Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò.
Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
The Sword of Welleran -- The Fall of Bubbulkund -- The Kith of the Elf-Folk …
L'origine di tutta la fantasy anglofona
4 stelle
Ok, un altro iperfocus autistico si è compiuto: dopo i Fifty-One Tales, i A Dreamer's Tales, e i Tales of Three Hemispheres, con questo The Sword of Welleran and Other Stories ho letto tutti i quattro volumi di racconti fantastici autoconclusivi di lord Dunsany (la dilogia di Pegana e la dilogia delle Meraviglie in un altro momento!), e per combinazione ho tenuto per ultimo il primo dei quattro tomi, primo per anno di pubblicazione – e per qualità letteraria.
Sì, perché il grosso di questo volume consiste dei quattro straordinari racconti lunghi "The Sword of Welleran" (per altro mio primo, gradevole incontro con lord Dunsany entro l'antologia Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy), "The Fall of Babbulkund", "The Kith of the Elf Folk" e "The Fortress Unvanquishable, Save for Sacnoth", nei quali si alternano atmosfere di antichità mediterranea e di oscuro medioevo germanico, …
Ok, un altro iperfocus autistico si è compiuto: dopo i Fifty-One Tales, i A Dreamer's Tales, e i Tales of Three Hemispheres, con questo The Sword of Welleran and Other Stories ho letto tutti i quattro volumi di racconti fantastici autoconclusivi di lord Dunsany (la dilogia di Pegana e la dilogia delle Meraviglie in un altro momento!), e per combinazione ho tenuto per ultimo il primo dei quattro tomi, primo per anno di pubblicazione – e per qualità letteraria.
Sì, perché il grosso di questo volume consiste dei quattro straordinari racconti lunghi "The Sword of Welleran" (per altro mio primo, gradevole incontro con lord Dunsany entro l'antologia Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy), "The Fall of Babbulkund", "The Kith of the Elf Folk" e "The Fortress Unvanquishable, Save for Sacnoth", nei quali si alternano atmosfere di antichità mediterranea e di oscuro medioevo germanico, pantheon classicheggianti e spiritualità cristiana, sinestesie tali per cui taluni scene "odorano" di marmo e di trombe, ora di paglia e zampogne, in generale quello stesso tono da mito d'autore che avevo riscontrato nei pezzi migliori di A Dreamer's Tales. E per quanto riguarda i rimanenti testi brevi, ho molto molto apprezzato la commedia nera di "The Ghosts", la prosa ritmica da ballata popolare di "The Highwayman", lo scavo introspettivo autobiografico di "In the Twilight" e l'immaginario (di nuovo) cristiano alla base di "The Doom of La Traviata". La varietà stilistica e contenutistica della selezione è davvero unica, e rende davvero ragione della massima accademica "Ogni filone di letteratura fantasy nasce da questo o quel testo breve di Dunsany".
Perché quindi non do 5/5, per una volta? A parte la presenza di refusi gravissimi in questa edizione elettronica, non negherò che l'ultimo paio di racconti mi ha lasciato freddo, ritrovandoci in una forma un po' grezza lo stile da apologo che ritroviamo ben più rifinito nei Fifty-One Tales.
Grazie milord, di queste piccole perle. Arrivederci.
This collection helped make Lord Dunsany a fantasy legend. Poetic prose, magical lands, old gods, …
Racconti validi, ma iterativi, e a volte vacui
3 stelle
Dopo aver terminato mesi fa A Dreamer's Tales ho scoperto che uno dei racconti ivi contenuti, "Idle Days on the Yann", fu proseguito da lord Dunsany in un breve ciclo da lui intitolato Beyond the Fields We Know e raccolto in questo Tales of Three Hemispheres, così che il mio senso maniacale di completismo mi ha indotto a recuperarlo.
