Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò.
Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
"Of course, no one would want to say anything about a girl like this that's …
Un assaggino di una Grande
5 stelle
Tre brevi racconti surreali che ti portano di peso negli USA degli anni '50. Se questo soni le pillole di Shirley Jackson, voglio proprio leggere le opere grandi.
Scritto a caldo nel 1978, questo libro non ha che guadagnato con gli anni. Mentre, …
La notte più buia raccontata da chi c'era, e ci ha ragionato su
5 stelle
[Trascrivo la mia recensione striminzita del '19, quando ancora non avevo iniziato a fare studi seri di storia dell'Italia repubblicana; quando rileggerò il volume, e lo rileggerò, la aggiornerò.]
Un'inchiesta scritta a caldo da un testimone quasi oculare. Un'inchiesta scritta in prosa appassionante senza diventare retorica a scapito dello scopo informativo. La comprova che Moro morì perché non interessava salvarlo vivo. E il suo sangue è davvero ricaduto su tutta la nazione.
«L'esile volume di 146 pagine sfidava la nostra immaginazione di diciottenni innamorati delle visioni di …
Visionario e cerebrale
5 stelle
Finzioni non è una raccolta facile. Per gustarsi appieno certi dei racconti, serve un'erudizione umanista di due secoli fa: un po' di filosofia, un po' di letterature occidentali antiche e moderne, un po' di teologia. Altri sono per chi il letterato lo fa di mestiere (o quasi). Altri ancora sono per chi è un letterato latinoamericano e sente proprio tutto un certo retaggio. Altri invece sono accessibili senza scadere nel sempliciotto, ma al contrario assai raffinati (davvero dei modelli da imitare). Chi ha almeno un po' di basi (o ha voglia di farsele), però, non deve lasciarsi scappare questi racconti: sono pillole di trame avvincenti, prosa intrinsecamente bella e suggestioni affascinanti, al punto che chi scrive narrativa fantastica di professione ne può fare una miniera di idee.
Un piccolo grande capolavoro.
«Il mondo... è una superficie piana come quella di una carta geografica, sulla quale i …
Fantascienza antica, fantascienza didattica
4 stelle
Flatlandia è un po' un saggio di geometria euclidea elementare, un po' un racconto fantastico (fantascientifico?) satirico, il tutto raccontato per metà come antico saggio etnografico e per metà come dialogo filosofico. Il modo migliore per definirlo è "educativo e spassoso".
Tiziano Terzani e l'Asia, una storia lunga una vita. Ma è Terzani a raccontare l'Asia …
La Storia in presa diretta, là dove si è fatta la Storia
5 stelle
A giudicarlo dai reportage raccolti dentro In Asia, Tiziano Terzani era un no-global conservatore e passatista secondo il quale la cultura occidentale contemporanea è solo materialismo e consumismo depravanti, e la sua priorità da giornalista in Asia era trovare i bastioni di "spiritualità" che resistevano alla corruzione forestiera; non è un caso che quando ha intervistato Madre Teresa le ha composto un'apologia, non una verifica sul campo delle recenti accuse contro di lei, e che dai suoi pezzi sul Giappone traspare sempre un disgusto parossistico (e francamente un po' capzioso) per il solo popolo asiatico che ha giocato d'anticipo e si è occidentalizzato a tempo di record. Eppure, questo posizionamento ideologico che non condivido per nulla non mi ha impedito di amare i suoi testi, perché sono giornalismo d'altissimo livello: per vent'anni Terzani si è sporcato le mani nei posti più caldi (e talvolta più gelidi) dell'Asia e ha …
