cretinodicrescenzago ha finito di leggere The Mask of Circe di Henry Kuttner

The Mask of Circe di Henry Kuttner
Jay Seward remembered a former life in a land of magic, gods, and goddesses…a time when he was Jason of …
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Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò. Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
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Completato! cretinodicrescenzago ha letto 23 di 12 libri.

Jay Seward remembered a former life in a land of magic, gods, and goddesses…a time when he was Jason of …
A leggere i romanzi di Henry Kuttner in modo grossomodo cronologico come sto facendo io, risulta evidente che The Time Axis è costruito con gli stessi ingredienti fondamentali dei precedenti The Creature from Beyond Infinity e Valley of the Flame: una terrificante forma di energia giunta dallo spazio che minaccia di annichilire la Terra, un superscienziato leggermente pazzo che si schiera in difesa dell'umanità, un militare tanti muscoli e poco cervello in rapporto deuteragonistico con il superscienziato, un'eroina femminile fascinosa e teoricamente geniale che però resta colpevolmente sullo sfondo, un'intelligenza semidivina imperscrutabile che in qualche misura indirizza il superscienziato. Abbiamo poi tratti in comune anche con The Dark World, sul quale aveva sicuramente messo mano anche la signora Catherine Lucille Moore coniugata Kuttner, quindi ipotizzo che si tratti di suggestioni partite da lei: un viaggio nello spazio-tempo compiuto dagli eroi per contrastare la minaccia aliena, un mondo futuro …
A leggere i romanzi di Henry Kuttner in modo grossomodo cronologico come sto facendo io, risulta evidente che The Time Axis è costruito con gli stessi ingredienti fondamentali dei precedenti The Creature from Beyond Infinity e Valley of the Flame: una terrificante forma di energia giunta dallo spazio che minaccia di annichilire la Terra, un superscienziato leggermente pazzo che si schiera in difesa dell'umanità, un militare tanti muscoli e poco cervello in rapporto deuteragonistico con il superscienziato, un'eroina femminile fascinosa e teoricamente geniale che però resta colpevolmente sullo sfondo, un'intelligenza semidivina imperscrutabile che in qualche misura indirizza il superscienziato. Abbiamo poi tratti in comune anche con The Dark World, sul quale aveva sicuramente messo mano anche la signora Catherine Lucille Moore coniugata Kuttner, quindi ipotizzo che si tratti di suggestioni partite da lei: un viaggio nello spazio-tempo compiuto dagli eroi per contrastare la minaccia aliena, un mondo futuro (in The Dark World era parallelo) fatto di colonie spaziali umane, scenari paradisiaci, superumani mutanti e meccandroidi geniali (soggetti che Moore trattò pure da sola in Judgment Night: A Selection of Science Fiction e assieme al marito in Mutant), un conflitto allucinato fra gli eroi e i loro doppi/sosia (anch'esso già centrale in The Dark World), una battaglia finale surreale e galvanizzante che tiene presente la lezione estetica di Howard Lovecraft.
Ora, perché ho voluto inventariare tutti questi "materiali stock" con cui Kuttner ha costruito The Time Axis? Perché in tali materiali risiedono sia i pregi sia i difetti del romanzo: da un lato Kuttner padroneggia perfettamente questi temi che gli sono ormai cari e collaudati senza per questo scadere nella fotocopia di sé stesso, e così l'intreccio risulta ben ritmato come al solito, ci tiene sempre incollati alla pagina accumulando misteri su misteri e stupori su stupori, e secondo me i paragrafi "paesaggistici" in cui Kuttner ci dipinge straordinarie vedute di un'umanità futura sono fra le sue pagine più felici, degne precorritrici delle più belle puntate di Star Trek (come non paragonare la Faccia di Ea al Guardiano dell'Eternità?). Dall'altro lato, però, questo gigantesco minestrone di concetti è ancora più eterogeneo e complicato che in The Creature from Beyond Infinity e Kuttner ha avuto la discutibilissima idea di imperniare questa trama già non facile su un intricatissimo meccanismo di viaggio nel tempo ciclico, la cui risoluzione finale (come quasi sempre accade) causa un'emorragia celebrale – in altre parole, la cambella del worldbuilding non è esattamente uscita col buco. In aggiunta, a questo testo manca anche il bello scavo psicologico di The Dark World, e si sente: se l'Edward Bond di The Dark World è il perfetto eroe autodiegetico, Jerry Cortland di The Time Axis è il perfetto esempio di comprimario tontolone utilizzato come punto di vista ignorante, in modo da incrementare artificiosamente la patina di mistero – tanto che in almeno una mezza dozzina di scene Jerry liquida qualcosa di favoloso come "indescrivibile". E grazie al membro virile, Jerry!