Contenutisticamente questa raccolta è bipartita fra una prima sezione di racconti autoconclusivi e la suddetta sequenza Beyond the Fields We Know (di fatto un romanzo breve in tre episodi) e questa bipartizione si rispecchia palesemente nei temi e toni del volume: da un lato i testi autoconclusivi mi hanno rammentato molto i Fifty-One Tales, poiché sono tutti micro-racconti di poche pagine imperniati su un effetto sorpresa finale e improntati ora all'apologo ("A Pretty Quarrell") ora al fantastico assurdista in stile mitteleuropeo ("The Sack of Emeralds"), non di rado dedicati …
Dopo aver terminato mesi fa A Dreamer's Tales ho scoperto che uno dei racconti ivi contenuti, "Idle Days on the Yann", fu proseguito da lord Dunsany in un breve ciclo da lui intitolato Beyond the Fields We Know e raccolto in questo Tales of Three Hemispheres, così che il mio senso maniacale di completismo mi ha indotto a recuperarlo.
Contenutisticamente questa raccolta è bipartita fra una prima sezione di racconti autoconclusivi e la suddetta sequenza Beyond the Fields We Know (di fatto un romanzo breve in tre episodi) e questa bipartizione si rispecchia palesemente nei temi e toni del volume: da un lato i testi autoconclusivi mi hanno rammentato molto i Fifty-One Tales, poiché sono tutti micro-racconti di poche pagine imperniati su un effetto sorpresa finale e improntati ora all'apologo ("A Pretty Quarrell") ora al fantastico assurdista in stile mitteleuropeo ("The Sack of Emeralds"), non di rado dedicati alla riemersione della magia atavica nella civiltà industriale contemporanea ("The Last Dream of Bwoana Kubla" ma soprattutto l'ottimo "The City of Wonders") – e dall'altro lato presentano spesso un gusto marcato e (purtroppo) stucchevole per l'orientalismo più blando, già presente nel già citato A Dreamer's Tales, a partire dal fatalismo pseudo-indù centrale in “The Prayer of Boob Aheera” fino alla pretestuosa droga cinese che fa da McGuffin nella vicenda altrimenti inglesissima di “How the Office of Postman Fell Vacant in Otford-under-the-Wold”. Analogamente, la piccola saga Beyond the Fields We Know è tutta composta da pannelli affrescati in cui il nostro protagonista sognatore ci dettaglia minutamente paesaggi incantati ove accade poco o niente (in stile A Dreamer's Tales) e il suo tono di fondo è il contrasto un po' sornione fra l'immensità degli dèi e del reame fatato e la piccola praticità umana (conformemente ad alcuni dei Fifty-One Tales), con punte particolarmente riuscite laddove Dunsany mette in scena il negozio-portale verso la terra dei sogni e la strega guardiana col suo gatto nero.
Di sicuro la raccolta si lascia leggere, specialmente in ragione di un paio di racconti al giorno prima di dormire, ma ora capisco perché viene ristampata molto meno spesso di altre produzioni precedenti: è palesemente un Dunsany iterativo su sé stesso.
N.B.: credo che i "tre emisferi" del titolo siano l'Occidente delle storie urbane, l'Oriente (prettamente Asia ma anche Africa) delle storie esotiche, e il Paese dei Sogni delle storie fiabesche.
It was a cold winter's evening late in the Stone Age; the sun had gone …
Un po' ripetitivi, ma globalmente fantasmagorici
3 stelle
Dopo essermi gustato i suoi Fifty-One Tales, non ho resistito alla tentazione di visitare per una seconda volta la biblioteca incantata di lord Edward Dunsany e ho optato per il volume di poco precedente A Dreamer's Tales – e l'impressione è buona seppur non straordinaria.
Se i Fifty-One Tales erano essenzialmente opere di flash fiction talvolta un po' diafana, ma estremamente varia per toni, temi e atmosfere, questi A Dreamer's Tales sono sbilanciati nella direzione opposta: una buona metà di essi sono testi molto molto simili che dipingono in barocco dettaglio una teoria di città invisibili (citazione voluta) che lord Dunsany immaginava soffuse di splendore orientale (e orientalista) e maledette da pestilenze misteriose, dèi gelosi e dispotici sultani – Andelsprutz, Bethmoora, la Città Indolente, l'eterna Zaccarath, i borghi lungo la valle del fiume Yann, tutti questi insediamenti sono metropoli esotiche e surreali dipinteci per il gusto del visionario, ma …
Dopo essermi gustato i suoi Fifty-One Tales, non ho resistito alla tentazione di visitare per una seconda volta la biblioteca incantata di lord Edward Dunsany e ho optato per il volume di poco precedente A Dreamer's Tales – e l'impressione è buona seppur non straordinaria.
