cretinodicrescenzago ha finito di leggere The Dark World di Henry Kuttner

The Dark World di Henry Kuttner
World War II veteran Edward Bond’s recuperation from a disastrous fighter plane crash takes a distinct turn for the weird …
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Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò. Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
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Completato! cretinodicrescenzago ha letto 16 di 12 libri.

World War II veteran Edward Bond’s recuperation from a disastrous fighter plane crash takes a distinct turn for the weird …
Dopo aver letto diversi loro racconti individuali medi-lunghi o romanzi scritti in collaborazione, mi sono finalmente deciso a scoprire i racconti collaborativi dei coniugi Henry Kuttner e C.L. Moore e non potevo non iniziare da No Boundaries: l'unica raccolta di collaborazioni che i due hanno curato congiuntamente prima della morte di Kuttner. L'impressione è assai positiva e ora capisco perché "Hank e Catherine" fossero considerati dei pezzi da Novanta del gotha letterario di settant'anni fa.
L'antologia in esame raccoglie 5 racconti composti nell'arco di 15 anni, quattro apparsi ciascuno su una rivista diversa e il quinto scritto apposta per questo volume, e trovo che la selezione dia un'ottima panoramica di tutti in campi su cui operavano Kuttner e Moore, mantenendo sempre con un buon livello. Vediamo quindi i singoli testi:
Dopo aver letto diversi loro racconti individuali medi-lunghi o romanzi scritti in collaborazione, mi sono finalmente deciso a scoprire i racconti collaborativi dei coniugi Henry Kuttner e C.L. Moore e non potevo non iniziare da No Boundaries: l'unica raccolta di collaborazioni che i due hanno curato congiuntamente prima della morte di Kuttner. L'impressione è assai positiva e ora capisco perché "Hank e Catherine" fossero considerati dei pezzi da Novanta del gotha letterario di settant'anni fa.
L'antologia in esame raccoglie 5 racconti composti nell'arco di 15 anni, quattro apparsi ciascuno su una rivista diversa e il quinto scritto apposta per questo volume, e trovo che la selezione dia un'ottima panoramica di tutti in campi su cui operavano Kuttner e Moore, mantenendo sempre con un buon livello. Vediamo quindi i singoli testi:
L'antologia nel suo complesso sarebbe un 4 pieno, ma ancora una volta solo Gollancz la stampa in ebook e ancora una volta la quantità di refusi è intollerabile...

Here is an anthology that explores the furthest reaches of imagination and the closest areas of emotion with power and …
Dopo The Warhound and the World's Pain ecco che concludiamo la dilogia dei Von Bek con The City in the Autumn Stars, in cui il buon ritter Manfred von Bek porta avanti la caccia al Graal del suo bisavolo Ulrich nell'anno 1793: nel complesso un romanzo superiore al primo sotto certi aspetti, inferiore sotto altri, sicuramente godibile ma non perfetto.
Partiamo dai meriti: anche questa volta Moorcock non si limita a scrivere un romanzo storico, bensì scrive direttamente le finte memorie del suo protagonista simulando una prosa antica, e di conseguenza la prima sezione del romanzo è un delizioso omaggio sardonico alla letteratura del tardo Illuminismo e proto Romanticismo, con Manfred tutto intento a meditare sui grandi filosofi della Ragione e a rigettare quel misticismo Sturm und Drang che però gli scorre nel suo sangue teutonico (esemplare la scena di vagabondaggi fra le Alpi svizzere che odora tanto di …
Dopo The Warhound and the World's Pain ecco che concludiamo la dilogia dei Von Bek con The City in the Autumn Stars, in cui il buon ritter Manfred von Bek porta avanti la caccia al Graal del suo bisavolo Ulrich nell'anno 1793: nel complesso un romanzo superiore al primo sotto certi aspetti, inferiore sotto altri, sicuramente godibile ma non perfetto.
