cretinodicrescenzago ha valutato La fiaba come racconto: 4 stelle

La fiaba come racconto di Beatrice Solinas Donghi
Prefazione e cura di Pino Boerio
Quando nel 1976 uscì da Marsilio la prima edizione di La fiaba come racconto …
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Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò. Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
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Prefazione e cura di Pino Boerio
Quando nel 1976 uscì da Marsilio la prima edizione di La fiaba come racconto …
Dopo Peter and Wendy ho proseguito la mia lettura di classici per l'infanzia ottocenteschi con il primo Jungle Book e pure questa volta mi ha spiazzato che la vulgata, frutto di adattamenti di adattamenti, non rispecchi minimamente l'opera originale. Innanzitutto, il testo di Kipling non è un romanzo di formazione unitario dedicato al famoso Mowgli, il bimbo della giungla antesignano di Tarzan, bensì una raccolta di racconti di animali parlanti di cui metà sono effettivamente avventure di Mowgli, metà sono vicende autoconclusive sempre di ambientazione indiana, e l'ultima (ma, significativamente, centrale nella disposizione) si svolge in aperto Oceano Pacifico. In secondo luogo, nel ciclo di Mowgli i tipi umani ipostatizzati dagli animali parlanti sono totalmente sfasati rispetto a come ce li vende da decenni l'adattamento disneyano: la tigre Shere Khan non è un avversario meramente prepotente, bensì fedifrago ingannatore e vigliacco, ed è con astuzia e violenza spietata che Mowgli …
Dopo Peter and Wendy ho proseguito la mia lettura di classici per l'infanzia ottocenteschi con il primo Jungle Book e pure questa volta mi ha spiazzato che la vulgata, frutto di adattamenti di adattamenti, non rispecchi minimamente l'opera originale. Innanzitutto, il testo di Kipling non è un romanzo di formazione unitario dedicato al famoso Mowgli, il bimbo della giungla antesignano di Tarzan, bensì una raccolta di racconti di animali parlanti di cui metà sono effettivamente avventure di Mowgli, metà sono vicende autoconclusive sempre di ambientazione indiana, e l'ultima (ma, significativamente, centrale nella disposizione) si svolge in aperto Oceano Pacifico. In secondo luogo, nel ciclo di Mowgli i tipi umani ipostatizzati dagli animali parlanti sono totalmente sfasati rispetto a come ce li vende da decenni l'adattamento disneyano: la tigre Shere Khan non è un avversario meramente prepotente, bensì fedifrago ingannatore e vigliacco, ed è con astuzia e violenza spietata che Mowgli deve sconfiggerla; il branco di lupi che accoglie il cucciolo d'uomo alla nascita, e il villaggio umano che lo rivuole da grandicello, non sono meri punti di partenza o arrivo, ma scenari articolati dove Mowgli sperimenta la propria eterna alterità e assapora sia i limiti del vivere umano sia la faciloneria del vivere lupesco; Baloo l'orso, Baghera la pantera e Ka il serpente sono tutti mentori di notevole spessore, nessuno di loro caricaturale, ma anzi tutti dotati di una certa aria di autorevolezza; solo il branco delle scimmie risulta relativamente familiare, risultando comunque ben più perfido e malevolo nel testo kiplingiano. Venendo invece ai racconti autoconclusivi, "Toomai of the Elephants" è leggibile ma secondo me non eccezionale, una semplice cronaca di un episodio che, per l'India britannica, ammonterebbe a una leggenda metropolitana; "Rikki-Tikki-Tavi" è probabilmente il mio preferito e rappresenta una piccola storia di formazione avventurosa in cui l'eponima mangusta sviluppa il proprio pieno potenziale come cacciatore di serpi (sì, non nego che Dama Cobra è dipinta così perfida che parteggiare contro di lei è stato appagante); "Her Majesty's Servants" riprende ed espande il tema di giustificazione dell'imperialismo britannico già soggiacente al racconto precedente, lo eleva a obiettivo pedagogico esplicito della vicenda, e a livello retorico ha una potenza formidabile, così che ci si rende potentemente conto del perché questa letteratura riuscisse ad alimentare senza fallo il gingoismo di età vittoriana ed edoardiana. Resto un po' perplesso dall'inclusione di "The White Seal", sia per la sua ambientazione nelle isole pacifiche presso le coste dell'Alaska, sia perché il suo tono un po' mosaico-messianico non sembra incastrarsi granché, tematicamente, con gli altri racconti... ma immagino che Kipling avesse i propri motivi.
Ah, e non dimentichiamo le filastrocche in appendice a ciascuna novella, tutte orecchiabilissime, tutte degne di impararle a memoria!
Per parte mia, esperienza interessantissima.
