Questo è uno di quei casi in cui non capisco perché queste due si sono messe insieme. Bello eh, fate l'amore e non fate la guerra, ma non ho proprio capito da dove è uscita tutta questa passione!😅
Recensioni e commenti
Femminista in fieri, aroace, atea agnostica, lettrice curiosa, book blogger, amante dell'inverno e del tè caldo.
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Baylee commento su The Beauty’s Blade di Feng Ren Zuo Shu
Ogni giorno è un buon giorno
3 stelle
Ogni giorno è un buon giorno è un libro subdolo: non dice niente che non abbiate già letto e riletto in questi tempi dove i cogli l’attimo e i ritagliati un momento per te ce li siamo sorbiti in ogni declinazione possibile, eppure ci si trova a sfogliare le pagine di questo memoir con piacere e con simpatia nei confronti dell’autrice.
Nonostante, infatti, Morishita ci racconti della sua esperienza come allieva di una maestra della cerimonia del tè e di cosa abbia imparato, non lo fa con l’intento di spronarci a seguire il suo esempio, quanto piuttosto per condividere qualcosa che nel corso del tempo l’ha aiutata in modo inaspettato e imprevisto. Morishita non sale in cattedra per ammonirci sull’importanza del tè o della sua tradizione: ci fa solo notare quanto sia importante avere qualcosa a cui dedicarsi, qualcosa che non è produttivo, ma rituale e condiviso, per affrontare meglio …
Ogni giorno è un buon giorno è un libro subdolo: non dice niente che non abbiate già letto e riletto in questi tempi dove i cogli l’attimo e i ritagliati un momento per te ce li siamo sorbiti in ogni declinazione possibile, eppure ci si trova a sfogliare le pagine di questo memoir con piacere e con simpatia nei confronti dell’autrice.
Nonostante, infatti, Morishita ci racconti della sua esperienza come allieva di una maestra della cerimonia del tè e di cosa abbia imparato, non lo fa con l’intento di spronarci a seguire il suo esempio, quanto piuttosto per condividere qualcosa che nel corso del tempo l’ha aiutata in modo inaspettato e imprevisto. Morishita non sale in cattedra per ammonirci sull’importanza del tè o della sua tradizione: ci fa solo notare quanto sia importante avere qualcosa a cui dedicarsi, qualcosa che non è produttivo, ma rituale e condiviso, per affrontare meglio i marosi della vita.
Non importa nemmeno che eccelliamo in questo qualcosa: Morishita ci racconta più volte dello sconforto della sua maestra nel doverla correggere per lo stesso errore per l’ennesima volta e dopo anni di insegnamento. Non importa essere naturalmente portatə per il nostro qualcosa speciale: l’importante è metterci impegno e dedizione, cercare di far bene, seguire il rito e lasciare che la complessità ci porti dove non penseremmo di arrivare.
È sicuramente un libriccino per chi ama il tè: io amo prenderne una tazza quando torno a casa dal lavoro, per celebrare il ritorno al tempo che posso spendere per me, telefonando a un’amica, leggendo un libro o semplicemente stando sul divano a lasciare la mente libera di andare dove le aggrada. Non troverete la descrizione della cerimonia del tè o la sua storia, ma l’ineffabile sensazione che dà eseguire un rito affidandosi alle proprie mani, che sanno ricordare i gesti compiuti decine e decine di volte.
Baylee ha recensito Perché contare i femminicidi è un atto politico di Donata Columbro
Perché contare i femminicidi è un atto politico
5 stelle
Avviso sul contenuto Libro sui dati sui femminicidi
Se vi siete interessatə al tema dei femminicidi e avete provato a cercare in autonomia qualche dato per approfondire, avrete scoperto che non ce ne sono, o, se ci sono, sono vecchi o incompleti. Non è solo una vostra impressione o una vostra incapacità di ricerca: i dati sui femminicidi – aggiornati, raccolti secondi le linee guida internazionali, uniformi, pubblici – semplicemente non esistono.
Lo Stato non si preoccupa di tenere traccia del fenomeno e di fare il punto sulle misure che sono state messe in campo per contrastare il fenomeno. A pensar male, si direbbe che la cosa importante sia metter su qualche roboante decreto che inasprisce pene, inserisce nuovi reati e nuovi codici multicolore per dare l’impressione di essere sul pezzo e di non aver paura di reagire in modo muscolare a qualche femminicidio che abbia colpito in modo particolare l’opinione pubblica.
Ma – a parte che qualunque intervento ex post presuppone un’altra donna morta per l’ennesimo femminicidio che non abbiamo saputo evitare – come si fa a sapere se le misure introdotte abbiano avuto un qualche effetto se non si raccolgono i dati? Come si fa a sapere se si sta andando nella giusta direzione?