A giudicarlo dai reportage raccolti dentro In Asia, Tiziano Terzani era un no-global conservatore e passatista secondo il quale la cultura occidentale contemporanea è solo materialismo e consumismo depravanti, e la sua priorità da giornalista in Asia era trovare i bastioni di "spiritualità" che resistevano alla corruzione forestiera; non è un caso che quando ha intervistato Madre Teresa le ha composto un'apologia, non una verifica sul campo delle recenti accuse contro di lei, e che dai suoi pezzi sul Giappone traspare sempre un disgusto parossistico (e francamente un po' capzioso) per il solo popolo asiatico che ha giocato d'anticipo e si è occidentalizzato a tempo di record. Eppure, questo posizionamento ideologico che non condivido per nulla non mi ha impedito di amare i suoi testi, perché sono giornalismo d'altissimo livello: per vent'anni Terzani si è sporcato le mani nei posti più caldi (e talvolta più gelidi) dell'Asia e ha lasciato all'umanità la materia prima per scrivere la storia del secolo XX. Qui dentro c'è il collasso del Vietnam del Sud fino alla caduta di Saigon; ci sono i Khmer Rossi visti prima come partigiani e poi come genocidi (e Terzani fa un doveroso mea culpa per non aver visto subito in loro la tirannia incombente); c'è l'ascesa di Deng Xiaoping da seguace screditato di Mao Zedong a ultimo imperatore della Cina comunista; c'è una serie di splendide cronache della morte di Hirohito, l'unico capo supremo dell'Asse a essere morto di vecchiaia; c'è lo spostamento della longa manus cinese dai Khmer Rossi alle Tigri Tamil; c'è uno spaccato tardivo del regno di Nepal qualche anno prima della svolta repubblicana; ci sono preziosissime incursioni a Shakalin e nelle Curili, le colonie sovietiche del Nord Pacifico; c'è l'agonia di Macao e Hong Kong prima della riannessione alla Cina; c'è la guerra del Kashmir e l'emersione del jhiad islamico nelle università militari del Pakistan settentrionale. In una parola, c'è quel che serve per dare contesto ai fatti più grandi di questi ultimi vent'anni e ci sono le supposizioni di Terzani da raffrontare con gli sviluppi effettivi. Se mi si passa il raffronto romantico, c'è la prosecuzione, a distanza di duemilla e rotti anni, delle Storie di Erodoto d'Alicarnasso.
"– Sta arrivando la guerra.
– Come dici, tesoro?
– Sta arrivando la guerra.
– …
La mia prima fantascienza afrofuturista
4 stelle
Già dalla quarta di copertina era chiaro che Elysium avrebbe parlato di storie d'amore e viaggi dimensionali, e in effetti è esattamente ciò che ci viene proposto nei primi capitoli: una coppia che vive lo stesso percorso di vita fondamentale in luoghi e tempi diversi, e da un "salto" all'altro cambiano i dettagli dell'ambiente e dei personaggi. Poi però il libro parte per la tangente e sulle storie d'amore si inserisce una trama misteriosa/apocalittica con un che di LOST; poi la tangente diventa una completa sterzata e ci ritroviamo in quella che credo conti come fantascienza sociale; poi sul finale tutto si ricompone e ha perfettamente senso, e senti un senso di estasi perché ogni cosa ora quadra e riesci a vedere il quadro complessivo.
Si può obiettare che il giochino delle vite parallele è banale, ma io mi sono divertito tanto a individuare tutte le ricorsività simboliche e …
Già dalla quarta di copertina era chiaro che Elysium avrebbe parlato di storie d'amore e viaggi dimensionali, e in effetti è esattamente ciò che ci viene proposto nei primi capitoli: una coppia che vive lo stesso percorso di vita fondamentale in luoghi e tempi diversi, e da un "salto" all'altro cambiano i dettagli dell'ambiente e dei personaggi. Poi però il libro parte per la tangente e sulle storie d'amore si inserisce una trama misteriosa/apocalittica con un che di LOST; poi la tangente diventa una completa sterzata e ci ritroviamo in quella che credo conti come fantascienza sociale; poi sul finale tutto si ricompone e ha perfettamente senso, e senti un senso di estasi perché ogni cosa ora quadra e riesci a vedere il quadro complessivo.