Tutto sommato i pregi e i difetti del romanzo si bilanciano abbastanza da meritare un bel 3,5/5, ma ancora una volta scatta l'arrotondamente al ribasso siccome questa edizione Gollancz contiene più refusi di quanto sia legittimo: siamo arrivati al grave livello di un paio di frasi sì intelligibili ma piene di copincolla sbagliati...

Called to the end of time by a being they knew only as The Face of Ea, four adventurers from …
Avviso sul contenuto Commenti espliciti al finale della trama personale dell'eroina
La rilettura di The Dark World è stata galeotta: mi sono appassionato allo stile di Henry Kuttner e ho voluto recuperare il suo primo romanzo, The Creature from Beyond Infinity (anche intitolato A Million Years to Conquer) – e il responso è positivo!
Premetto che come già per The Dark World non bisogna aspettarsi una grande epopea ricca di filosofia, paragonabile a Dune o Starship Troopers]: Kuttner scriveva romanzi brevi editi per le riviste destinate a studenti e pendolari, prodotti paragonabili a un telefilm di basso budget – ma li scriveva con professionalità e dignità, esattamente come esistono dei B-movie di culto ... e questo romanzo è letteralmente una summa perfettamente funzionante di situazioni da B-movie! Più in dettaglio, il buon Hank intreccia assieme due vicende: a una parte abbiamo la trama di viaggi del tempo di Ardath da Kyria, alieno messianico giunto sulla Terra preistorica per rapire esseri umani supergeni da far incrociare in ottica eugenetica (sic); dall'altra abbiamo Stephen Court, superscienziato yankee del 1941 (il romanzo è del '40) in prima linea per salvare l'Umanità da un morbo giunto dalle profondità del cosmo; strada facendo le due trame si intrecciano e passano per le più canoniche scene stock della narrativa sword & sorcery, peplum, fantascienza "di primo contatto" e fantascienza apocalittica, con le irrinunciabili storie d'amore messe perché ci devono stare. Io per primo ho ribrezzo dei minestroni di questo tipo, ma sia durante sia dopo la lettura ho trovato la formula estremamente godibile: si sente che Kuttner non ha mescolato tutti questi aspetti perché era un inetto senza idee, bensì perché aveva familiarità con tutte le forme della narrativa pulp e mirava a comporre una celebrazione affettuosa e a tratti lirica di questo milieu culturale – e io personalmente mi chiedo se la contrapposizione fra Thordred il barbaro e Stephen lo scienziato non servisse a Kuttner per metabolizzare, esternandola, la sua transizione autoriale dal fantasy avventuroso del ciclo Elak of Atlantis alla fantascienza slice of life espressa da Robots Have No Tails... Psicologia spicciola a parte, il romanzo è anche una splendida capsula del tempo di quale doveva essere la mentalità yankee all'inizio della Seconda Guerra Mondiale: la scorrevolissima trama trasuda di fiducia nell'eccezionalismo statunitense e speranza in un progresso tecnocratico improntato alla cooperazione internazionale, più una fascinazione ingenua per l'energia atomica: la sensazione complessiva ha un che della serie classica di Star Trek e a rileggere l'opera oggi, durante la pandemia di Covid-19, sorge spontaneo un sorriso dolceamaro.