Perché decidere “cosa conta” – e quindi cosa misurare, come farlo e chi può accedere a queste informazioni – è una forma di potere. Ma vedremo come nel caso dei femminicidi e della violenza di genere sia importante esercitare forme di contropotere con iniziative dal basso, come quelle dell’osservatorio di Non una di meno o della Casa delle donne di Bologna. Ce lo insegnano le prime donne che hanno iniziato a contare i femminicidi, come María Salguero Bañuelos in Messico, che ha deciso di raccogliere da sola dal 2015 i dati sui casi di femminicidio nel suo paese, diventando la fonte più affidabile sul tema. Ma anche le iniziative di giornalisti e giornaliste indipendenti in Italia, che si prendono cura di contro-archivi per mantenere viva la memoria di chi non c’è più. Scopriremo infatti che anche nelle singole storie ci sono dati che possono aiutare a riconoscere la violenza, e a prevenirla.
Ad oggi tra chi si occupa di prevenzione ci sono attivistə e molte delle vittime collaterali dei femminicidi. È un fatto che non ci sorprende: di sicuro non da parte di attivistə, ma nemmeno da parte delle vittime collaterali, nel caso delle quali lo vediamo come un modo per affrontare ed elaborare il lutto. Certo, muoiono un centinaio di donne ogni anno, non ci si può lamentare di chi decide di dare una mano a evitarlo, ma perché si dovrebbe trovare normale che un problema pubblico venga preso in carico soltanto da privati? Sembra quasi – quasi – che i femminicidi vengano considerati una disgrazia, una di quelle cose brutte che possono capitare anche nelle migliori famiglie. Come se parlassimo di una malattia. Come se il problema riguardasse solo a chi capita. D’altro canto, senza dati rigorosi e sistematici come potremmo puntare il dito contro la negligenza dello Stato?
Potremmo dire che non c’è scampo, o potremmo leggerla in altro modo: la violenza di genere è così radicata, strutturale, che solo un intervento che legga nella globalità del fenomeno la sua universalità potrà aiutare a ridurre questi numeri. Solo che servono i dati per capire dove agire. Molti ci sono, come abbiamo visto, altri andrebbero prodotti in modo più frequente.
Baylee ha recensito Morty l'apprendista di Terry Pratchett
Morty l'apprendista
5 stelle
Moltə di noi avranno presente la sensazione di non sapere cosa fare della propria vita, soprattutto quando si è giovani e inespertə: genitore e adultə in generale vi chiedono cosa prenderete a fare e il vostro cervello produce solo un errore 404 costante perché non avete un interesse o una caratteristica che vi sembra traducibile in un lavoro. Evidentemente anche su Mondo Disco ci sono persone così e una di queste è il nostro Morty che, spinto dalla famiglia a diventare un apprendista, finirà per avere il più insolito dei maestri: Morte.
Quello di Morte è un lavoraccio: ogni giorno muore un sacco di gente e anche se Morte non va a trovare ogni singola persona che tira le cuoia su Mondo Disco, ma solo quando si tratta di un’occasione speciale, non è sempre facile avere a che fare con gente appena morta. O con gente che sai che deve …
Moltə di noi avranno presente la sensazione di non sapere cosa fare della propria vita, soprattutto quando si è giovani e inespertə: genitore e adultə in generale vi chiedono cosa prenderete a fare e il vostro cervello produce solo un errore 404 costante perché non avete un interesse o una caratteristica che vi sembra traducibile in un lavoro. Evidentemente anche su Mondo Disco ci sono persone così e una di queste è il nostro Morty che, spinto dalla famiglia a diventare un apprendista, finirà per avere il più insolito dei maestri: Morte.
Quello di Morte è un lavoraccio: ogni giorno muore un sacco di gente e anche se Morte non va a trovare ogni singola persona che tira le cuoia su Mondo Disco, ma solo quando si tratta di un’occasione speciale, non è sempre facile avere a che fare con gente appena morta. O con gente che sai che deve morire anche se non sarebbe giusto. Perché Morte non è giusta o sbagliata, semplicemente è.
Il primo incarico in cui Morty andrà da solo, infatti, non andrà proprio liscio. Potete prenderlo come un incoraggiamento per i vostri primi giorni di lavoro: per quanto possiate commettere degli errori, dubito che siano della portata di una morta lasciata in vita che finirà braccata dalla storia che vuole passarle sopra per correggere lo sbaglio della sua esistenza. Il lavoro di Morte non prevede la compassione che spinge a cambiare il destino di una persona: la compassione di Morte è un taglio affilato.
Morte è giustamente uno dei personaggi più amati di Mondo Disco: la sua etica – la possiamo chiamare così? – non segue la logica umana (e, infatti, Morty avrà delle difficoltà a seguirla), ma non possiamo proprio dire che sia crudele: Morte non si diverte a fare il suo lavoro, non ha niente contro le persone che va a prendere – anzi, i suoi tentativi di capire il mondo umano sono piuttosto esilaranti -: è solo maledettamente bravo a farlo.