Si può obiettare che il giochino delle vite parallele è banale, ma io mi sono divertito tanto a individuare tutte le ricorsività simboliche e di linguaggio che assicurano continuità alle situazioni; sicuramente sono molto esplicite, ma per me che non sono capace di leggere la narrativa d'autore cerebrale è il livello giusto.
Si può ugualmente obiettare che è difficile empatizzare con i personaggi a fronte di tutti i continui salti dimensionali, ma vi sfido a non prendere in simpatia l'eterna spalla Hector/Helen e determinate incarnazioni di Adrian/Adrienne e Antoine/Antoinette (ovviamente non vi dico quali, ma credetemi, restano impresse).
E in aggiunta a tutto ciò, i protagonisti sono afroamericani; se vi rendete conto che vi viene da visualizzarli come caucasici (a dispetto delle descrizioni fisiche esplicite) e correggete di conseguenza il tiro, avrete appena fatto un piccolissimo passo per uscire dal "monopolio razziale sui media" (mi pare si chiami così).
Per concludere, io ne so zero di fantascienza e non so se questo romanzo conti come buona fantascienza; sicuramente è una buona storia.
The seven 'essays' by J.R.R. Tolkien assembled in this new paperback edition were with one …
A lezione dal professor Tolkien
4 stelle
Avevo in casa The Monsters and the Critics and Other Essays sin da quand'ero ragazzino ma sinora l'avevo solo sfogliato, e del resto non avevo la testa per capirlo; è servito il primo anno di lavoro per tuffarmici come si deve in cerca di sapere, e la nuotata è valsa la pena; ovviamente non posso sapere se in aula il prof. Tolkien fosse sempre il fine parlatore che traspare da queste conferenze scritte a tavolino, ma a naso la qualità delle sue lezioni sembra davvero alta e probabilmente molti suoi allievi pagavano volentieri la retta solo già per i suoi corsi — un'esposizione tecnica così limpida e sempre radicata nei dati concreti, sentimentale spesso ma non prolissa, è la cifra del vero luminare universitario rispetto alla cariatide prolissa, e suscita ancora più ammirazione in noi Italofoni che siamo stati condannati alle auliche scorregge spitzeriane di Gianfranco Contini.
Lodi generali a …
Avevo in casa The Monsters and the Critics and Other Essays sin da quand'ero ragazzino ma sinora l'avevo solo sfogliato, e del resto non avevo la testa per capirlo; è servito il primo anno di lavoro per tuffarmici come si deve in cerca di sapere, e la nuotata è valsa la pena; ovviamente non posso sapere se in aula il prof. Tolkien fosse sempre il fine parlatore che traspare da queste conferenze scritte a tavolino, ma a naso la qualità delle sue lezioni sembra davvero alta e probabilmente molti suoi allievi pagavano volentieri la retta solo già per i suoi corsi — un'esposizione tecnica così limpida e sempre radicata nei dati concreti, sentimentale spesso ma non prolissa, è la cifra del vero luminare universitario rispetto alla cariatide prolissa, e suscita ancora più ammirazione in noi Italofoni che siamo stati condannati alle auliche scorregge spitzeriane di Gianfranco Contini.
Lodi generali a parte, che hanno di buono i singoli saggi? Nell'ordine:
The Monsters and the Critics ci spiega che il Beowulf è un'elegia su re Beowulf (uomo o mito? non importa) in cui l'Anonimo Poeta accosta in un dittico il battesimo del sangue di Beowulf contro Grendel e la sua estrema impresa senile contro il drago, in una sintesi e transizione fra il vecchio mondo degli eroi germani in cerca di Bella Morte e quello che diverrà il cavaliere del mondo nuovo pienamente cristianizzato. Favoloso, e da solo vale il prezzo del biglietto.
