprattutto per colpa del Covid-19, visto che in alcuni casi procurava anche anosmia. D’Errico con un pizzico di licenza poetica (e scientifica) ha diviso il saggio in tre parti (note di testa, di cuore e di fondo), i cui titoli sono ispirati al mondo della profumeria, che divide la composizione di una fragranza in base alla sequenza temporale con la quale “sentiamo” le note olfattive.
La prima parte è dedicata all’anatomia del naso e a spiegare come funziona l’olfatto, in modo da gettare le basi per la comprensione del saggio; nella seconda parte D’Errico ci spiega come veniamo influenzatə dagli odori (e anche cosa accade quando non li sentiamo); infine, il libro si conclude con gli …
Ho iniziato a leggere Il senso perfetto con grande entusiasmo perché ero davvero molto curiosa di saperne di più su un senso ritenuto marginale a furor di popolo, ma che è tornato alla ribalta soprattutto per colpa del Covid-19, visto che in alcuni casi procurava anche anosmia. D’Errico con un pizzico di licenza poetica (e scientifica) ha diviso il saggio in tre parti (note di testa, di cuore e di fondo), i cui titoli sono ispirati al mondo della profumeria, che divide la composizione di una fragranza in base alla sequenza temporale con la quale “sentiamo” le note olfattive.
La prima parte è dedicata all’anatomia del naso e a spiegare come funziona l’olfatto, in modo da gettare le basi per la comprensione del saggio; nella seconda parte D’Errico ci spiega come veniamo influenzatə dagli odori (e anche cosa accade quando non li sentiamo); infine, il libro si conclude con gli aspetti sociali e psicologici degli odori, che – nessuna sorpresa – il marketing cerca di sfruttare per vendere prodotti.
L’informazione che mi ha sorpreso di più è il fatto che non sappiamo ancora un sacco di cose dell’olfatto: mi sarei aspettata che, avendo l’organo preposto proprio al centro della faccia, questo non avesse più alcun segreto per noi; e invece gli studi sono recentissimi (quasi tutti a partire dai primi anni del XXI secolo) e rimangono ancora diverse domande aperte. Però sappiamo perché abbiamo due narici: perché, nonostante siano vicinissime, campionano due sezioni leggermente diverse dell’aria circostante e lo fanno a velocità diverse. Questo permette al nostro olfatto di produrre due analisi, una più grossolana delle molecole che si diffondono rapidamente e una più approfondita delle molecole che si diffondono nelle mucose a bassa velocità. Ci penserà poi il cervello a rimettere insieme i pezzi e a darci la percezione finale complessiva.
Mi sono sentita una bambina a leggere Il senso perfetto: infatti, una volta cresciutə, l’unica parte del nostro corpo che continuiamo a vedere come “da scoprire” è l’apparato genitale, e non a torto visto che ancora oggi subisce molto stigma da parte della nostra società sessuofobica, ma in realtà la scarsa familiarità con il nostro corpo – su quello che può fare, su come funziona, su come ci contiene e ci permette di vivere – si estende ben al di là e probabilmente ha a che fare con l’idea che noi siamo la nostra interiorità e il corpo sia solo il volgare involucro di carne di tanta meraviglia. Ma è una convinzione miope: noi siamo anche il nostro corpo – quindi ben vengano questi saggi pieni di informazioni appassionanti su come funzioniamo.
Baylee ha recensito Storia del mio breve corpo di Billy-Ray Belcourt
Storia del mio breve corpo
3 stelle
Questo è il genere di libro di cui concludo la lettura senza sapere se ho letto un pessimo libro o se sono io a non essere abbastanza intelligente o informata da avere gli strumenti opportuni per capirlo. Forse è proprio un mix di queste due mancanze, da parte mia e da parte di Billy-Ray Belcourt, a non avermi convinta del tutto.
Per quanto riguarda le mie mancanze, sicuramente io faccio fatica a capire queste personalità così immerse nella loro arte da richiedere una pari immersione da parte dellə lettorə: durante la lettura ho bisogno di trovare e seguire il bandolo della matassa e qui non l’ho trovato, finendo per perdermi. Inoltre, le tematiche del libro probabilmente richiedono una conoscenza della società canadese che io non ho: ho solo una vaga – vaghissima – idea della storia deə nativə canadesi e penso di essermi persa molto significato a causa di questa …
Questo è il genere di libro di cui concludo la lettura senza sapere se ho letto un pessimo libro o se sono io a non essere abbastanza intelligente o informata da avere gli strumenti opportuni per capirlo. Forse è proprio un mix di queste due mancanze, da parte mia e da parte di Billy-Ray Belcourt, a non avermi convinta del tutto.