Partiamo dai meriti: anche questa volta Moorcock non si limita a scrivere un romanzo storico, bensì scrive direttamente le finte memorie del suo protagonista simulando una prosa antica, e di conseguenza la prima sezione del romanzo è un delizioso omaggio sardonico alla letteratura del tardo Illuminismo e proto Romanticismo, con Manfred tutto intento a meditare sui grandi filosofi della Ragione e a rigettare quel misticismo Sturm und Drang che però gli scorre nel suo sangue teutonico (esemplare la scena di vagabondaggi fra le Alpi svizzere che odora tanto di Jacopo Ortis a Ventimiglia); in secondo luogo la suddetta atmosfera di trapasso fra le epoche va a colorare una trama solidissima di vagabondaggi e innamoramenti, permanenze in ostelli e cospirazioni truffaldine (l'ingegner St Odhran è una spalla fenomenale), che tiene incollati alla pagina come piace a me – e l'atmosfera quintessenzialmente mitteleuropea di Mirenburg è la ciliegina sulla torta. L'asino casca circa a metà romanzo, allorché si entra nel vivo della vicenda e le avventure di Manfred lo indirizzano inequivocabilmente alla ricerca del Graal, nell'eponima Città nelle Stelle Autunnali: a questo punto il ritmo della trama si impantana e ci dobbiamo sorbire diversi capitoli di situazioni autoreferenziali in cui l'intreccio non avanza di un millimetro e Moorcock ci inonda di scenette allegoriche e di ciance esistenziali – cosa che palesemente è di suo gusto, ma secondo me è un netto peggioramento rispetto al perfetto equilibrio fra concretezza e fantasmagoria, fra intreccio e atmosfera, che aveva trovato in The Warhound and the War Pain. E a peggiorare la situazione, laddove il cast di antagonisti del primo romanzo funzionava benissimo, a questo giro il trio Klosterheim-Montsorbier-Von Bresnvorts è una palla al piede che ingolfa l'intreccio con scontri senza costrutto: avrei preferito di gran lunga più spazio al rapporto deuteragonistico fra Manfred e Libussa! Ciò detto, il romanzo non si impantana in una sfilata di scene surreali come Moorcock farà tre anni dopo in The Fortress of the Pearl e arriva a un finale sontuoso che incolla alla pagina e lascia lo stomaco in subbuglio, resituendo quel senso di "sublime cosmico" e di "pietà e terrore" che chiaramente il giovane Moorcock aveva tentato, invano, di creare già in Stormbringer! (di cui per certi versi abbiamo una palinodia) – e ciò è un risultato notevolissimo che quasi compensa le debolezze precedenti.

The City In The Autumn Stars: Being A Continuation Of The Story Of The Von Bek Family And Its …
Avviso sul contenuto Commento esplicito ai toni del finale
Fra 2019 e 2020 fa mi sono sciroppato la celebratissima serie sword and sorcery di Elric di Melniboné, considerata il capolavoro di Michael Moorcock, e l'ho trovata estremamente sgraziata e altalenante; il mese scorso ho voluto dare una seconda chance al Nostro con la sua semisconosciuta dilogia fantascientifica di Karl Glogauer (Behold The Man e [book:Breakfast in the Ruins and Other Stories) e l'ho adorata; morale, ora mi sono arrischiato a leggere la dilogia di fantasy storico dei Von Bek, che inizia con questo The Warhound and the World's Pain, e mi è piaciuto moltissimo (sarebbero 4,5 stelle, in realtà, ma arrotondo volentieri!).
