Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò.
Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
Un genio dotato di un cervello meccanico, destinato a dominare il mondo. Gli Stati Uniti …
Preziose antichità di proto-fantascienza
4 stelle
[Vecchia recensione del 2017 preservata così com'era per onestà]
Questa raccolta di fantascienza americana del pieno 1800 è il luogo di nascita di un cazzilione di tropi: è in questi sette racconti, infatti, che sono apparsi per la prima volta teletrasporti, macchine del tempo, intelligenze artificiali, cyborg, macchine tendenti alla velocità infinita, uomini invisibili e musica registrata e trasmessa in streaming (giuro!).
Ora, al di là del primato creativo di Mitchell, questi racconti secondo me sono ancora validi e godibili: quasi tutti sono scritti in prima persona secondo la formula "Lo strano caso che mi accadde quella volta" (che a quell'epoca mi risulta andasse forte), e spaziano moltissimo a livello di toni e vicende: "La Tachipompa" è una storia umoristica con dentro una spiegazione scientifica messa quasi per fare contrasto, "L'orologio che andava all'indietro" ha un che di allucinato che lascia quasi un senso di ansia, "L'uomo più intelligente del …
[Vecchia recensione del 2017 preservata così com'era per onestà]
Questa raccolta di fantascienza americana del pieno 1800 è il luogo di nascita di un cazzilione di tropi: è in questi sette racconti, infatti, che sono apparsi per la prima volta teletrasporti, macchine del tempo, intelligenze artificiali, cyborg, macchine tendenti alla velocità infinita, uomini invisibili e musica registrata e trasmessa in streaming (giuro!).
Ora, al di là del primato creativo di Mitchell, questi racconti secondo me sono ancora validi e godibili: quasi tutti sono scritti in prima persona secondo la formula "Lo strano caso che mi accadde quella volta" (che a quell'epoca mi risulta andasse forte), e spaziano moltissimo a livello di toni e vicende: "La Tachipompa" è una storia umoristica con dentro una spiegazione scientifica messa quasi per fare contrasto, "L'orologio che andava all'indietro" ha un che di allucinato che lascia quasi un senso di ansia, "L'uomo più intelligente del mondo" e "L'uomo di cristallo" si basano sullo scontro fra un umano "normale" e uno "sovrumano", "Lo spettroscopio dell'anima" e "L'uomo senza corpo" hanno lo stesso protagonista e si basano sulle sue sparate eccentriche, e sono l'uno ironico (con un tocco distopico) e l'altro grottesco. Il mio preferito, comunque, è "La Figlia del Senatore", che si ambienta in un'ucronia e ha alla base uno scontro "individuo vs società" - sarei stato molto felice di leggere un romanzo lungo con quelle premesse.
The Sword of Welleran -- The Fall of Bubbulkund -- The Kith of the Elf-Folk …
L'origine di tutta la fantasy anglofona
4 stelle
Ok, un altro iperfocus autistico si è compiuto: dopo i Fifty-One Tales, i A Dreamer's Tales, e i Tales of Three Hemispheres, con questo The Sword of Welleran and Other Stories ho letto tutti i quattro volumi di racconti fantastici autoconclusivi di lord Dunsany (la dilogia di Pegana e la dilogia delle Meraviglie in un altro momento!), e per combinazione ho tenuto per ultimo il primo dei quattro tomi, primo per anno di pubblicazione – e per qualità letteraria.
Sì, perché il grosso di questo volume consiste dei quattro straordinari racconti lunghi "The Sword of Welleran" (per altro mio primo, gradevole incontro con lord Dunsany entro l'antologia Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy), "The Fall of Babbulkund", "The Kith of the Elf Folk" e "The Fortress Unvanquishable, Save for Sacnoth", nei quali si alternano atmosfere di antichità mediterranea e di oscuro medioevo germanico, …
Ok, un altro iperfocus autistico si è compiuto: dopo i Fifty-One Tales, i A Dreamer's Tales, e i Tales of Three Hemispheres, con questo The Sword of Welleran and Other Stories ho letto tutti i quattro volumi di racconti fantastici autoconclusivi di lord Dunsany (la dilogia di Pegana e la dilogia delle Meraviglie in un altro momento!), e per combinazione ho tenuto per ultimo il primo dei quattro tomi, primo per anno di pubblicazione – e per qualità letteraria.