Per quanto riguarda le mie mancanze, sicuramente io faccio fatica a capire queste personalità così immerse nella loro arte da richiedere una pari immersione da parte dellə lettorə: durante la lettura ho bisogno di trovare e seguire il bandolo della matassa e qui non l’ho trovato, finendo per perdermi. Inoltre, le tematiche del libro probabilmente richiedono una conoscenza della società canadese che io non ho: ho solo una vaga – vaghissima – idea della storia deə nativə canadesi e penso di essermi persa molto significato a causa di questa mia ignoranza.
Per quanto riguarda, invece, le mancanze che ho trovato nello stile di Belcourt confesso di essere rimasta folgorata dal suo sguardo sulle questioni che tocca (il colonialismo, l’esistenza come persona queer e nativa, il capitalismo…), ma la potenza del suo punto di vista viene alquanto smorzata dal modo in cui è espressa. Qua, secondo me, emerge con prepotenza il fatto che Belcourt sia un poeta: infatti, certi affermazioni fulminanti, capaci di rivoltare il modo in cui di guarda a una questione, non vengono sostenute da un approfondimento che nella prosa è necessario per non farle rimanere appese in un cielo vuoto. Sarebbero degli ottimi versi, ma in questa prosa perdono forza e svaniscono in fretta, lasciando un senso di insoddisfazione.
Consiglierei dunque Storia del mio breve corpo? Non lo so: gli assegnerò le tre stelline politiche di quando non capisco cosa ne penso di una lettura. Sicuramente, se vi ispira, non fatevi influenzare dalla mia opinione – cosa che vale sempre, ma di più nei casi in cui sono la prima a non aver capito un libro. Penso, però, che, se mi capiterà tra le mani, leggerò volentieri un libro di poesie di Belcourt.
Baylee ha recensito Dizionario dei numeri di Franz C. Endres
Dizionario dei numeri
3 stelle
Questo libro è nato in origine dalla penna di Franz Carl Endres (1878-1954), che, tra le varie cose, era anche un massone. Il libro poi è stato preso in mano da Annemarie Schimmel, orientalista e storica delle religioni, e aggiornato e ampliato, soprattutto con l’aggiunta di informazioni sui numeri dal punto di vista del misticismo dell’Islam. Questa premessa per dirvi che si tratta di un vecchio libro (attualmente nemmeno in catalogo) che nasce per la divulgazione esoterica più che per un’analisi rigorosa della simbologia dei numeri. L’arricchimento di Schimmel prosegue dunque in questa direzione divulgativa e, per quanto sia tutto estremamente interessante, non troverete grandi approfondimenti.
Si tratta però di un ottimo punto di partenza se siete curiosə di sapere perché alcuni numeri si portano dietro una certa fama o perché ricorrono con una certa frequenza nelle storie. Mi permetto in particolare di strizzare l’occhio a scrittorə o aspiranti tali …
Questo libro è nato in origine dalla penna di Franz Carl Endres (1878-1954), che, tra le varie cose, era anche un massone. Il libro poi è stato preso in mano da Annemarie Schimmel, orientalista e storica delle religioni, e aggiornato e ampliato, soprattutto con l’aggiunta di informazioni sui numeri dal punto di vista del misticismo dell’Islam. Questa premessa per dirvi che si tratta di un vecchio libro (attualmente nemmeno in catalogo) che nasce per la divulgazione esoterica più che per un’analisi rigorosa della simbologia dei numeri. L’arricchimento di Schimmel prosegue dunque in questa direzione divulgativa e, per quanto sia tutto estremamente interessante, non troverete grandi approfondimenti.
Si tratta però di un ottimo punto di partenza se siete curiosə di sapere perché alcuni numeri si portano dietro una certa fama o perché ricorrono con una certa frequenza nelle storie. Mi permetto in particolare di strizzare l’occhio a scrittorə o aspiranti tali perché saper maneggiare la simbologia dei numeri permettere di inserire dei significati, più o meno nascosti, con una certa facilità. E con altrettanta facilità quel simbolo potrebbe essere colto da chi legge, visto che, tra tutti i simboli, i numeri sono forse quelli più universali.