On translating Beowulf ci insegna qualche nozione basilare e ben comprensibile sul lessico dell'Anglosassone, in particolare la tanto chiacchierata figura retorica del "kenning", e offre pure una panoramica tanto affascinante quanto complicata sulla prosodia e metrica del poema. Intenso.
Sir Gawain and the Green Knight è un'esposizione molto tecnica sulla struttura della materia e lo sviluppo tematico del poema trecentesco in esame; accessibile il discorso di etica, ovviamente i rapporti con il resto della tradizione Medio Inglese richiedono conoscenze specifiche (e non di medievistica generale).
On Fairy-Stories è l'altro gioiello della corona, trattasi del testo programmatico in cui Tolkien ha enunciato la sua definizione di "racconto di fate" (o meglio ancora, "racconto fatato" o "racconto fantastico") come attività di "sub-creazione" che produce un "mondo secondario" e vi colloca storie basate sui grandi temi morali, per fornire "escapismo propositivo" ed "eucatastrofe" – e mi sto limitando ai concetti principali, perché il testo è una miniera di spunti e probabilmente se ne potrebbe tirare fuori tutta una ermeneutica.
English and Welsh confesso di averla saltata, perché va bene l'accessibilità ai profani, ma questo è materiale per Celtisti e Germanisti!
A Secret Vice è un gradevole testo minore che tesse l'elogio della creazione di lingue artificiali come arte di nicchia, il pezzo forte sono i poemi in elfico (presumo Quenya) per gli estimatori.
Il Valedictory Address è nientemeno che il vecchio Tolkien alla festa di pensionamento che decide di ritirarsi con il botto e smitraglia i suoi nemici accademici con tutte le frecciate conservate in cartuccera per quarant'anni, buona parte delle quali tristemente applicabile anche ad altre facoltà, di altri atenei, in altri tempi e luoghi (tutto il mondo è paese). Novantadue minuti di applausi per il paragrafo "Lit e Lang sono le due parti dello stesso gemello siamese: questa è la facoltà non di Lingua e Letteratura Inglese bensì di Inglese punto". La degna conclusione non solo della cavalcata professionale del prof. John Ronald, ma anche delle nostre lezioni postume.
Il mito è da sempre oggetto di analisi da parte di storici, filosofi, antropologi, sociologi, …
Assolutamente antiquato e limitato, assolutamente fonte di spunti
3 stelle
L'eroe dai mille volti è tutto meno che un libro facile: per capirlo bisogna conoscere a menadito la psicologia freudiana e junghiana, l'antropologia in generale e la storia delle religioni come disciplina autonoma – e bisogna saper decifrare le affermazioni epigrammatiche che Campbell dissemina per il saggio senza poi espanderle come meriterebbero.
Questo detto, io, che le basi di comprensione non le avevo affatto, l'ho trovato affascinante: consocevo superficialmente il modello del monomito eroico ed è stato formativo studarne la formulazione originaria, e mi ha affascinato apprendere da zero il monomito cosmogonico (perché io adoro i miti cosmogonici); di sicuro Campbell pecca un po' nel non presentare alcun caso di studio in cui sia possa individuare l'intero percorso del monomito, dall'inizio alla fine attraverso tutti i passaggi, e talvolta non è chiarissimo in che misura alcuni passaggi siano alternativi gli uni agli altri, ma nel complesso l'esposizione funziona e il …
L'eroe dai mille volti è tutto meno che un libro facile: per capirlo bisogna conoscere a menadito la psicologia freudiana e junghiana, l'antropologia in generale e la storia delle religioni come disciplina autonoma – e bisogna saper decifrare le affermazioni epigrammatiche che Campbell dissemina per il saggio senza poi espanderle come meriterebbero.