Menzione d’onore per i personaggi femminili, che nelle opere di Pratchett riescono a essere iconici anche quando non sono le protagoniste della storia: il modo in cui l’autore gioca con lo stereotipo della principessa da salvare potrebbe valere da solo la lettura del libro. Come se Morte non fosse già sufficiente.
Baylee ha recensito Il monologo della Speziale, Vol. 4 di Natsu Hyuuga (Kusuriya no Hitorigoto, #4)
Il monologo della speziale
5 stelle
Con questo quarto volume si conclude il materiale che è stato animato (a oggi perlomeno, sono già stati confermati un film e un’altra stagione). Finora devo dire che questo è stato il mio volume preferito, quello in cui si esplora il ciclo dell’abuso, in cui si vedono le conseguenze drammatiche con cui le persone hanno a che fare anche dopo che il loro aguzzino – e l’ambiente che gli aveva permesso di agire indisturbato – se n’è andato da molto tempo.
Tutte le storie in questo volumetto girano intorno al fatto che, una volta che l’abuso è finito, ci si aspetta che tutto torni rapidamente alla normalità. E all’apparenza è così: ogni vittima, diretta o collaterale, ha trovato modo di andare avanti con la propria vita. Nessuna di loro rende evidente il proprio dolore, eppure questo è lì, a covare sotto al cenere o pronto a esplodere davanti al giusto …
Con questo quarto volume si conclude il materiale che è stato animato (a oggi perlomeno, sono già stati confermati un film e un’altra stagione). Finora devo dire che questo è stato il mio volume preferito, quello in cui si esplora il ciclo dell’abuso, in cui si vedono le conseguenze drammatiche con cui le persone hanno a che fare anche dopo che il loro aguzzino – e l’ambiente che gli aveva permesso di agire indisturbato – se n’è andato da molto tempo.
Tutte le storie in questo volumetto girano intorno al fatto che, una volta che l’abuso è finito, ci si aspetta che tutto torni rapidamente alla normalità. E all’apparenza è così: ogni vittima, diretta o collaterale, ha trovato modo di andare avanti con la propria vita. Nessuna di loro rende evidente il proprio dolore, eppure questo è lì, a covare sotto al cenere o pronto a esplodere davanti al giusto innesco. Certo, possiamo dire che alcune persone sembrano cavarsela meglio di altre, ma qua Hyuuga si è voluta concentrare soprattutto su due donne che non hanno quella che può essere chiamata una reazione femminile appropriata.
Nel primo caso è palese la mancanza di consapevolezza circa il proprio ruolo all’interno della Corte Interna. E come fare ad assumerlo se ci si è entrate bambine, impreparate non solo al nuovo ambiente, ma anche al mondo deə adultə? Come fare a costruirsi una solida autostima quanto tuttə ridono di te e della tua inadeguatezza? Come Maomao, non possiamo fare a meno di desiderare di aiutarla, a mettere in moto gli eventi che potranno permetterle di far sentire la sua voce. Anche Jinshi non si esime dall’intervenire per allargare lo spazio che è appena riuscita a rivendicare per sé.
Nel secondo caso, invece, possiamo dire che il ciclo dell’abuso ha creato una persona estremamente crudele che non ha rispetto di niente e di nessunə, perché tutto quello che le importa è la messa in atto della sua vendetta. Il ciclo dell’abuso è così drammaticamente passato alla seconda e alla terza generazione e mettervi fine richiederà un enorme sacrificio. L’unica cosa che potrà fare la nostra Maomao in queste tristi circostanze sarà di offrire la propria amicizia e la propria solidarietà alla persona che ha deciso di spezzare il ciclo: Maomao non ha il potere di fermare il suo piano, ma cerca di fare il possibile per supportarla e farle sapere che non importa se il mondo la vedrà come una donna demoniaca, per lei sarà sempre un’amica.
Diverso è il caso di Jinshi, che invece avrebbe il potere di fermarla, ma – si chiede – sarebbe giusto farlo? Se questo è quello che lei ha deciso di fare, se questo è il ruolo che ha scelto per sé, che diritto ha lui di interferire? Di farla scendere dal palcoscenico che la vede come la terribile antagonista malvagia che ha quasi distrutto il regno? Jinshi la lascerà fare e si premurerà di rispettare i desideri che le ha lasciato esprimere.
Un volumetto più agrodolce del solito, ma che mi lascia ancora più voglia di sapere come prosegue la storia di Maomao, Jinshi e di tuttə ə altrə: ci sono stati diversi cambiamenti e mi aspetto che nel prossimo libro ne vedremo tutta la portata.