Se i Fifty-One Tales erano essenzialmente opere di flash fiction talvolta un po' diafana, ma estremamente varia per toni, temi e atmosfere, questi A Dreamer's Tales sono sbilanciati nella direzione opposta: una buona metà di essi sono testi molto molto simili che dipingono in barocco dettaglio una teoria di città invisibili (citazione voluta) che lord Dunsany immaginava soffuse di splendore orientale (e orientalista) e maledette da pestilenze misteriose, dèi gelosi e dispotici sultani – Andelsprutz, Bethmoora, la Città Indolente, l'eterna Zaccarath, i borghi lungo la valle del fiume Yann, tutti questi insediamenti sono metropoli esotiche e surreali dipinteci per il gusto del visionario, ma relativamente povere di intrecci e di eventi, spesso usate come contenitore per incastonarvi piccoli aneddoti anch'essi un po' troppo affini fra di loro, tutti a base di maledizioni e prodigi ambigui. Probabilmente tali testi funzionerebbero bene se fruiti uno al mese, come fossero pasticceria di mandorla, ma uno dopo l'altro rischiano di nauseare. Fa eccezione in tutto ciò il secondo racconto del dittico di Bethmoora, "The Hashish Man", in cui la vicenda di "magia urbana" è incastonata in una cornice di viaggio siderale assolutamente squisita, che palesemente ha dato il La ai testi onirici della scuola lovecraftiana americana (leggerlo per credere).
Dall'altro lato, ho decisamente apprezzato i racconti di soggetto "non urbano" e di tono "leggendario": squisito il mito marittimo-amoroso dai tocchi ovidiani "Poltarness, Beholder of the Ocean", dolcemente commovente la favola esopea "Blagdaross", angosciante il giusto il trittico di storie dell'orrore "Where the Tides Ebb and Flow", "Poor Old Bill" e "The Unhappy Body" (per altro tutte legate a un tema di tortura corporale, chissà a cosa pensava il Lord in quel periodo...), "solamente" discreti i due testi satirici "The Field" e "The Day of the Pool", assolutamente una bomba "The Sword and the Idol" e "Carcassonne", che trasudavano senso del meraviglioso e posizionamento morale come un mito d'autore dovrebbe fare.
Com'era prevedibile, la prosa breve di lord Ed sembra articolarsi in un numero limitato di macro-filoni e a me ne stanno piacendo alcuni più di altri, ma sicuramente mi sta piacendo abbastanza da buttare un occhio prossimamente sul volume gemello di A Dreamer's Tales, ovverosia The Sword of Welleran and Other Stories.
As the title suggests this collection holds fifty-one of the kind of stories that helped …
Parabole d'autore per l'evo moderno
3 stelle
Erano un po' di anni che Lord Edward Dunsany infestava come uno spettro le mie letture, lo spettro del proverbiale classico che "tutti i tuoi autori preferiti hanno letto, ergo se non lo leggi anche tu sei un ignorante"; un bel giorno lo approcciai direttamente con il suo "La spada di Welleran" antologizzato in Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy, indi diedi un occhio ai primi racconti dell'omnibus Time and the Gods: An Omnibus, ma ci trovai un inglese troppo aulico per le mie forze, e fuggii. Anni dopo, però, scoprii che il buon barone ha composto anche la qui presente raccolta di micro-storie (o "poemi in prosa", direbbe la gente fine), quindi gli ho dato una seconda chance... e meno male che gliel'ho data, perché è stata una piccola folgorazione! Leggendo pian pianino questi Fifty-One Tales (anche intitolati The Food of Death, per …