Questo detto, io, che le basi di comprensione non le avevo affatto, l'ho trovato affascinante: consocevo superficialmente il modello del monomito eroico ed è stato formativo studarne la formulazione originaria, e mi ha affascinato apprendere da zero il monomito cosmogonico (perché io adoro i miti cosmogonici); di sicuro Campbell pecca un po' nel non presentare alcun caso di studio in cui sia possa individuare l'intero percorso del monomito, dall'inizio alla fine attraverso tutti i passaggi, e talvolta non è chiarissimo in che misura alcuni passaggi siano alternativi gli uni agli altri, ma nel complesso l'esposizione funziona e il modello di analisi regge.
Data la mia ignoranza non saprei trarre le conseguenze dello studio di Campbell nel suo settore originario, ma di sicuro ora sono più attrezzato per comprenderne le applicazioni oblique alla critica letteraria (che è invece il mio campo).
Tra il 1885 e il 1901 Pierre Loti si recò in Giappone 5 volte, e …
Valido reportage, ma pecca di eurocentrismo quanto ti aspetteresti...
3 stelle
Ho una certa passione malsana per i diari di viaggio privati e i reportage giornalistici, come confermano le mie valutazioni a In Asia di Tiziano terzani o Kobane Calling di Zerocalcare, e devo dire che Alla sacra montagna di Nikkō è stata una bella aggiunta alla mia collezione. Certo, è un resoconto tardo ottocentesco di un diplomatico europeo in Giappone, quindi ci si deve aspettare razzismo paternalista verso la "ra**a gialla" (cit.), sguardo predatorio verso le donne autoctone e in generale classismo verso i lavoratori, tuttavia la penna di Monsieur Loti è indubbiamente vivace e pittorica e restituisce davvero, davvero bene i piccoli quadretti di vita quotidiana e i paesaggi agresti, "tropicali ma spostatisi per errore a Nord" (definizione assolutamente geniale), del Giappone provinciale – sicuramente c'è un atteggiamento esotizzante, ma mi azzardo a dire che a conti fatti l'orientalismo si stempera in meraviglia sincera e genuina, e c'è un …
Ho una certa passione malsana per i diari di viaggio privati e i reportage giornalistici, come confermano le mie valutazioni a In Asia di Tiziano terzani o Kobane Calling di Zerocalcare, e devo dire che Alla sacra montagna di Nikkō è stata una bella aggiunta alla mia collezione. Certo, è un resoconto tardo ottocentesco di un diplomatico europeo in Giappone, quindi ci si deve aspettare razzismo paternalista verso la "ra**a gialla" (cit.), sguardo predatorio verso le donne autoctone e in generale classismo verso i lavoratori, tuttavia la penna di Monsieur Loti è indubbiamente vivace e pittorica e restituisce davvero, davvero bene i piccoli quadretti di vita quotidiana e i paesaggi agresti, "tropicali ma spostatisi per errore a Nord" (definizione assolutamente geniale), del Giappone provinciale – sicuramente c'è un atteggiamento esotizzante, ma mi azzardo a dire che a conti fatti l'orientalismo si stempera in meraviglia sincera e genuina, e c'è un non-so-che di voluttuoso e malinconico che mi ha ricordato la prosa narrativa coeva del grande Oscar Wilde. Non do però più di 3 stelle su 5 perché la qualità della narrazione, secondo me, viene meno sul più bello, allorché Loti visita i mausolei degli shogun sulla montagna sacra: il nostro non fa alcuno sforzo particolare di comprendere ed esporre gli apparati decorativi dei sacrari in termini di simbologie rituali e motivi narrativi mitologici, bensì si limita a enumerarne la maestosità ciclopica e la raffinata tecnica esecutiva, e allorché si rende conto di aver esaurito il catalogo se ne scusa col pubblico dichiarando che purtroppo sono tutti templi simili – e per di più liquida in due parole secche la zona antica della necropoli dedicata agli antichi missionari buddisti, che da quelle poche righe mi sembrava estremamente affascinante. Un po' deludente, mon ami...