Il romanzo, per parte mia, è geniale su almeno tre livelli diversi: in primo luogo si svolge nella Germania della Guerra dei Trent'Anni, finge di essere l'autobiografia del protagonista (tecnica che adoro) e costruisce il proprio immaginario magico sulle vere superstizioni del tardo Rinascimento-primo Barocco, con un tripudio di filosofi naturali, santoni, diavoli e streghe, animali meccanici e scenari da romanzo cavalleresco con tocchi qua e là di fate leziose; in secondo luogo intreccia assieme, rivoltandoli su sé stessi, i seminali motivi narrativi del patto col diavolo e della cerca del Graal, giacché il nostro eroe capitano Ulrich von Bek viene assunto da un Lucifero in crisi d'identità e incaricato di recuperare il Graal affinché Lucifero sia riammesso in Paradiso (credetemi, ha senso); in terzo luogo, la cerca del Graal condotta dal buon Ulrich si sviluppa come una sequela di episodi vivaci e ben ritmati, come nei migliori romanzi picareschi, ciascuno dei quali sintetizza squisitamente scenari fantasmagorici con probabile sottotesto allegorico e arguti dialoghi di meditazione sulla natura umana e il senso della guerra fra Paradiso e Inferno, culminando in un finale appagante che sarebbe piaciuto a Tolkien — non c'è eucatastrofe migliore di Dio che incarica Lucifero di educare gli umani a vivere in Armonia con il cosmo, in particolare accettando la mortalità. Aggiungiamo poi che Ulrich, Grigoriy, Klosterheim, Philander, Sabrina e lo stesso Lucifero sono personaggi adorabili, statici sì ma perfetti per un romanzo cavalleresco sui generis, e che il testo strabocca di allusioni alla cosmogonia che Moorcock aveva già elaborato nel ciclo di Elric, il che restituisce con successo la sensazione di un singolo episodio in un arazzo più vasto – arazzo che avrò piacere di dipanare continuando le mie letture moorcockiane.

This is the story of Ulrich von Bek, a cynical mercenary who sells his skills as a soldier in the …
Avviso sul contenuto Commenti esplicit ai colpi di scena del finale
Premessa storica: Moorcock inizialmente voleva concludere la saga di John Daker nel 1975 con il mega-romanzo crossover The Quest for Tanelorn (versione dalla prospettiva di Dorian Hawkmoon) / The Sailor on the Seas of Fate (versione dalla prospettiva di Elric), ma nel 1986 ha voluto dedicare al buon John un terzo romanzo suo personale ambientato dopo il crossover, appunto The Dragon in the Sword.
Com'era prevedibile per un semi-retcon, questo ultimo episodio del ciclo non parte granché bene: si inizia con una vasta e lenta sezione introduttiva che fa da ponte temporale con il secondo romanzo, dopodiché Daker ancora una volta trasmigra in un altro mondo, si incarna nel principe Flamadin – e mentre vagabonda in giro per paludi oniriche e città galleggiati a vapore (sic) gli piovono addosso una spalla nella persona del conte Ulric von Bek (discendente dell'eroe di The Warhound and the World's Pain) e la comprimaria femminile per le pari opportunità dama Alisaard, dopodiché i tre si imbarcano in un Giro del Mondo in Tot Giorni per recuperare un importante MacGuffin, prima che lo trovino i perfidi seguaci del Caos. Ebbene sì, da un lato Moorcock ha sostituito l'originario finale crossover sul quartetto Daker-Elric-Corum-Hawkmoon con un "nuovo" crossover Daker-Famiglia Von Bek-Personaggio Originale, dall'altro lato la struttura generale dell'intreccio è sputata identica a quella dei romanzi aggiunti in quegli stessi anni al ciclo di Elric, The Fortress of the Pearl e The Revenge of the Rose: così come Elric si ritrova coinvolto, entrambe le volte, in una storia di caccia al tesoro attraverso paesaggi surreali che sanno un po' tanto di parco a tema, allo stesso modo pure Daker-Flamadin accetta di compiere una caccia al tesoro viaggiando in lungo e in largo per il mondo magico del giorno. E come se questa struttura di trama non fosse già di per sé trita ed elementare, anche Daker-Flamadin, proprio come Elric, viene sostanzialmente degradato a spettatore passivo di una vicenda affrontata principalmente dall'amazzone proattiva (Oone-Rosa-Alisaard) e dalla spalla comica (Jaspar-Ernest-Ulric), ed eventi anche