Erano un po' di anni che Lord Edward Dunsany infestava come uno spettro le mie letture, lo spettro del proverbiale classico che "tutti i tuoi autori preferiti hanno letto, ergo se non lo leggi anche tu sei un ignorante"; un bel giorno lo approcciai direttamente con il suo "La spada di Welleran" antologizzato in Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy, indi diedi un occhio ai primi racconti dell'omnibus Time and the Gods: An Omnibus, ma ci trovai un inglese troppo aulico per le mie forze, e fuggii. Anni dopo, però, scoprii che il buon barone ha composto anche la qui presente raccolta di micro-storie (o "poemi in prosa", direbbe la gente fine), quindi gli ho dato una seconda chance... e meno male che gliel'ho data, perché è stata una piccola folgorazione! Leggendo pian pianino questi Fifty-One Tales (anche intitolati The Food of Death, per la cronaca), in ragione di una manciata di racconti ogni giorno, ho avuto conferma di ciò che avevo subodorato leggendo "Unico e solo" di Arianna Michelin nella rivista «Alkalina #3»: a me piace quella forma narrativa che sta all'intersezione fra l'epigramma comico di Marziale, la parabola biblica e l'aneddoto sapienziale su profeti e filosofi, e lord Dunsany mi ha dimostrato che con quella forma si possono comporre cose validissime e affascinanti, piccoli miti e leggende d'autore per l'evo contemporaneo: storie di dèi ed elementi che bisticciano e piagnucolano, di angeli diavoli e della Morte che girano per il mondo a indispettire i mortali, di artisti che visitano paesaggi danteschi nel paese dei sogni, di fragilità della natura umana davanti alle forze cosmiche, anticipando il professor Tolkien e il mio acerrimo nemico Lovecraft – concetti visti e rivisti, direte voi? Sicuro, ma visti e rivisti perché il buon lord Edward ha aperto questa strada già nel 1915, e comunque la sua prosa sardonica e un po' veterotestamentaria resta piuttosto unica.
Al netto di questa epifania stilistica, non do più di 3/5 proprio perché, com'era prevedibile, in una raccolta di ben cinquantun racconti alcuni sono più grossolani di altri, mentre alcuni temi e situazioni sono riproposti con scarse variazioni di testo in testo, così che alcune composizioni sono abbastanza dimenticabili e insoddisfacenti. Sicuramente un Dunsany minore, ma proprio per questo un Dunsany accessibile.
From one of the grand masters of science-fiction comes a collection inspired by H.P. Lovecraft’s …
Pseudo-Lovecraft migliore di Lovecraft
3 stelle
Avviso sul contenuto
Commenti espliciti ai colpi di scena finali di molti racconti
Premessa di tipo editoriale: per semplicità la banca dati di Bookwyrm indica che The Book of Iod: Ten Cthulhu Stories è la ristampa Diversion Books dell'antologia The Book of Iod curata da Robert M. Price per Chaosium, in realtà l'edizione Chaosium includeva 10 racconti di Henry Kuttner, 1 collaborazione fra Kuttner e Robert Bloch, 1 racconto di Lin Carter e 1 dello stesso Pierce ispirati dalla produzione di Kuttner, tutti commentati da Price – e l'edizione Diversion Books, per prevedibili problemi di diritti, ripropone solo i 10 testi di Kuttner.
Premessa di tipo estetico: ovviamente il senso di questo volume è raccogliere tutti i testi di Kuttner ambientati nell'universo condiviso dei Miti di Chtulhu, ergo è inevitabile confrontare l'allievo Kuttner con il suo maestro H.P. Lovecraft, e probabilmente gli estimatori di H.P.L. considereranno il corpus kuttneriano una pallida ombra del modello. Avendo letto sia i romanzi brevi di Lovecraft (At the Mountains of Madness and Other Novels of Terror) sia il nucleo principale del ciclo di Chtulhu (The Haunter of the Dark and Other Tales) sia una parte dei "racconti macabri" (Dagon and Other Macabre Tales), io appartengo alla parrocchia contraria: trovo sinceramente che il buon "Solitario di Providence" fosse uno scrittore con poche eccellenti idee, che le abbia eseguite a ripetizione in infiniti testi mediocri così da ricavarne (per legge dei grandi numeri) una manciata notevole, e che la sua estetica sia alquanto compromessa dalla profonda cattiveria alla base della sua etica. Ergo, dovendo scegliere fra un originale lovecraftiano meno che eccellente e un'emulazione kuttneriana, preferisco nettamente la seconda: sarà meno ispirata, ma almeno c'è un bilanciamento fra sostanza e forma che manca spesso nei testi magniloquenti di HPL, e l'orrore non si basa sul razzismo e sessismo sistemico dei WASP.