Sì, perché il grosso di questo volume consiste dei quattro straordinari racconti lunghi "The Sword of Welleran" (per altro mio primo, gradevole incontro con lord Dunsany entro l'antologia Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy), "The Fall of Babbulkund", "The Kith of the Elf Folk" e "The Fortress Unvanquishable, Save for Sacnoth", nei quali si alternano atmosfere di antichità mediterranea e di oscuro medioevo germanico, pantheon classicheggianti e spiritualità cristiana, sinestesie tali per cui taluni scene "odorano" di marmo e di trombe, ora di paglia e zampogne, in generale quello stesso tono da mito d'autore che avevo riscontrato nei pezzi migliori di A Dreamer's Tales. E per quanto riguarda i rimanenti testi brevi, ho molto molto apprezzato la commedia nera di "The Ghosts", la prosa ritmica da ballata popolare di "The Highwayman", lo scavo introspettivo autobiografico di "In the Twilight" e l'immaginario (di nuovo) cristiano alla base di "The Doom of La Traviata". La varietà stilistica e contenutistica della selezione è davvero unica, e rende davvero ragione della massima accademica "Ogni filone di letteratura fantasy nasce da questo o quel testo breve di Dunsany".
Perché quindi non do 5/5, per una volta? A parte la presenza di refusi gravissimi in questa edizione elettronica, non negherò che l'ultimo paio di racconti mi ha lasciato freddo, ritrovandoci in una forma un po' grezza lo stile da apologo che ritroviamo ben più rifinito nei Fifty-One Tales.
Grazie milord, di queste piccole perle. Arrivederci.
This collection helped make Lord Dunsany a fantasy legend. Poetic prose, magical lands, old gods, …
Racconti validi, ma iterativi, e a volte vacui
3 stelle
Dopo aver terminato mesi fa A Dreamer's Tales ho scoperto che uno dei racconti ivi contenuti, "Idle Days on the Yann", fu proseguito da lord Dunsany in un breve ciclo da lui intitolato Beyond the Fields We Know e raccolto in questo Tales of Three Hemispheres, così che il mio senso maniacale di completismo mi ha indotto a recuperarlo.
Contenutisticamente questa raccolta è bipartita fra una prima sezione di racconti autoconclusivi e la suddetta sequenza Beyond the Fields We Know (di fatto un romanzo breve in tre episodi) e questa bipartizione si rispecchia palesemente nei temi e toni del volume: da un lato i testi autoconclusivi mi hanno rammentato molto i Fifty-One Tales, poiché sono tutti micro-racconti di poche pagine imperniati su un effetto sorpresa finale e improntati ora all'apologo ("A Pretty Quarrell") ora al fantastico assurdista in stile mitteleuropeo ("The Sack of Emeralds"), non di rado dedicati …
Dopo aver terminato mesi fa A Dreamer's Tales ho scoperto che uno dei racconti ivi contenuti, "Idle Days on the Yann", fu proseguito da lord Dunsany in un breve ciclo da lui intitolato Beyond the Fields We Know e raccolto in questo Tales of Three Hemispheres, così che il mio senso maniacale di completismo mi ha indotto a recuperarlo.
Contenutisticamente questa raccolta è bipartita fra una prima sezione di racconti autoconclusivi e la suddetta sequenza Beyond the Fields We Know (di fatto un romanzo breve in tre episodi) e questa bipartizione si rispecchia palesemente nei temi e toni del volume: da un lato i testi autoconclusivi mi hanno rammentato molto i Fifty-One Tales, poiché sono tutti micro-racconti di poche pagine imperniati su un effetto sorpresa finale e improntati ora all'apologo ("A Pretty Quarrell") ora al fantastico assurdista in stile mitteleuropeo ("The Sack of Emeralds"), non di rado dedicati alla riemersione della magia atavica nella civiltà industriale contemporanea ("The Last Dream of Bwoana Kubla" ma soprattutto l'ottimo "The City of Wonders") – e dall'altro lato presentano spesso un gusto marcato e (purtroppo) stucchevole per l'orientalismo più blando, già presente nel già citato A Dreamer's Tales, a partire dal fatalismo pseudo-indù centrale in “The Prayer of Boob Aheera” fino alla pretestuosa droga cinese che fa da McGuffin nella vicenda altrimenti inglesissima di “How the Office of Postman Fell Vacant in Otford-under-the-Wold”. Analogamente, la piccola saga Beyond the Fields We Know è tutta composta da pannelli affrescati in cui il nostro protagonista sognatore ci dettaglia minutamente paesaggi incantati ove accade poco o niente (in stile A Dreamer's Tales) e il suo tono di fondo è il contrasto un po' sornione fra l'immensità degli dèi e del reame fatato e la piccola praticità umana (conformemente ad alcuni dei Fifty-One Tales), con punte particolarmente riuscite laddove Dunsany mette in scena il negozio-portale verso la terra dei sogni e la strega guardiana col suo gatto nero.