molto minori sono appesantiti da una prosa ritorta e infiorettata come quella che piagava la sezione centrale di The City in the Autumn Stars – secondo dei due romanzi dedicati ai von Bek e anch'esso, guarda caso, un testo fantastico del Moorcock quasi cinquantenne. Ora, perché The Dragon in the Sword mi è comunque piaciuto più dei suoi tre "gemelli" The City in the Autumns Stars, The Fortress of the Pearl e The Revenge of the Rose? Perché in questo caso la prosa barocca del Moorcock anziano non annega l'identità originale della saga di John Daker. Sì, all'inizio della vicenda il nostro eroe accetta supinamente la missione di caccia al tesoro come se fosse un protagonista adolescente medio di un fantasy tolkienista medio, ma la supinità fa parte del suo arco caratteriale di "eroe nolente" (in pratica è passato realisticamente dalla furia ribelle alla rassegnazione); sì, quel maledetto di Sepiriz riappare per fare da Gandalf dei poveri come era successo in Stormbringer!, ma almeno la sua presenza è suggestiva e ben integrata nella cosmologia del Multiverso, anziché un deus ex machina ambulante; sì, Ulric e Alisaard rubano spazio a Daker e non sono personaggi interessanti quanto Lucifero, re Rigenos o il Nigeriano, ma in molti casi fanno tenerezza e gli si vuol bene; sì, i paesi fatati dei Sei Reami della Ruota sembrano esistere apposta come attrazioni turistiche in attesa di essere visitate dagli eroi, ma sono surreali senza diventare eccessivamente cerebrali, a differenza delle dimensioni visitate da Elric nei propri midquel. In più la malvagia regina Sharadim dà la birra per spessore ai suoi omologhi degli altri romanzi di questa fase, gli studenti dei barconi e i principi ursini sono abbastanza riusciti come comprimari positivi, e soprattutto la sezione conclusiva del romanzo è spettacolare – si viaggia su e giù per il Multiverso, si influenzano linee temporali, si medita sulla vera natura dell'Equilibrio Cosmico mantenendo solennità (anziché scadendo nello spiegone), scendono in battaglia i Guerrieri sul Ciglio del Tempo, e la partenza delle Eldren è una scena così piacevolmente tolkieniana che più non si più. Dulcis in fundo, nel climax e nello scioglimento della vicenda John Daker torna a essere protagonista assoluto, e la risoluzione ultima della sua avventura è quasi commovente.
Che dire, confermo che, pur con una caduta di stile al centro del terzo romanzo, la trilogia di John Daker è spettacolare, sia di per sé sia in quanto testo d'ingresso al corpus di Moorcock, e fa benissimo il paio con la dilogia di Karl Glogauer. Sventuratamente per me, proprio come Jermays il Contorto continuerò a girare nel Multiverso.

The third book of The Eternal Champion trilogy.
John Daker is the Eternal Champion, trapped in a dimensionless plane outside …
Il secondo volume della saga di John Daker è andato, e l'entusiasmo si moltiplica: Phoenix in Obsidian parte da dove si era fermato The Eternal Champion, abbandona alcuni elementi del primo romanzo, ne introduce altri, e il risultato è un racconto picaresco avvincente con alti picchi di dramma. Da una parte, la nuova incarnazione di John Daker nel conte Urlik Skarsol è descritta, sensatamente, come trauma che si somma a trauma e la crisi d'identità del nostro eroe, logicamente, peggiora di capitolo in capitolo; dall'altra parte, il mondo natale di Urlik è una spettacolare Terra Morente avvolta da un'era glaciale e costellata di città-caverne e di mostri marini domestici, e ciò sia si distacca efficacemente dall'estetica del primo episodio sia costituisce, di suo, una boccata d'aria fresca; in termini di intreccio, il romanzo si prende i suoi bravi tempi per far vagabondare e acclimatare il povero John (e noi …