Baylee ha recensito Cento liriche della dinastia Song di Massimiliano Canale
Cento liriche della dinastia Song
3 stelle
A essere onesta, non sono rimasta particolarmente colpita da questa raccolta di poesie: né per demeriti deə poetə, né per la qualità dell’edizione – anzi, ce ne fossero! – ma per un mio gusto personale, che non è risuonato con questi versi pieni di struggimento per un passato felice tra le braccia di qualche amore adesso perso a causa della necessità di tornare alle fatiche del dovere.
Sembrano però delle poesie adatte a questi tempi così nostalgici e che idealizzano il passato: io sono più team “andiamo avanti e creiamo qualcosa di meglio rispetto a quello che abbiamo fatto in passato”, ma se siete persone che amano il passato, potreste voler prendere in considerazione questa raccolta.
Personalmente, quello che mi è piaciuto di più è stata la spiegazione del linguaggio metaforico usato in queste liriche, per esempio l’associazione tra uno sguardo intenso e le onde, oppure il fatto che …
A essere onesta, non sono rimasta particolarmente colpita da questa raccolta di poesie: né per demeriti deə poetə, né per la qualità dell’edizione – anzi, ce ne fossero! – ma per un mio gusto personale, che non è risuonato con questi versi pieni di struggimento per un passato felice tra le braccia di qualche amore adesso perso a causa della necessità di tornare alle fatiche del dovere.
Sembrano però delle poesie adatte a questi tempi così nostalgici e che idealizzano il passato: io sono più team “andiamo avanti e creiamo qualcosa di meglio rispetto a quello che abbiamo fatto in passato”, ma se siete persone che amano il passato, potreste voler prendere in considerazione questa raccolta.
Personalmente, quello che mi è piaciuto di più è stata la spiegazione del linguaggio metaforico usato in queste liriche, per esempio l’associazione tra uno sguardo intenso e le onde, oppure il fatto che i pesci e le oche selvatiche fossero associati alla spedizione di lettere (come i piccioni viaggiatori in Europa). Evidentemente il mio amore per la simbologia non ha confini geografici e ho apprezzato molto che questa edizione fosse annotata e ogni componimento ben spiegato.
Non solo, questa edizione comprende anche una lunga introduzione ai componimenti che spiega la lirica cinese e il contesto storico e sociale nel quale è fiorita, in modo da farci arrivare preparatə alla lettura delle poesie anche se non si sa assolutamente nulla di storia e letteratura cinese. Io apprezzo sempre molto queste edizioni che forniscono contesto all’opera che presentano, soprattutto per la poesia e i classici che si riferiscono a un tempo e/o un luogo lontano da noi. Se volete approfondire la letteratura cinese, quindi, è consigliatissimo.
Baylee ha recensito Diario di una guerriera single di Kabi Nagata (My Lesbian Experience with Loneliness Series, #5)
Diario di una guerriera single
4 stelle
Questo volume è piuttosto diverso dai precedenti lavori autobiografici di Kabi Nagata, non perché sia meno introspettivo, ma perché qua finalmente la mangaka è felice. Quindi, anche se racconta delle sue difficoltà e dei suoi traumi, non ci ritroviamo in una pozza di disperazione, ma Nagata mantiene un atteggiamento positivo nei confronti della vita, pur con tutte le difficoltà che questa le presenta. Dopo averla vista soffrire tanto, non posso che essere contenta per lei.
Diario di una guerriera single si apre con il desiderio di matrimonio. Mancando però unə partner, Nagata decide di ricorrere a un servizio che permette di noleggiare un abito da sposa e farsi fare un servizio fotografico. L’idea è quella di avere delle belle foto con il sorriso radioso che ha visto sul volto della sua amica quando si è sposata. Tuttavia l’esperienza non si rivela positiva come Nagata pensava e da lì parte una …
Questo volume è piuttosto diverso dai precedenti lavori autobiografici di Kabi Nagata, non perché sia meno introspettivo, ma perché qua finalmente la mangaka è felice. Quindi, anche se racconta delle sue difficoltà e dei suoi traumi, non ci ritroviamo in una pozza di disperazione, ma Nagata mantiene un atteggiamento positivo nei confronti della vita, pur con tutte le difficoltà che questa le presenta. Dopo averla vista soffrire tanto, non posso che essere contenta per lei.
Diario di una guerriera single si apre con il desiderio di matrimonio. Mancando però unə partner, Nagata decide di ricorrere a un servizio che permette di noleggiare un abito da sposa e farsi fare un servizio fotografico. L’idea è quella di avere delle belle foto con il sorriso radioso che ha visto sul volto della sua amica quando si è sposata. Tuttavia l’esperienza non si rivela positiva come Nagata pensava e da lì parte una sua riflessione sul perché non riesce ad avere una relazione.
Come sempre il punto di vista di Nagata ci consegna delle riflessioni interessanti: anche su argomenti così chiacchierati negli ultimi tempi come l’identità di genere e l’orientamento sessuale ci offre delle considerazioni inedite (e molto nipponiche). Si tratta di analizzare come fanno le persone a entrare in una relazione, dal capire cosa e chi potrebbe attrarci e come mettere in atto una strategia per conoscere persone interessanti.