Di sicuro la raccolta si lascia leggere, specialmente in ragione di un paio di racconti al giorno prima di dormire, ma ora capisco perché viene ristampata molto meno spesso di altre produzioni precedenti: è palesemente un Dunsany iterativo su sé stesso.
N.B.: credo che i "tre emisferi" del titolo siano l'Occidente delle storie urbane, l'Oriente (prettamente Asia ma anche Africa) delle storie esotiche, e il Paese dei Sogni delle storie fiabesche.
It was a cold winter's evening late in the Stone Age; the sun had gone …
Un po' ripetitivi, ma globalmente fantasmagorici
3 stelle
Dopo essermi gustato i suoi Fifty-One Tales, non ho resistito alla tentazione di visitare per una seconda volta la biblioteca incantata di lord Edward Dunsany e ho optato per il volume di poco precedente A Dreamer's Tales – e l'impressione è buona seppur non straordinaria.
Se i Fifty-One Tales erano essenzialmente opere di flash fiction talvolta un po' diafana, ma estremamente varia per toni, temi e atmosfere, questi A Dreamer's Tales sono sbilanciati nella direzione opposta: una buona metà di essi sono testi molto molto simili che dipingono in barocco dettaglio una teoria di città invisibili (citazione voluta) che lord Dunsany immaginava soffuse di splendore orientale (e orientalista) e maledette da pestilenze misteriose, dèi gelosi e dispotici sultani – Andelsprutz, Bethmoora, la Città Indolente, l'eterna Zaccarath, i borghi lungo la valle del fiume Yann, tutti questi insediamenti sono metropoli esotiche e surreali dipinteci per il gusto del visionario, ma …
Dopo essermi gustato i suoi Fifty-One Tales, non ho resistito alla tentazione di visitare per una seconda volta la biblioteca incantata di lord Edward Dunsany e ho optato per il volume di poco precedente A Dreamer's Tales – e l'impressione è buona seppur non straordinaria.
Se i Fifty-One Tales erano essenzialmente opere di flash fiction talvolta un po' diafana, ma estremamente varia per toni, temi e atmosfere, questi A Dreamer's Tales sono sbilanciati nella direzione opposta: una buona metà di essi sono testi molto molto simili che dipingono in barocco dettaglio una teoria di città invisibili (citazione voluta) che lord Dunsany immaginava soffuse di splendore orientale (e orientalista) e maledette da pestilenze misteriose, dèi gelosi e dispotici sultani – Andelsprutz, Bethmoora, la Città Indolente, l'eterna Zaccarath, i borghi lungo la valle del fiume Yann, tutti questi insediamenti sono metropoli esotiche e surreali dipinteci per il gusto del visionario, ma relativamente povere di intrecci e di eventi, spesso usate come contenitore per incastonarvi piccoli aneddoti anch'essi un po' troppo affini fra di loro, tutti a base di maledizioni e prodigi ambigui. Probabilmente tali testi funzionerebbero bene se fruiti uno al mese, come fossero pasticceria di mandorla, ma uno dopo l'altro rischiano di nauseare. Fa eccezione in tutto ciò il secondo racconto del dittico di Bethmoora, "The Hashish Man", in cui la vicenda di "magia urbana" è incastonata in una cornice di viaggio siderale assolutamente squisita, che palesemente ha dato il La ai testi onirici della scuola lovecraftiana americana (leggerlo per credere).