Questo detto, il romanzo presenta un notevole punto debole che lo rende meno godibile di The Dark World: i personaggi non caucasici e le figure femminili (piuttosto numerosi sul totale) lasciano tutti intravedere una personalità interessante che però rimane sempre inespressa, schiacciata sotto gli stereotipi razzisti e sessisti che ci aspettiamo dagli anni Quaranta; viene seriamente da mangiarsi le mani al pensiero di ciò che Kuttner avrebbe potuto combinare con quella parte del cast se solo avesse voluto osare, e invece ci ritroviamo con Marion che sostanzialmente decreta la sconfitta di Thordred affondandogli tutta da sola l'astronave rubata, ma questo fuori scena e senza neanche uno straccio di riconoscimento del suo coraggio! Ora capisco con che criteri si distinguono i lavori del solo Kuttner dalle opere scritte a quattro mani con la moglie Catherine Moore...
In chiusura, due parole sull'edizione Gollancz: meno refusi di quanti ne ho trovati in The Dark World, comunque tanti su un testo così breve, qualche svarione di meno nella bibliografia. In generale, romanzo altamente consigliato nel suo essere una piccola onesta produzione leggera.

Like a great, lethal snake, plague creeps through the galaxies. No conscious entity can halt its progress, and life is …
Se The Dark World era un 3,5 quasi 4 e The Creature from Beyond Infinity un 3 pieno, questo Valley of the Flame si barcamena fra 2,5 e 3 – ma non perché il romanzo sia scadente, bensì perché avrebbe potuto osare di più.
Partiamo dal fatto che Valley of the Flame ricade nel genere narrativo del "mondo perduto", il cui schema di trama tradizionale si può riassumere come segue (tutti i termini con la maiuscola sono tecnicismi):
Potente-Uomo-Bianco insegue un MacGuffin nel profondo delle Terre Esotiche e trova un Ecosistema Esotico popolato da una Civiltà Esotica, si fa ammaliare dall'Interesse Amoroso Esotico e accetta di salvare l'Ecosistema Esotico da una Minaccia Apocalittica, il che gli impone di risolvere anche il Conflitto Intestino alla Civiltà Esotica.
Ora, è indubbio che la letteratura di mondo perduto sia una testimonianza importante della mentalità coloniale europea di fine Ottocento e che alcuni testi …
Se The Dark World era un 3,5 quasi 4 e The Creature from Beyond Infinity un 3 pieno, questo Valley of the Flame si barcamena fra 2,5 e 3 – ma non perché il romanzo sia scadente, bensì perché avrebbe potuto osare di più.
Partiamo dal fatto che Valley of the Flame ricade nel genere narrativo del "mondo perduto", il cui schema di trama tradizionale si può riassumere come segue (tutti i termini con la maiuscola sono tecnicismi):
Potente-Uomo-Bianco insegue un MacGuffin nel profondo delle Terre Esotiche e trova un Ecosistema Esotico popolato da una Civiltà Esotica, si fa ammaliare dall'Interesse Amoroso Esotico e accetta di salvare l'Ecosistema Esotico da una Minaccia Apocalittica, il che gli impone di risolvere anche il Conflitto Intestino alla Civiltà Esotica.