Nagata non ha mai paura di scavare a fondo per cercare delle risposte e di fare dei tentativi per trovare la sua strada: magari non ci si riconosce in tutte le sue esperienze, ma trovo molto vicino all’esperienza comune quella di fare i conti con gli stereotipi che circondano relazioni e famiglie.
Baylee ha recensito Il monologo della Speziale, Vol. 3 di Natsu Hyuuga (Kusuriya no Hitorigoto, #3)
Il monologo della Speziale, Vol. 3
4 stelle
Con il terzo volume della serie arriviamo alla prima metà della seconda stagione dell’anime – per chi l’ha vista, senza fare spoiler, parliamo della situazione della rana – e la nostra Maomao è più indaffarata che mai. Tuttavia in questa recensione mi soffermerò più su Jinshi, perché in questo volume veniamo a sapere diverse cose su di lui e, anche se si trattava di un segreto di Pulcinella, non scriverò di cosa di tratta, quindi leggete serenə.
Jinshi è un personaggio interessante perché pur essendo indiscutibilmente un uomo ha delle caratteristiche fortemente femminili. La più importante è di sicuro la sua straordinaria bellezza: fin da subito ci viene presentato come un uomo bellissimo e viene spesso paragonato a una ninfa. In questo volumetto c’è un momento in cui la sua bellezza deve essere esaltata e Maomao commenta asciutta che non era una spettacolo da mostrare a chiunque e che addirittura …
Con il terzo volume della serie arriviamo alla prima metà della seconda stagione dell’anime – per chi l’ha vista, senza fare spoiler, parliamo della situazione della rana – e la nostra Maomao è più indaffarata che mai. Tuttavia in questa recensione mi soffermerò più su Jinshi, perché in questo volume veniamo a sapere diverse cose su di lui e, anche se si trattava di un segreto di Pulcinella, non scriverò di cosa di tratta, quindi leggete serenə.
Jinshi è un personaggio interessante perché pur essendo indiscutibilmente un uomo ha delle caratteristiche fortemente femminili. La più importante è di sicuro la sua straordinaria bellezza: fin da subito ci viene presentato come un uomo bellissimo e viene spesso paragonato a una ninfa. In questo volumetto c’è un momento in cui la sua bellezza deve essere esaltata e Maomao commenta asciutta che non era una spettacolo da mostrare a chiunque e che addirittura aveva una forza distruttiva tale da costringere in ginocchio un’intera nazione. Alla mia mente europea viene subito in mente Elena di Troia.
Jinshi è perfettamente consapevole di questa sua bellezza eccezionale e non si fa scrupolo a usarla per affascinare le persone e ottenere quello che vuole: un modus operandi che siamo abituatə ad associare alle donne, soprattutto in storie ambientate nel passato. È anche un elemento che rende sensato che una come Maomao – cresciuta in un bordello e abituata a frequentare donne che usano la loro bellezza come mezzo di sopravvivenza – finisca per avvicinarsi a uno come Jinshi, che usa la sua avvenenza per destreggiarsi negli intrighi della Corte Interna, senza infatuarsi di lui. Tutto questo, unito alla sua sensibilità per le esigenze e i problemi femminili, lo rendono più a suo agio con la Corte Interna che con la Corte dell’Imperatore.
Questa sua caratterizzazione fa da specchio a un altro personaggio che invece è una donna con delle caratteristiche fortemente maschili. Non dirò di più per adesso: sono abbastanza convinta che la reincontreremo più avanti e che ci verrà detto che ha un legame con Jinshi perché il parallelo letterario è troppo ghiotto per essere una casualità.
In conclusione non posso non scrivere qualcosa della scena della rana. Di nuovo, sarò molto vaga per evitare gli spoiler. È una scena piuttosto tipica di questo genere di storia, ma la particolarità di Il monologo della speziale è che viene problematizzata – nell’anime molto più che nella light novel – e viene di nuovo sottolineato che quello tra Jinshi e Maomao è un rapporto con un forte squilibrio di potere e che qualunque loro avvicinamento non può prescindere dallo sciogliere questo nodo. Fa piacere vedere una storia che non sacrifica questo fatto sull’altare di una storia d’amore.
Baylee ha recensito Una storia quasi soltanto mia di Piero Scaramucci
Una storia quasi soltanto mia
5 stelle
Avevo questo libro in lista da un sacco di tempo e ce l’avevo messo per interesse nei confronti della storia della strage di piazza Fontana, ma onestamente non mi aspettavo chissà cosa dalla testimonianza di Licia Pinelli, la vedova di Giuseppe Pinelli, ufficialmente morto in seguito a un malore e a una caduta accidentale dalla finestra da una finestra della questura, dove lo stavano interrogando con l’accusa di essere uno degli attentatori.