Dall'altro lato, ho decisamente apprezzato i racconti di soggetto "non urbano" e di tono "leggendario": squisito il mito marittimo-amoroso dai tocchi ovidiani "Poltarness, Beholder of the Ocean", dolcemente commovente la favola esopea "Blagdaross", angosciante il giusto il trittico di storie dell'orrore "Where the Tides Ebb and Flow", "Poor Old Bill" e "The Unhappy Body" (per altro tutte legate a un tema di tortura corporale, chissà a cosa pensava il Lord in quel periodo...), "solamente" discreti i due testi satirici "The Field" e "The Day of the Pool", assolutamente una bomba "The Sword and the Idol" e "Carcassonne", che trasudavano senso del meraviglioso e posizionamento morale come un mito d'autore dovrebbe fare.
Com'era prevedibile, la prosa breve di lord Ed sembra articolarsi in un numero limitato di macro-filoni e a me ne stanno piacendo alcuni più di altri, ma sicuramente mi sta piacendo abbastanza da buttare un occhio prossimamente sul volume gemello di A Dreamer's Tales, ovverosia The Sword of Welleran and Other Stories.
As the title suggests this collection holds fifty-one of the kind of stories that helped …
Parabole d'autore per l'evo moderno
3 stelle
Erano un po' di anni che Lord Edward Dunsany infestava come uno spettro le mie letture, lo spettro del proverbiale classico che "tutti i tuoi autori preferiti hanno letto, ergo se non lo leggi anche tu sei un ignorante"; un bel giorno lo approcciai direttamente con il suo "La spada di Welleran" antologizzato in Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy, indi diedi un occhio ai primi racconti dell'omnibus Time and the Gods: An Omnibus, ma ci trovai un inglese troppo aulico per le mie forze, e fuggii. Anni dopo, però, scoprii che il buon barone ha composto anche la qui presente raccolta di micro-storie (o "poemi in prosa", direbbe la gente fine), quindi gli ho dato una seconda chance... e meno male che gliel'ho data, perché è stata una piccola folgorazione! Leggendo pian pianino questi Fifty-One Tales (anche intitolati The Food of Death, per …
Erano un po' di anni che Lord Edward Dunsany infestava come uno spettro le mie letture, lo spettro del proverbiale classico che "tutti i tuoi autori preferiti hanno letto, ergo se non lo leggi anche tu sei un ignorante"; un bel giorno lo approcciai direttamente con il suo "La spada di Welleran" antologizzato in Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy, indi diedi un occhio ai primi racconti dell'omnibus Time and the Gods: An Omnibus, ma ci trovai un inglese troppo aulico per le mie forze, e fuggii. Anni dopo, però, scoprii che il buon barone ha composto anche la qui presente raccolta di micro-storie (o "poemi in prosa", direbbe la gente fine), quindi gli ho dato una seconda chance... e meno male che gliel'ho data, perché è stata una piccola folgorazione! Leggendo pian pianino questi Fifty-One Tales (anche intitolati The Food of Death, per la cronaca), in ragione di una manciata di racconti ogni giorno, ho avuto conferma di ciò che avevo subodorato leggendo "Unico e solo" di Arianna Michelin nella rivista «Alkalina #3»: a me piace quella forma narrativa che sta all'intersezione fra l'epigramma comico di Marziale, la parabola biblica e l'aneddoto sapienziale su profeti e filosofi, e lord Dunsany mi ha dimostrato che con quella forma si possono comporre cose validissime e affascinanti, piccoli miti e leggende d'autore per l'evo contemporaneo: storie di dèi ed elementi che bisticciano e piagnucolano, di angeli diavoli e della Morte che girano per il mondo a indispettire i mortali, di artisti che visitano paesaggi danteschi nel paese dei sogni, di fragilità della natura umana davanti alle forze cosmiche, anticipando il professor Tolkien e il mio acerrimo nemico Lovecraft – concetti visti e rivisti, direte voi? Sicuro, ma visti e rivisti perché il buon lord Edward ha aperto questa strada già nel 1915, e comunque la sua prosa sardonica e un po' veterotestamentaria resta piuttosto unica.
Al netto di questa epifania stilistica, non do più di 3/5 proprio perché, com'era prevedibile, in una raccolta di ben cinquantun racconti alcuni sono più grossolani di altri, mentre alcuni temi e situazioni sono riproposti con scarse variazioni di testo in testo, così che alcune composizioni sono abbastanza dimenticabili e insoddisfacenti. Sicuramente un Dunsany minore, ma proprio per questo un Dunsany accessibile.