Jonathan Livingston è un gabbiano che abbandona la massa dei comuni gabbiani per i quali …
La schifezza che esce fuori quando uomini WASP cercano di scrivere di spiritualità
2 stelle
Durante una pulizia della soffitta ho trovato una copia de Il Gabbiano Jonathan Livingstone regalata in non so quale compleanno (o i 12 o i 13 anni, a giudicare dall'anno di stampa) e mai aperta, e visto che mi sono imposto di leggere più "classici" le ho dato una chance.
Mah.
La sostanza del racconto lungo (perché questo è) l'ho trovata povera: è una storia di formazione abbastanza striminzita in cui Jonny Livingstone è una trasparente metafora del pensatore che ambisce a sondare profondità spirituali, viene emarginato dal "profano volgo", trova la sua comunità d'elezione, ci si ambienta meravigliosamente e dopo un po' decide di rendere ciò che ha ricevuto, guidando altre giovani menti disperse come lo era lui. Insomma, nulla che non si possa trovare in una qualunque storia di persone appartenenti a una minoranza sociale, o di autocelebrazione dell'intellettuale come superuomo, e presumo che questo racconto piaccia proprio …
Durante una pulizia della soffitta ho trovato una copia de Il Gabbiano Jonathan Livingstone regalata in non so quale compleanno (o i 12 o i 13 anni, a giudicare dall'anno di stampa) e mai aperta, e visto che mi sono imposto di leggere più "classici" le ho dato una chance.
Mah.
La sostanza del racconto lungo (perché questo è) l'ho trovata povera: è una storia di formazione abbastanza striminzita in cui Jonny Livingstone è una trasparente metafora del pensatore che ambisce a sondare profondità spirituali, viene emarginato dal "profano volgo", trova la sua comunità d'elezione, ci si ambienta meravigliosamente e dopo un po' decide di rendere ciò che ha ricevuto, guidando altre giovani menti disperse come lo era lui. Insomma, nulla che non si possa trovare in una qualunque storia di persone appartenenti a una minoranza sociale, o di autocelebrazione dell'intellettuale come superuomo, e presumo che questo racconto piaccia proprio perché esegue quel tipo di narrativa in forma semplice e francamente sin troppo asettica.
O meglio, asettica no, perché l'aspetto più interessante dell'opera, quello che me lo fa considerare un 2,5 stelle quasi 3, è la dimensione spirituale-sacrale dell'esperienza di Jonathan, la fase centrale in cui la vicenda assume connotati da letteratura mistica decisamente avvincenti e stimolanti – e che dura fin troppo poco per sviluppare come si deve una mitopoiesi profonda, un immaginario e una tesi generale che diano sapore e unicità alla prospettiva morale di Jonathan.
Nel complesso, posso capire perché Il Gabbiano Jonathan Livingstone piaccia così tanto come narrativa per l'infanzia, ma a parer mio o lo si propone come testo facile propedeutico a opere più sofisticate, o se letto dopo materiale più fine sfigurerà di brutto.
Il racconto è ambientato nei sobborghi di Torino. La protagonista è la signorina Varetti, maestra …
È così realistico che è come prendersi una coltellata
4 stelle
"Oddio il Cretino di Crescenzago si è letto un romanzo realistico ottocentesco, che diavolo è successo!?"
Boh niente, è successo che de Amicis ha messo in scena con vigore straordinario una situazione sociale che di fatto è ancora uguale nella sostanza a distanza di 150 anni, cioè gestire una classe di scuola serale in cui tutta la popolazione studente è socialmente marginalizzata, parte degli allievi è demotivata, parte è direttamente già delinquenziata (mi si permetta il neologismo) e l'insegnante donna alle primissime armi è bersaglio ora di dispetti ora di molestie, a seconda dell'allievo. Ah, e il resto del corpo docenti è composto o da burocrati o da arrivisti e molla a sé senza complimenti la maestrina eponima. Breve, brutale, toccante, fonte di grande rabbia perché cambiano le sembianze, ma la miseria di chi è proletario e i mezzi ridotti di chi insegna restano uguali e il circolo vizioso non …
"Oddio il Cretino di Crescenzago si è letto un romanzo realistico ottocentesco, che diavolo è successo!?"