Questo non perché avessi qualche opinione negativa di Licia Pinelli, ma perché pensavo che la testimonianza di una persona colpita così da vicino da da questa brutta storia italiana non potesse aggiungere granché a quello che già sapevo. In un certo senso avevo ragione: non dice niente di nuovo e non vi consiglio di iniziare da questo libro-intervista se non conoscete la storia della strage di piazza Fontana, perché è vero che racconta i fatti, ma l’intervista inizia …
Avevo questo libro in lista da un sacco di tempo e ce l’avevo messo per interesse nei confronti della storia della strage di piazza Fontana, ma onestamente non mi aspettavo chissà cosa dalla testimonianza di Licia Pinelli, la vedova di Giuseppe Pinelli, ufficialmente morto in seguito a un malore e a una caduta accidentale dalla finestra da una finestra della questura, dove lo stavano interrogando con l’accusa di essere uno degli attentatori.
Questo non perché avessi qualche opinione negativa di Licia Pinelli, ma perché pensavo che la testimonianza di una persona colpita così da vicino da da questa brutta storia italiana non potesse aggiungere granché a quello che già sapevo. In un certo senso avevo ragione: non dice niente di nuovo e non vi consiglio di iniziare da questo libro-intervista se non conoscete la storia della strage di piazza Fontana, perché è vero che racconta i fatti, ma l’intervista inizia in media res e, secondo me, dà per scontato che ə lettorə sappia di cosa si sta parlando.
Però è sicuramente un libro da leggere. Sono rimasta molto colpita dalla testimonianza di Licia Pinelli: innanzi tutto dalla sua freddezza, che non è indice di imperturbabilità, ma di un dolore così soverchiante che ha reso necessario il suo congelamento. In questa intervista, Licia Pinelli ne posa con garbo alcuni cubetti ghiacciati sul tavolo, ma la maggior parte rimane chiusa in congelatore. Licia Pinelli lo sa, ma non può mostrarci altro: è riuscita ad andare avanti e ad affrontare la sua vita dopo la morte dell’amato marito solo perché ha seppellito una parte dei ricordi dentro di sé e non può tirarli fuori solo perché ha accettato questa intervista.
D’altro canto, come potrebbe aver elaborato un lutto simile quando le è stata negata la verità? Licia Pinelli frequentava la compagnia anarchica del marito e quindi non aveva chissà quale fede nello Stato: ma pensava che comunque la verità sarebbe venuta fuori. Che avrebbe finito per sapere come e perché Giuseppe Pinelli era morto perché la verità sarebbe stata più forte di chi cercava di nasconderla. È con sconforto che Licia Pinelli guarda alla se stessa ingenua che era agli inizi di questa storia, ma non si vede come una donna sconfitta agli inizi degli anni Ottanta: per lei la sconfitta è dello Stato che non ha avuto il coraggio di percorrere la strada della verità.
Per questo è una storia quasi soltanto di Licia Pinelli: se è vero che è una vicenda che ha colpito principalmente lei e la sua famiglia, un frammento di quella stessa storia appartiene a noi in quanto parte della storia collettiva di questo Paese. Vediamo di non dimenticarcene e di lasciarsi intortare da chi ci dice che della strage di piazza Fontana non sappiamo quasi niente: sappiamo quasi tutto e quello che non sappiamo è stato colpevolmente occultato con anni di depistaggi portati avanti da apparati dello Stato.
Baylee commento su Un gatto per i giorni difficili di Syou Ishida (I gatti di Kokoro, #1)
Leggere questo libro consiste nell'avere la tua parte razionale che afferma l'impossibilità di risolvere i tuoi problemi con un gatto mentre la tua parte gattara cerca di soffocarla con un cuscino.
Baylee ha recensito Less di Andrew Sean Greer (Arthur Less, #1)
Less
2 stelle
Nel 2018, quando Less vinse il Premio Pulitzer per la narrativa, era sulla bocca di tuttə e Greer era diventato l’autore fenomeno che era riuscito a prendersi il prestigioso premio letterario con un romance. Veniva raccontata come un’impresa incredibile, per cui l’ho messo in lista e ho lasciato scorrere il tempo perché svanisse il fastidio di vedere questo romanzo ovunque e della spinta a leggerlo solo perché lo stavano leggendo tuttə.
Vi dico subito che a me Less non ha detto nulla: anzi, per gran parte del tempo mi è parso incredibilmente noioso. Temo che le crisi di mezz’età degli uomini non mi interessino nemmeno se l’uomo in questione è gay, soprattutto se parliamo di uno che può permettersi di scappare dal matrimonio del suo ex compagno iniziando il giro del mondo grazie a una serie di inviti, conferenze e vacanze.