Ora, è indubbio che la letteratura di mondo perduto sia una testimonianza importante della mentalità coloniale europea di fine Ottocento e che alcuni testi del genere siano capisaldi della cultura popolare occidentale, il cui influsso si estende anche ad altri media (pensiamo ai fumetti di Paperon de' Paperoni e a Indiana Jones e il Tempio Maledetto, fra gli altri), ma è abbastanza indiscutibile che il genere abbia un po' fatto il suo tempo e che la sua formula abbia bisogno di significativi svecchiamenti per non risultare trita e ritrita. Ebbene, io mi sono accostato a Valley of the Flame proprio sperando che Kuttner facesse la sua magia e portasse la formula in direzioni inconsuete, e invece il nostro ha giocato sul sicuro e ha seguito in modo molto manieristico lo schema tradizionale, che già all'epoca (1946) iniziava a scriccjiolare: ok, l'eroe è uno scienziato palestrato anziché un cacciatore e la civiltà misteriosa consiste di felini antropomorfi (sì, c'è del furrismo...), però abbiamo comunque il MacGuffin, la Minaccia Apocalittica, una sottotrama politicheggiante che sa tanto di posticcio e una sottotrama amorosa estremamente abbozzata. È tutto formulaico, tutto come te lo aspetti, e ti lascia l'amaro in bocca se pensi che pochi mesi dopo Kuttner avrebbe pubblicato il ben più sofisticato e raffinato The Dark World – per altro sulla stessa rivista cui aveva venduto Valley of the Flame!
Chiusa questa filippica sul manierismo del romanzo, perché concedo comunque le 3 stelle? Perché la prosa di Kuttner è la prosa di Kuttner: anche le scene banali telefonatissime ti incollano alla pagina e, soprattutto, qua e là ci sono dialoghi gustosi pieni di tecno-gergo, descrizioni pittoriche di bestie mutanti e momenti di tecnofilia positivista che ti scaldano il cuore, assicurando all'opera un livello sopra la media.
Quanto all'edizione Gollancz, ancora ci sono refusi nel testo e imperfezioni nella bibliografia, ma mi rassegno...

Somewhere there was a radioactive fire that could perform miracles of super-science. Somewhere there was a place where cat-people prowled, …
Nell'estate 2020 ho avuto la malsana idea di affrontare una dopo l'altra la deludente eptalogia de Le cronache di Narnia e la ben più interessante tetralogia de I Mabinogion e a un certo momento ho sentito il bisogno di inframmezzare fra le due serie qualcosa di più corto e leggero, quindi mi sono ripulito il palato leggendo rapidamente un romanzo autoconclusivo smilzissimo – appunto, The Dark World, che per inciso è firmato dal solo Henry Kuttner ma quasi sicuramente ci ha messo mano pure la moglie di lui, Catherine Lucille Moore. A distanza di circa un anno mi è venuta la malsana curiosità di approfondire l'opera dei coniugi Kuttner-Moore (perché la curiosità verso Michael Moorcock non mi bastava...), quindi ho voluto rileggere il romanzo con più calma e attenzione – e la buona impressione della prima lettura si è ampiamente riconfermata e consolidata.
A giudicare dalla sinossi, The Dark …
Nell'estate 2020 ho avuto la malsana idea di affrontare una dopo l'altra la deludente eptalogia de Le cronache di Narnia e la ben più interessante tetralogia de I Mabinogion e a un certo momento ho sentito il bisogno di inframmezzare fra le due serie qualcosa di più corto e leggero, quindi mi sono ripulito il palato leggendo rapidamente un romanzo autoconclusivo smilzissimo – appunto, The Dark World, che per inciso è firmato dal solo Henry Kuttner ma quasi sicuramente ci ha messo mano pure la moglie di lui, Catherine Lucille Moore. A distanza di circa un anno mi è venuta la malsana curiosità di approfondire l'opera dei coniugi Kuttner-Moore (perché la curiosità verso Michael Moorcock non mi bastava...), quindi ho voluto rileggere il romanzo con più calma e attenzione – e la buona impressione della prima lettura si è ampiamente riconfermata e consolidata.