Poste tutte le premesse del caso, i testi!
"The Secret of Kralitz" è una piacevole fantasmagoria medievale con un finale d'effetto estremamente forzato, tirato fuori dal cappello giusto per spiazzare. Si sente che è un'opera quasi prima.
"The Eater of Souls" rende bene come fiaba magniloquente e surreale, però mi auguro che Kuttner l'abbia intesa in tono farsesco o quantomeno paradossale – non è concepibile spaventarsi sul serio quando si scopre che il Mangia-Anime è sostanzialmente un granchio-scolopendra.
"The Salem Horror" è chiaramente stato composto in modo "procedurale", prendendo elementi ricorrenti del corpus lovecraftiano e rimontandoli assieme secondo una ricetta: abbiamo la casa infestata, l'artista imprudente che scatena l'orrore, l'occultista giunto a esorcizzare il male, la strega non-morta che venera un Dio maligno... e l'insieme non risulta solo godibile, ma in qualche modo è "più lovecraftiano di Lovecraft", molto vicino all'idea platonica del Ciclo di Ctulhu che ne ha una persona inesperta, senza per questo scadere di qualità come fanno le imitazioni delle imitazioni.
"The Jest of Droom-Avista" prosegue gli eventi di "The Eater of Souls" e funziona sia nel costruire una continuità temporale sia nell'effetto tragicomico/grottesco finale, qui indiscutibile e molto sagace.
"Spawn of Dagon" è principalmente un episodio del ciclo sword & sorcery di Elak di Atlantide e confermo l'opinione positiva maturata a leggerlo già in Elak of Atlantis: un bel racconto di fantasy avventuroso un po' macabro che pur imitando Conan trova una voce sua nelle situazioni farsesche ma non troppo.
"The Invaders" ripropone gli ingredienti fondamentali già visti in "The Salem Horror", cioè flisteo impudente rigorosamente artista, infestazione ed esorcismo, ma la costruzione praticamente teatrale dela vicenda (c'è unità di spazio, tempo e azione) intrecciata al tocco di "magia psicagogica" evita l'effetto di già visto – e anzi l'atmosfera passa efficacemente da "storia di fantasmi" a "storia di fantascienza apocalittica".
"The Frog" ripropone una terza volta e in modo relativamente più banale la trama dell'orrore cosmico scatenato da persone ignare, però anche qui l'impianto si conserva fresco grazie alla dimensione corale del villaggio coeso e in armi contro il mostro – un atteggiamento di empatia e rispetto verso i contadini assediati che è completamente antitetico al classismo di Lovecraft, e una boccata d'aria fresca.
"Bells of Horror" sintetizza molto bene la dimensione corale di "The Frog" all'atmosfera apocalittica di "The Invaders" e risulta in un intero maggiore della somma delle parti, l'unico racconto che mi abbia effettivamente messo i brividi per empatia emotiva con i protagonisti. Davvero eccellente.
"Hydra" è il mio testo preferito: prende il modello lovcraftiano dell'esperimento di occultismo dai risvolti tragici, raccontato come se fosse un'inchiesta ufficiale a posteriori, e lo sgrossa sia dalla prolissità sia dai feticci razzisti, sostituendoli anzi con una piacevolissima dose di sarcasmo malvagio contro i protagonisti antieroici. E il finale è spiazzante in modo efficace!
"The Hunt" mi ha convinto a metà: molto bello il punto di vista di un razionalista scaraventato nel mondo dell'occultismo, molto bello il finale ad effetto, terribilmente telefonata la sezione centrale climatica. In generale si sente che Kuttner stava lentamente abbandonando il paranormale perturbante lovecraftiano in favore di un "orrore urbano" che maturerà negli anni Quaranta.
Non mi sento di dare a questa versione della raccolta più di 3 stelle, siccome manca il racconto in collaborazione con Bloch ("The Black Kiss") che è seguito diretto di "The Salem Horror", ma se la collezione fosse stata davvero completa avrei concesso certamente 3,5 stelle se non 4: non sono racconti eccezionali, ma nel loro genere sono egregi.