L’unico modo per rendere interessante questo filone di storie …
Nel 2018, quando Less vinse il Premio Pulitzer per la narrativa, era sulla bocca di tuttə e Greer era diventato l’autore fenomeno che era riuscito a prendersi il prestigioso premio letterario con un romance. Veniva raccontata come un’impresa incredibile, per cui l’ho messo in lista e ho lasciato scorrere il tempo perché svanisse il fastidio di vedere questo romanzo ovunque e della spinta a leggerlo solo perché lo stavano leggendo tuttə.
Vi dico subito che a me Less non ha detto nulla: anzi, per gran parte del tempo mi è parso incredibilmente noioso. Temo che le crisi di mezz’età degli uomini non mi interessino nemmeno se l’uomo in questione è gay, soprattutto se parliamo di uno che può permettersi di scappare dal matrimonio del suo ex compagno iniziando il giro del mondo grazie a una serie di inviti, conferenze e vacanze.
L’unico modo per rendere interessante questo filone di storie trito e ritrito è di inserire un po’ di lavoro emotivo, quello che gli uomini si aspettano sempre che facciano le donne all’interno della coppia. Mentre leggevo mi dicevo che con una coppia di uomini magari a un certo punto il nostro protagonista ci avrebbe deliziato con un po’ di introspezione e ci avrebbe regalato qualche riflessione sulla sua ultima relazione. Macché.
Alla fine tutto si risolve con un lieto fine calato dall’alto, giocando la carta dell’amore vero che sta nella quotidianità delle piccole cose, come una qualunque commedia romantica di serie B. Non è che le relazioni vadano costruite e difese dalle proprie mancanze personali crescendo insieme all’interno del rapporto: ma no, due cuori e una capanna è tutto quello che serve.
Di sicuro non ha aiutato il fatto che si capisce abbastanza presto dove sta andando a parare la storia di Arthur Less e che nondimeno si prenda un sacco di tempo per arrivarci. Come si dice dalle mie parti, E l’ha presa larga di nulla! Così larga che mi è stato impossibile empatizzare con il protagonista e la sua percezione di sé chiaramente fallata.
Baylee ha recensito L'uomo con due vite di Håkan Nesser (Gunnar Barbarotti, #3)
L'uomo con due vite
4 stelle
Questo romanzo inizia con quello che probabilmente è il sogno di moltə: Ante Valdemar Roos vince alla lotteria una somma che gli permette di mollare il suo lavoro e di comprarsi una casetta nel bosco. A differenza di altre famiglie, però, non ci si trasferisce con moglie e figlie per evitare il logorio della vita moderna, ma se la tiene per sé e vi si reca ogni giorno invece di andare a lavorare.
Abbiamo quindi un perfetto esempio di impiegato modello che tuttə reputano la quintessenza della prevedibilità e della noia e che invece ha una doppia vita di cui nessunə è a conoscenza. Una doppia vita che non prevede chissà quali trasgressioni, solo di passare del tempo in santa pace in quelle che dovrebbero essere le sue ore produttive.
Ovviamente le cose non andranno esattamente come pianificate dal nostro Valdemar, ma la domanda che serpeggia lungo tutto il romanzo …
Questo romanzo inizia con quello che probabilmente è il sogno di moltə: Ante Valdemar Roos vince alla lotteria una somma che gli permette di mollare il suo lavoro e di comprarsi una casetta nel bosco. A differenza di altre famiglie, però, non ci si trasferisce con moglie e figlie per evitare il logorio della vita moderna, ma se la tiene per sé e vi si reca ogni giorno invece di andare a lavorare.
Abbiamo quindi un perfetto esempio di impiegato modello che tuttə reputano la quintessenza della prevedibilità e della noia e che invece ha una doppia vita di cui nessunə è a conoscenza. Una doppia vita che non prevede chissà quali trasgressioni, solo di passare del tempo in santa pace in quelle che dovrebbero essere le sue ore produttive.
Ovviamente le cose non andranno esattamente come pianificate dal nostro Valdemar, ma la domanda che serpeggia lungo tutto il romanzo è: com’è una vita degna di essere vissuta? Cosa bisogna fare perché la vita abbia un senso? Niente nella vita di Valdemar sembra poter dare una risposta a queste domande che accompagnano l’essere umano da tempo immemore, almeno finché un incontro non gli darà la possibilità di riempire di significato la sua esistenza.
Per circa metà, L’uomo con due vite non sembra nemmeno un giallo: Nesser si prende tutto il tempo per tracciare il contesto che darà la svolta drammatica a questa storia. Una storia così fuori dal consueto che chi si troverà a indagare sulla vicenda si immaginerà scenari molto lontani dalla realtà e fino alla fine non saprà bene che pesci prendere. L’ho trovato proprio un bel romanzo, forse adatto anche a chi di solito non ama i gialli, e penso proprio che leggerò altro di Nesser.