A giudicare dalla sinossi, The Dark World sembrerebbe un'ennesima esecuzione di uno schema di trama non arcinoto, direttamente trito e ritrito:
Un maschio etero qualunque finisce in un magico mondo parallelo, constata che i nativi hanno bisogno di un Messia, distrugge per loro il Signore Oscuro locale, civilizza gli autoctoni e magari ingravida qualche autoctona"
Insomma, sembra la controparte yankee de Il leone, la strega e l'armadio (pubblicato esattamente un anno dopo) e quindi un antecedente diretto di quella piaga culturale chiamata "fantasy tolkienista a portale" qui in Occidente e isekai in Giappone. Beh, niente di più sbagliato: in realtà The Dark World prende quello schema di trama e lo corregge fino a renderlo sensato e appassionante e in questo ha chiaramente ispirato il successivo e delizioso Tre cuori e tre leoni. Per cominciare, il nostro eroe Edward Bond non è un Gary Stu progettato in funzione della fantasia di potere, ma è un personaggio antieroico più che dignitoso, la cui psiche è costruita attorno a una crisi di identità decisamente ben tratteggiata (e sì, come antieroe dà la birra a quella piattola sopravvalutata di Elric di Melniboné); in secondo luogo, gli antagonisti e comprimari di Edward non saranno figure shakespeariane, ma ciascuno di essi emana carisma e abbiamo ben quattro personaggi femminili proattivi, non pochi per il 1946; in terzo luogo il mondo parallelo è macabro senza diventare tamarro e sa di orrore cosmico senza diventare un'imitazione di Howard "Razzista-di-m*erda" Lovecraft, e questo anche per merito della leggera patina science fantasy – sicuramente gli spiegoni che "scientificizzano" mostri e magia saranno formaggiosi per alcuni, ma per me sono deliziosi; infine, il romanzo ha un ritmo eccellente e in 100 pagine scarse imbastisce e risolve egregiamente una trama che scrittori meno talentuosi avrebbero allungato all'infinito su almeno tre volumi. Considerando che il romanzo era stato progettato per la pubblicazione su rivista, mi viene da rimpiangere l'epoca dei magazine che stampavano narrativa: chiaramente le limitazioni di spazio tagliavano le gambe ai miei acerrimi nemici, gli scrittori tronfi e prolissi.
Sicuramente non è il romanzo più sottilmente raffinato che io abbia mai letto, ma è un'eccellente sintesi fra intrattenimento rilassante e prosa rifinita che lascia affascinati, secondo me paragonabile al miglior Fritz Leiber; darei 3,5 stelle ma devo ridurre a 3 perché la mia edizione Gollancz è l'unica versione digitale realizzata da una casa editrice seria, e tuttavia contiene una quantità intollerabile di refusi e una bibliografia disastrosa: le date di prima pubblicazione sono quasi tutte sbagliate, diverse opere importanti sono state arbitrariamente omesse e ci sono due veri e propri svarioni (i due titoli alternativi di uno stesso romanzo sono indicati come testi differenti, un'antologia a più autori è accrediatata al solo Kuttner). Sia come sia, se questa era la qualità media del loro lavoro, temo che in futuro leggerò molte altre opere di Kuttner e Moore!

World War II veteran Edward Bond’s recuperation from a disastrous fighter plane crash takes a distinct turn for the weird …
Dopo aver letto diversi loro racconti individuali medi-lunghi o romanzi scritti in collaborazione, mi sono finalmente deciso a scoprire i racconti collaborativi dei coniugi Henry Kuttner e C.L. Moore e non potevo non iniziare da No Boundaries: l'unica raccolta di collaborazioni che i due hanno curato congiuntamente prima della morte di Kuttner. L'impressione è assai positiva e ora capisco perché "Hank e Catherine" fossero considerati dei pezzi da Novanta del gotha letterario di settant'anni fa.
L'antologia in esame raccoglie 5 racconti composti nell'arco di 15 anni, quattro apparsi ciascuno su una rivista diversa e il quinto scritto apposta per questo volume, e trovo che la selezione dia un'ottima panoramica di tutti in campi su cui operavano Kuttner e Moore, mantenendo sempre con un buon livello. Vediamo quindi i singoli testi:
Dopo aver letto diversi loro racconti individuali medi-lunghi o romanzi scritti in collaborazione, mi sono finalmente deciso a scoprire i racconti collaborativi dei coniugi Henry Kuttner e C.L. Moore e non potevo non iniziare da No Boundaries: l'unica raccolta di collaborazioni che i due hanno curato congiuntamente prima della morte di Kuttner. L'impressione è assai positiva e ora capisco perché "Hank e Catherine" fossero considerati dei pezzi da Novanta del gotha letterario di settant'anni fa.