Il secondo volume della saga di John Daker è andato, e l'entusiasmo si moltiplica: Phoenix in Obsidian parte da dove si era fermato The Eternal Champion, abbandona alcuni elementi del primo romanzo, ne introduce altri, e il risultato è un racconto picaresco avvincente con alti picchi di dramma. Da una parte, la nuova incarnazione di John Daker nel conte Urlik Skarsol è descritta, sensatamente, come trauma che si somma a trauma e la crisi d'identità del nostro eroe, logicamente, peggiora di capitolo in capitolo; dall'altra parte, il mondo natale di Urlik è una spettacolare Terra Morente avvolta da un'era glaciale e costellata di città-caverne e di mostri marini domestici, e ciò sia si distacca efficacemente dall'estetica del primo episodio sia costituisce, di suo, una boccata d'aria fresca; in termini di intreccio, il romanzo si prende i suoi bravi tempi per far vagabondare e acclimatare il povero John (e noi con lui) nel nuovo mondo, ma la vicenda si mantiene fermamente nel campo del "racconto di viaggio" e non degenera mai in un "giro turistico di Fantasilandia", e quando scatta finalmente il conflitto centrale abbiamo delle situazioni di grande pathos; infine, tale pathos viene, ancora una volta, dalle scene mistiche in cui Moorcock mette in scena allusivamente la cosmologia del suo Multiverso, e in particolare dall'ingresso in scena della Spada Nera – e lì l'autore ci regala dei picchi di vero orrore. Certo, forse l'opera sarebbe stata davvero perfetta se gli antagonisti avessero avuto un pochino di caratterizzazione extra, ma la qualità è comunque alta.
Promosso anche questo a pieni voti, e sinceramente non capisco perché l'opinione pubblica riconosca in Elric di Melniboné il personaggio migliore di Moorcock: tutto ciò che Elric fa in forma verbosa e mal costruita, John Daker lo offre con grazia e maturità infinitamente maggiore.

The second book of The Eternal Champion trilogy.
As Erekose, the Eternal Champion, he slew the human race that had …
Avviso sul contenuto Commenti alla risoluzione di un mistero che punteggia tutto il romanzo
Sei mesi dopo la dilogia dei Von Bek mi è tornata la voglia di avventurarmi nel corpus di Michael Moorcock e ho compiuto il passo fatidico: ho letto The Eternal Champion, primo volume della trilogia di John Daker, conscio che che per capire del tutto questa serie dovrò sciropparmi pure l'esalogia di Corum e l'eptalogia di Hawkmoon (l'ottologia di Elric mi rifiuto di rileggerla, anche se aiuterebbe).
Che dire, no è stata semplicemente una piacevole sorpresa, ma proprio un'esperienza appassionante. In primo luogo, avendo letto la prima stesura breve di questo romanzo in Elric: The Sleeping Sorceress and Other Stories conoscevo (e apprezzavo) già l'intreccio generale e un po' temevo che questa redazione lunga si limitasse a copincollare l'intero testo breve, cucendoci dentro paragrafi e capitoli nuovi (come era stato fatto con Behold The Man) – e invece ho avuto tra le mani una riscrittura completa, quindi non c'è mai stato senso di dejà vu. In secondo luogo, il romanzo è né più né meno che una eccellentissima decostruzione dei "fantasy a portale" (o isekai, per i più giovani): la voce narrante in prima persona di John Daker, uomo comune del XX secolo, è sempre sul pezzo e mai verbosa (oso dire che quasi non c'è una parola di troppo); la sua reincarnazione forzata in ser Erekosë causa una crisi d'identità credibile e drammatica (senza diventare melodrammatica); le scene d'azione nelle sue avventure come Erekosë conciliano efficacemente lo spettacolare con il rivoltante, senza scadere quindi né nella gigioneria né nel gusto dell'orrido; i comprimari non sono eccessivamente complessi, ma hanno quel giusto di personalità per fare efficacemente da contrasto al nostro eroe sfaccettato; l'ambientazione trasmette una piacevole estetica da XV secolo incantanto con quel tocco science fantasy che non guasta mai; il dilemma morale centrale nell'avventura e la sua risoluzione ultima sono non solo interessanti, ma potentemente emotivi. Ma soprattutto, le visioni di Daker che rivelano la sua natura di semidio proteiforme destinato a esistere in ogni dimensione del Multiverso causano un meraviglioso senso di sbigottimento davanti a un grande mistero cosmico, e la voglia matta di saperne di più – il che, del resto, è una delle esperienze estetiche che si cercano nella narrativa di magia; va poi rimarcato che queste visioni servono a Moorcock per indirizzare il pubblico verso i suoi altri lavori interconnessi al ciclo di Daker, e che dire, quel volpone l'ha pensata egregiamente.