Baylee ha recensito Hanno ucciso habibi di Shrouq Aila
Hanno ucciso habibi
5 stelle
Avviso sul contenuto Libro con testimonianza del genocidio palestinese
Vista la natura del libro, questa non è una recensione, ma più un modo per dirvi che questo libro esiste e che chi ci ha lavorato ha accettato di devolvere i proventi delle vendite all’autrice, che vive a Gaza con la figlia.
Non è una recensione perché non c’è niente che io possa dire, niente che non sia già stato detto da Aila e da tutte le persone palestinesi che ci hanno mostrato e raccontato questo genocidio in diretta. Niente che non sia già stato dimostrato a dispetto dei tentativi di sviare il discorso, avvelenare la verità e minimizzare il dolore di milioni di persone. Non so se esiterà una fossa abbastanza profonda dove potranno nascondersi quando la storia verrà a rendere loro conto di quello che hanno fatto e di quello che hanno detto.
Io credo nella terapia. Abbiamo tutti bisogno di guarire. Abbiamo tutti bisogno di cure. Abbiamo tutti bisogno di tornare a essere trattati come esseri umani. Ma a cosa serve una seduta di terapia se intorno a te non cambia nulla?
Baylee ha recensito Il sogno del villaggio dei Ding di Lianke Yan
Il sogno del villaggio dei Ding
5 stelle
Quanto fa incazzare sapere che, come esseri umani, siamo giunti alla conclusione che qualcosa è nocivo per la nostra salute, ma questa informazione non è immediatamente diffusa in ogni angolo del globo, per cui si continua a fare qualcosa di letale solo per il profitto di pochə e l’ignoranza di troppə? A me tantissimo, soprattutto se penso che sono storie niente affatto rare. Il sogno del Villaggio dei Ding è una di queste.
Yan Lianke racconta di quando, negli anni Novanta del secolo scorso, nella sua provincia natale, lo Henan, si diffuse la convinzione che si sarebbero potuti fare soldi facili vendendo il proprio sangue. Siccome i soldi sono facili solo quando si sta pagando un costo occulto, nel Villaggio dei Ding ben presto si inizia a morire di una malattia misteriosa, che si capisce essere collegata alla vendita del sangue, ma che confonde nel suo manifestarsi anche in chi …
Quanto fa incazzare sapere che, come esseri umani, siamo giunti alla conclusione che qualcosa è nocivo per la nostra salute, ma questa informazione non è immediatamente diffusa in ogni angolo del globo, per cui si continua a fare qualcosa di letale solo per il profitto di pochə e l’ignoranza di troppə? A me tantissimo, soprattutto se penso che sono storie niente affatto rare. Il sogno del Villaggio dei Ding è una di queste.
Yan Lianke racconta di quando, negli anni Novanta del secolo scorso, nella sua provincia natale, lo Henan, si diffuse la convinzione che si sarebbero potuti fare soldi facili vendendo il proprio sangue. Siccome i soldi sono facili solo quando si sta pagando un costo occulto, nel Villaggio dei Ding ben presto si inizia a morire di una malattia misteriosa, che si capisce essere collegata alla vendita del sangue, ma che confonde nel suo manifestarsi anche in chi non ha partecipato personalmente alla compravendita e addirittura neə neonatə.
Noi che sappiamo bene come si diffonde l’HIV non ci stupiamo: ci incazziamo soltanto davanti all’evidenza che questi farabutti abbiano usato più volte lo stesso ago per i prelievi – quanti lo avranno fatto scientemente e quanti con ingenua ignoranza? – e che davanti all’evidenza di un’epidemia in corso nessuna autorità si sia preoccupata di spiegare alla popolazione come arginare il contagio o di fornire dei farmaci aə ammalatə.
Si rimane annichilitə davanti alla distruzione di un’intera comunità, non solo per l’ammontare sempre maggiore di persone ce sviluppano l’AIDS e muoiono, ma per la perdita dei legami comunitari davanti all’evidenza di essere statə usatə e di averlo permesso davanti alla promessa dei soldi. Nemmeno la prossimità della morte sembra una motivazione sufficiente per recuperare il piacere di stare insieme e lasciare le persone libere di vivere come meglio credono i loro ultimi giorni.
Testimone privilegiato di questo sfracello è Ding Shuiyang, il cui figlio è quello che più si è arricchito dalla vendita del sangue. Insieme a lui assistiamo impotenti alla scomparsa del villaggio e all’abiezione con la quale il figlio continua ad approfittarsi della situazione, adattandosi a fornire nuovi “servizi” a mano a mano che l’epidemia si diffonde.
Nonostante tutto questo, però, non è un romanzo nichilista: paradossalmente è proprio lo sconforto di Ding Shuiyang davanti alle azioni del figlio a manifestare un grande amore per la vita e l’importanza di prendersene cura, per quanto possibile e fino a quando è necessario.