L'antologia in esame raccoglie 5 racconti composti nell'arco di 15 anni, quattro apparsi ciascuno su una rivista diversa e il quinto scritto apposta per questo volume, e trovo che la selezione dia un'ottima panoramica di tutti in campi su cui operavano Kuttner e Moore, mantenendo sempre con un buon livello. Vediamo quindi i singoli testi:
L'antologia nel suo complesso sarebbe un 4 pieno, ma ancora una volta solo Gollancz la stampa in ebook e ancora una volta la quantità di refusi è intollerabile...

Here is an anthology that explores the furthest reaches of imagination and the closest areas of emotion with power and …
Dopo The Warhound and the World's Pain ecco che concludiamo la dilogia dei Von Bek con The City in the Autumn Stars, in cui il buon ritter Manfred von Bek porta avanti la caccia al Graal del suo bisavolo Ulrich nell'anno 1793: nel complesso un romanzo superiore al primo sotto certi aspetti, inferiore sotto altri, sicuramente godibile ma non perfetto.
Partiamo dai meriti: anche questa volta Moorcock non si limita a scrivere un romanzo storico, bensì scrive direttamente le finte memorie del suo protagonista simulando una prosa antica, e di conseguenza la prima sezione del romanzo è un delizioso omaggio sardonico alla letteratura del tardo Illuminismo e proto Romanticismo, con Manfred tutto intento a meditare sui grandi filosofi della Ragione e a rigettare quel misticismo Sturm und Drang che però gli scorre nel suo sangue teutonico (esemplare la scena di vagabondaggi fra le Alpi svizzere che odora tanto di …
Dopo The Warhound and the World's Pain ecco che concludiamo la dilogia dei Von Bek con The City in the Autumn Stars, in cui il buon ritter Manfred von Bek porta avanti la caccia al Graal del suo bisavolo Ulrich nell'anno 1793: nel complesso un romanzo superiore al primo sotto certi aspetti, inferiore sotto altri, sicuramente godibile ma non perfetto.
Partiamo dai meriti: anche questa volta Moorcock non si limita a scrivere un romanzo storico, bensì scrive direttamente le finte memorie del suo protagonista simulando una prosa antica, e di conseguenza la prima sezione del romanzo è un delizioso omaggio sardonico alla letteratura del tardo Illuminismo e proto Romanticismo, con Manfred tutto intento a meditare sui grandi filosofi della Ragione e a rigettare quel misticismo Sturm und Drang che però gli scorre nel suo sangue teutonico (esemplare la scena di vagabondaggi fra le Alpi svizzere che odora tanto di Jacopo Ortis a Ventimiglia); in secondo luogo la suddetta atmosfera di trapasso fra le epoche va a colorare una trama solidissima di vagabondaggi e innamoramenti, permanenze in ostelli e cospirazioni truffaldine (l'ingegner St Odhran è una spalla fenomenale), che tiene incollati alla pagina come piace a me – e l'atmosfera quintessenzialmente mitteleuropea di Mirenburg è la ciliegina sulla torta. L'asino casca circa a metà romanzo, allorché si entra nel vivo della vicenda e le avventure di Manfred lo indirizzano inequivocabilmente alla ricerca del Graal, nell'eponima Città nelle Stelle Autunnali: a questo punto il ritmo della trama si impantana e ci dobbiamo sorbire diversi capitoli di situazioni autoreferenziali in cui l'intreccio non avanza di un millimetro e Moorcock ci inonda di scenette allegoriche e di ciance esistenziali – cosa che palesemente è di suo gusto, ma secondo me è un netto peggioramento rispetto al perfetto equilibrio fra concretezza e fantasmagoria, fra intreccio e atmosfera, che aveva trovato in The Warhound and the War Pain. E a peggiorare la situazione, laddove il cast di antagonisti del primo romanzo funzionava benissimo, a questo giro il trio Klosterheim-Montsorbier-Von Bresnvorts è una palla al piede che ingolfa l'intreccio con scontri senza costrutto: avrei preferito di gran lunga più spazio al rapporto deuteragonistico fra Manfred e Libussa! Ciò detto, il romanzo non si impantana in una sfilata di scene surreali come Moorcock farà tre anni dopo in The Fortress of the Pearl e arriva a un finale sontuoso che incolla alla pagina e lascia lo stomaco in subbuglio, resituendo quel senso di "sublime cosmico" e di "pietà e terrore" che chiaramente il giovane Moorcock aveva tentato, invano, di creare già in Stormbringer! (di cui per certi versi abbiamo una palinodia) – e ciò è un risultato notevolissimo che quasi compensa le debolezze precedenti.