Boh niente, è successo che de Amicis ha messo in scena con vigore straordinario una situazione sociale che di fatto è ancora uguale nella sostanza a distanza di 150 anni, cioè gestire una classe di scuola serale in cui tutta la popolazione studente è socialmente marginalizzata, parte degli allievi è demotivata, parte è direttamente già delinquenziata (mi si permetta il neologismo) e l'insegnante donna alle primissime armi è bersaglio ora di dispetti ora di molestie, a seconda dell'allievo. Ah, e il resto del corpo docenti è composto o da burocrati o da arrivisti e molla a sé senza complimenti la maestrina eponima. Breve, brutale, toccante, fonte di grande rabbia perché cambiano le sembianze, ma la miseria di chi è proletario e i mezzi ridotti di chi insegna restano uguali e il circolo vizioso non si spezza. Ha ragione lo studente socialista, porcoddue.
Vita e morte di due amici rivali: una divertita meditazione sugli aspetti più grotteschi della …
Il meglio che la letteratura del cazzo può offrirci – e non è comunque il massimo
3 stelle
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Commento il "colpo di scena" finale, in realtà telefonatissimo
Per chi mi segue assiduamente, no, non mi hanno rubato le credenziali del profilo: ho sul serio inframmezzato un autore di "letteratura dotta contemporanea" alla mia usuale dieta di narrativa di genere e/o impegnata in senso smaccatamente progressista. Per altro, ho finalmente imparato che Ewan McGregor è l'attore, Ian McEwan è il romanziere, ma questo non ci riguarda.
Questo Amsterdam l'ho trovato... carino, suppongo? In termini di intreccio, è sostanzialmente l'equivalente in prosa di un film drammatico alto-borghese che si potrebbe vedere al cinema come produzione per la stagione primaverile, o in TV su un'emittente privata leggermente patinata tipo HBO:
- Antefatto: è il gennaio '98 e una famosa fotografa muore di malattia
- Incipit: il funerale della fotografa catalizza una crisi personale a suoi amici egualmente ricchi e potenti
- Trama A: l'amico compositore si esibisce in articolati soliloqui sull'impossibilità di catturare la scintilla artistica nell'epoca selvaggia della fine del millennio.
- Trama B: l'amico giornalista si ritrova per le mani un caso scandalistico che potrebbe sconcertare l'intero Regno Unito.
- Climax: compositore e giornalista si rivelano due idioti, si sputtanano la carriera a vicenda e si ammazzano l'un l'altro con una coreografia tanto astrusa quanto pretenziosa.
Indubbiamente la trama del reporter presenta tuttora il suo fascino, visto che mette in scena quel tipo di disfunzione dei media e del dibattito pubblico che ancora ci piaga la vita trent'anni dopo (e anzi, ormai stiamo molto peggio), dall'altro lato la trama del musicista si può apprezzare davvero solo avendo la formazione tecnica per star dietro alle sue raffinatissime elucubrazioni professionali – che non dubito McEwan abbia reso con estremo rigore, ma sinceramente mi ha causato il medesimo effetto "Che minchia sto leggendo" che mi inducono le scene di alpinismo/trekking/navigazione a vela.
Poi vabeh, per forza di cose l'opera ricade nel filone "Maschi Bianchi Etero Colti e Borghesi si auto-distruggono per la loro povertà morale" inaugurato quantomeno da La coscienza di Zeno, ovverosia un genere per cui io provo una certa qual antipatia, visto il nichilismo auto-assolutorio che gli fa da fondamento ideologico, ergo era fisiologica una certa sensazione di già visto e già fatto. Però dài, è stata una lettura educativa per ricordarmi cosa interessa al gotha dell'editoria.