Prima di compiere i 40 anni mi piacerebbe leggere un po' di quei romanzi per l'infanzia antichi che, da piccolo, ho conosciuto solo nelle versioni edulcorate dei Walt Disney Animation Studios, e ho iniziato questo viaggio da Peter and Wendy. Che dire, WOW. L'opera originale è l'esatto contrario di quell'inno all'avventura spensierata pseudo-Salgariana che mi aspettavo: viceversa, è un racconto di fine umorismo nero in cui Peter Pan stesso è un essere amorale che indulge nella prepotenza e nell'egocentrismo a scapito dei suoi cosiddetti amici, capitan Uncino è un suo degnissimo avversario poiché tanto violento quanto elegante e aggraziato (straordinaria la sua connotazione implicita come gentiluomo decaduto), la sparizione dei tre fratelli Darling è giustamente vissuta dalla famiglia come una tragedia che la voce narrante di Barrie narra con perfida ironia, le battaglie fra le fazioni dell'Isola che non c'è sono descritte come letali e sanguinose con la massima …
Prima di compiere i 40 anni mi piacerebbe leggere un po' di quei romanzi per l'infanzia antichi che, da piccolo, ho conosciuto solo nelle versioni edulcorate dei Walt Disney Animation Studios, e ho iniziato questo viaggio da Peter and Wendy. Che dire, WOW. L'opera originale è l'esatto contrario di quell'inno all'avventura spensierata pseudo-Salgariana che mi aspettavo: viceversa, è un racconto di fine umorismo nero in cui Peter Pan stesso è un essere amorale che indulge nella prepotenza e nell'egocentrismo a scapito dei suoi cosiddetti amici, capitan Uncino è un suo degnissimo avversario poiché tanto violento quanto elegante e aggraziato (straordinaria la sua connotazione implicita come gentiluomo decaduto), la sparizione dei tre fratelli Darling è giustamente vissuta dalla famiglia come una tragedia che la voce narrante di Barrie narra con perfida ironia, le battaglie fra le fazioni dell'Isola che non c'è sono descritte come letali e sanguinose con la massima pacatezza sorniana, e oggettivamente c'è del morboso nella relazione fra Peter e Wendy, perpetuamente sospesa fra un viscido flirt infantile a imitazione di quelli adulti e una surroga di maternità - e la scena conclusiva, inerente la "maledizione" che Peter impone alle donne della famiglia Darling, chiude l'opera con una nota amarissima. Insomma, non ho mai letto un romanzo che riesca a tal punto a prendere una trama semplice e caricarla di strati di scavo psicologico attraverso i virtuosisimi di una voce narrante così finemente calibrata; tanto di cappello.
Ero curioso di leggere il Burroughs minore, quello dei pochi romanzi autoconclusivi anziché delle lunghissime saghe, e la mia scelta è caduta su questo Beyond Thirty, testo ai tempi fantascientifico, oggi retro-futuristico... comunque un po' povero a livello speculativo. Sono indubbiamente apprezzabili i capitoli iniziali sull'utopia tecnologicamente avanzata della federazione di Pan-America (e siamo circa 80 anni prima della Panem di Hunger Games), è discretamente interessante la sezione iniziale in cui la zatterra di naufraghi panamericani si avventura nella perduta Inghilterra del proibito Vecchio Mondo... è francamente poco ispirato il grosso della vicenda, in cui Burroughs inanella una dopo l'altra le situazioni più trite e convenzionali dell'avventura marziale ambientata in un generico paese esotico, tra assalti di fiere, guerricciole fra popoli primitivi, infide diserzioni di un fedifrago fra gli eroi occidentali: niente che non si potrebbe trovare identico in un romanzetto di safari nell'Africa Nera o di risalita …
Ero curioso di leggere il Burroughs minore, quello dei pochi romanzi autoconclusivi anziché delle lunghissime saghe, e la mia scelta è caduta su questo Beyond Thirty, testo ai tempi fantascientifico, oggi retro-futuristico... comunque un po' povero a livello speculativo. Sono indubbiamente apprezzabili i capitoli iniziali sull'utopia tecnologicamente avanzata della federazione di Pan-America (e siamo circa 80 anni prima della Panem di Hunger Games), è discretamente interessante la sezione iniziale in cui la zatterra di naufraghi panamericani si avventura nella perduta Inghilterra del proibito Vecchio Mondo... è francamente poco ispirato il grosso della vicenda, in cui Burroughs inanella una dopo l'altra le situazioni più trite e convenzionali dell'avventura marziale ambientata in un generico paese esotico, tra assalti di fiere, guerricciole fra popoli primitivi, infide diserzioni di un fedifrago fra gli eroi occidentali: niente che non si potrebbe trovare identico in un romanzetto di safari nell'Africa Nera o di risalita del Rio delle Amazzoni, semplicemente stavolta i barbari sono uomini bianchi rinselvatichiti (sic). A peggiorare le cose, è solo nell'ultimissima parte del romanzo, in passaggi quantomai frettolosi, che finalmente i nostri eroi incontrano civiltà articolate che hanno costruito qualcosa di nuovo e interessante, in questo ipotetico XXII secolo, e ovviamente tale sezione dell'intreccio è sia la più avvincente sia la più sbrigativa: non ci fosse stata, altro che valutazione di 3/5 al pelo, sarei stato generoso a stare sul 2/5.
Nel complesso si lascia leggere, ma non è certo l'eccellenza nel suo genere.


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