Gran parte dei significati simbolici attribuiti ai numeri, infatti, dipende dalle loro proprietà matematiche, che trascendono le varie culture. Certo, a un certo numero – e a una certa sua proprietà – si può dare un significato positivo o negativo, a seconda del contesto, ma è indubbio che gli esseri umani di ogni epoca e di ogni latitudine siano stati affascinati dalle stesse cifre (come il 12, che è legato ai segni zodiacali, o il 5, che è legato alla natura animata, dato che i cristalli non hanno simmetria 5).
Dizionario dei numeri è diviso in capitoli, ognuno dei quali dedicato a un numero, da 1 a 22. Poi fa una rapida rassegna delle cifre superiori che sono in qualche modo significative da un punto di vista numerologico. Se riuscite a trovarlo usato o in biblioteca e l’argomento vi incuriosisce, vi consiglio di leggerlo, perché non è facile trovare qualcosa in tema che non sia ciarpame pseudo-mistico.
Baylee ha recensito Il cuore dei naga di Yeongdo Lee (Il cuore dei naga, #1)
L’uccello che beve lacrime
3 stelle
Ho incrociato L’uccello che beve lacrime per caso, mentre spulciavo le nuove uscite sul blog di Troppacaffeina: ho letto di questo nuovo fantasy e ho pensato che mi andava proprio di visitare un mondo fantastico. Quindi l’ho letto totalmente ignara di tutto – a malapena avevo letto la sinossi – e devo dire che non è andata troppo male.
In linea di massima il romanzo mi è piaciuto: ho trovato interessante che, a parte gli esseri umani, si parlasse di creature che non avevo mai sentito nominare, con punti di forza e debolezza diversi da quelli soliti dei soliti elfi e nani. Inoltre, mi ha lasciato una gran voglia di sapere cosa succederà ai vari personaggi, ai quali è facile affezionarsi, e la risposta alle domande, più o meno espresse, che L’uccello che beve lacrime lascia aperte: si tratta, infatti, del primo volume di una serie che proseguirà con L’ambizione …
Ho incrociato L’uccello che beve lacrime per caso, mentre spulciavo le nuove uscite sul blog di Troppacaffeina: ho letto di questo nuovo fantasy e ho pensato che mi andava proprio di visitare un mondo fantastico. Quindi l’ho letto totalmente ignara di tutto – a malapena avevo letto la sinossi – e devo dire che non è andata troppo male.
In linea di massima il romanzo mi è piaciuto: ho trovato interessante che, a parte gli esseri umani, si parlasse di creature che non avevo mai sentito nominare, con punti di forza e debolezza diversi da quelli soliti dei soliti elfi e nani. Inoltre, mi ha lasciato una gran voglia di sapere cosa succederà ai vari personaggi, ai quali è facile affezionarsi, e la risposta alle domande, più o meno espresse, che L’uccello che beve lacrime lascia aperte: si tratta, infatti, del primo volume di una serie che proseguirà con L’ambizione dei rekon.
Tuttavia ho delle perplessità con il modo in cui il romanzo è stato scritto. Innanzi tutto, è molto difficile visualizzare le ambientazioni: Lee ci dice che c’è una città, c’è una torre, ci sono delle rovine e c’è una foresta, ma senza dettagliare abbastanza perché nella testa dellə lettorə si formi qualcosa di più specifico di una vaga idea. Un vero peccato perché questa vaghezza non dà carattere alla storia, che così potrebbe essere ambientata in qualunque universo fantasy medievaleggiante.
Un altro elemento di perplessità per me è stato lo stile. Sembra che Lee ogni tanto non sappia cosa fare della sua storia: quindi finisce per tagliare corto, per mescolare registri diversi e per farci finire in delle situazioni così inaspettate da dare l’impressione di aver saltato dei capitoli. È stata una lettura molto disorientante da questo punto di vista, perché sembra un romanzo scritto di getto e mai riletto prima della pubblicazione: sarebbe solo bastato un po’ di buon editing per avere un libro di gran lunga migliore.




