Non un romanzo perfetto in quanto non arriva all'alta statura intellettuale di un Dune, ma è poco sotto per qualità complessiva. E urge continuare la trilogia.

The first book of The Eternal Champion trilogy.
Erekose is the Eternal Champion: pulled by the tides of chance through …
Avviso sul contenuto Possibili allusioni al finale della storia di un personaggio secondario
Vox populi: "Ohi, ma la smetti di leggere ogni anno dai 2 ai 5 romanzi di Michael Moorcock?" Il sottoscritto: "AHAHAHA NO"
Dopo la parziale delusione di Warriors of Mars la voglia di un romanzo d'avventura fantastica mi era rimasta, ergo mi sono lanciato sulla seconda opera giovanile di Moorcock (dopo l'orrendo Sojan the Swordsman composto al liceo), e devo riconoscere che questo The Golden Barge è una piccola gemma: il Moorcock diciannovenne doveva essere benedetto dalle Muse, perché è riuscito a mettere assieme un incrocio affascinante e funzionante fra una cerca cavalleresca medievale e un romanzo di formazione nichilista alla Il giovane Holden. Da un lato, la struttura generale degli eventi e le connotazioni psicologiche danno al romanzo una gradevole patina fiabesca: il nostro eroe Jephraim Tallow ha la fisionomia grottesca e gli appetiti essenziali di un buffone medievale e il suo inseguimento della Chiatta d'Oro eponima per raggiungere "la vera conoscenza" ha molto della cerca del Santo Graal, la coprotagonista Pandora si muove obiettivamente lungo l'asse psicologico tradizionale "Madonna-Puttana" (con tutte le implicazioni sgradevoli conseguenti...), e la concatenazione di soste avventurose lungo l'asse del Grande Fiume ha un che di odisseico, specialmente nella tappa della città di Melibone (sic!) che odora moltissimo di isola di Scheria. Dall'altro lato, le tribolazioni di Jephraim sono indiscutibilmente esperienze paradigmatiche dell'Europa postbellica stretta dalla Guerra Fredda: internamenti che sanno di kafkiano e di buzzatiano, bagordi orgiastici che sembrano anticipare la Londra-Melniboné del ciclo di Elric, carestie ed epidemie memori dei massacri del '39-'45 (e profetiche di quelli successivi), il conflitto culturale fra il razionalista individualista Jephraim e il predicatore misticheggiante Mesmers, la lunga e appassionante vicenda delle lotte intestine nel regno di Rimsho forse modellata sulla guerra civile greca del '43-'49 e terrificante prefigurazione di tanti golpe del secolo scorso (la vicenda del colonnello Zhist, mutatis mutandis, mi ha fatto pensare con più di un brivido alla parabola di Salvador Allende). Posti questi meriti, il difetto del romanzo è quello indicato con grande franchezza e obiettività nella prefazione: come ogni opera prima abbonda di energia ma manca di finezza, e la vicenda psicologica di Jephraim, la sua ricerca di completa autonomia solipsista dal consorzio umano, è espressa un po' troppo poco lasciando parlare le sue azioni e un po' tanto da discettazioni filosofiche roboanti che lo vedono contrapporsi ad altri personaggi. Diciamo che al terzo dialogo (o talvolta soliloquio) che esplicita i significati inconsci di eventi precedenti, la cosa diventa un po' pesante – ma comunque ben più interessante de La coscienza di Zeno, detto fuori dai denti. In chiusura, un piccolo bel romanzo imperfetto ma densissimo. Consigliato assai.

Jephraim Tallow went naked to his mirror and viewed his strange body – stranger now for the absence of a …