The City In The Autumn Stars: Being A Continuation Of The Story Of The Von Bek Family And Its …
Avviso sul contenuto Commento esplicito ai toni del finale
Fra 2019 e 2020 fa mi sono sciroppato la celebratissima serie sword and sorcery di Elric di Melniboné, considerata il capolavoro di Michael Moorcock, e l'ho trovata estremamente sgraziata e altalenante; il mese scorso ho voluto dare una seconda chance al Nostro con la sua semisconosciuta dilogia fantascientifica di Karl Glogauer (Behold The Man e [book:Breakfast in the Ruins and Other Stories) e l'ho adorata; morale, ora mi sono arrischiato a leggere la dilogia di fantasy storico dei Von Bek, che inizia con questo The Warhound and the World's Pain, e mi è piaciuto moltissimo (sarebbero 4,5 stelle, in realtà, ma arrotondo volentieri!).
Il romanzo, per parte mia, è geniale su almeno tre livelli diversi: in primo luogo si svolge nella Germania della Guerra dei Trent'Anni, finge di essere l'autobiografia del protagonista (tecnica che adoro) e costruisce il proprio immaginario magico sulle vere superstizioni del tardo Rinascimento-primo Barocco, con un tripudio di filosofi naturali, santoni, diavoli e streghe, animali meccanici e scenari da romanzo cavalleresco con tocchi qua e là di fate leziose; in secondo luogo intreccia assieme, rivoltandoli su sé stessi, i seminali motivi narrativi del patto col diavolo e della cerca del Graal, giacché il nostro eroe capitano Ulrich von Bek viene assunto da un Lucifero in crisi d'identità e incaricato di recuperare il Graal affinché Lucifero sia riammesso in Paradiso (credetemi, ha senso); in terzo luogo, la cerca del Graal condotta dal buon Ulrich si sviluppa come una sequela di episodi vivaci e ben ritmati, come nei migliori romanzi picareschi, ciascuno dei quali sintetizza squisitamente scenari fantasmagorici con probabile sottotesto allegorico e arguti dialoghi di meditazione sulla natura umana e il senso della guerra fra Paradiso e Inferno, culminando in un finale appagante che sarebbe piaciuto a Tolkien — non c'è eucatastrofe migliore di Dio che incarica Lucifero di educare gli umani a vivere in Armonia con il cosmo, in particolare accettando la mortalità. Aggiungiamo poi che Ulrich, Grigoriy, Klosterheim, Philander, Sabrina e lo stesso Lucifero sono personaggi adorabili, statici sì ma perfetti per un romanzo cavalleresco sui generis, e che il testo strabocca di allusioni alla cosmogonia che Moorcock aveva già elaborato nel ciclo di Elric, il che restituisce con successo la sensazione di un singolo episodio in un arazzo più vasto – arazzo che avrò piacere di dipanare continuando le mie letture moorcockiane.

This is the story of Ulrich von Bek, a cynical mercenary who sells his skills as a soldier in the …