Baylee ha iniziato a leggere L'ombra della sovranità di Luigi Alfieri

L'ombra della sovranità di Luigi Alfieri
"Sovranità" è stato uno dei termini chiave del linguaggio politico a partire dalla prima età moderna e, spesso in accezioni …
Femminista in fieri, aroace, atea agnostica, lettrice curiosa, book blogger, amante dell'inverno e del tè caldo.
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Noi due siamo uno ha inizio nell'agosto 2015. Torino è caldissima, afosa, qualcuno è già in vacanza, altri cercano l'aria …

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Questo libro raccoglie i miti della divinità sumera Inanna, Regina del Cielo e della Terra. I canti, ritrovati su tavolette …

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«Il nostro bisogno di storie che parlano di donne spezzate nasconde un'innegabile crudeltà. Le andiamo a cercare per puro sadismo …
@Pare@sociale.network infatti prima o poi volevo leggerli tutti, perché questo primo libro mi ha colpita molto.
Mi fa piacere che sia ancora disponibile: io avevo pescato la vecchia edizione dalla biblioteca.

Questo libro raccoglie i miti della divinità sumera Inanna, Regina del Cielo e della Terra. I canti, ritrovati su tavolette …
Questo è uno di quei romanzi che mi mettono in difficoltà quando devo buttare giù, nero su bianco, cosa me ne è sembrato: è una storia sull’innocenza e la purezza contrapposte all’esperienza e allo sporcarsi di vita? È un romanzo sull’amicizia tra due donne? È un romanzo sulle differenze di classe e la loro inconciliabilità? È un romanzo sullo scontro tra una donna – la narratrice – che vive di lavoro intellettuale (e che è incapace in quello manuale) e una donna – Emerenc – che vive di lavoro domestico (e che disprezza quello intellettuale)?
Un po’ tutto questo e altro ancora, in realtà: Szabó è un’autrice che può permettersi di parlare di mille temi senza essere mai superficiale. Ma nessuno di questi temi è il fulcro del romanzo, il significato di quella porta che ha dato il titolo al libro. C’è, infatti, una porta chiusa in questa storia, una …
Questo è uno di quei romanzi che mi mettono in difficoltà quando devo buttare giù, nero su bianco, cosa me ne è sembrato: è una storia sull’innocenza e la purezza contrapposte all’esperienza e allo sporcarsi di vita? È un romanzo sull’amicizia tra due donne? È un romanzo sulle differenze di classe e la loro inconciliabilità? È un romanzo sullo scontro tra una donna – la narratrice – che vive di lavoro intellettuale (e che è incapace in quello manuale) e una donna – Emerenc – che vive di lavoro domestico (e che disprezza quello intellettuale)?
Un po’ tutto questo e altro ancora, in realtà: Szabó è un’autrice che può permettersi di parlare di mille temi senza essere mai superficiale. Ma nessuno di questi temi è il fulcro del romanzo, il significato di quella porta che ha dato il titolo al libro. C’è, infatti, una porta chiusa in questa storia, una porta che Emerenc difende con le unghie e con i denti e che ha dato vita a un’infinità di speculazioni da parte del suo vicinato, che vorrebbe tanto sapere cosa si nasconde là dietro.
Ma quella porta rimarrà saldamente chiusa, almeno fino a quando Emerenc non incontra la narratrice, che reputa la persona giusta alla quale affidare il suo segreto, quella vulnerabilità che ritiene inaccettabile mostrare allз altrз, da donna granitica e incrollabile quale è. Sembrerebbe una storia deliziosa dell’incontro di due persone capace di alleviare un passato doloroso, ma non è così.
La narratrice, infatti, non riesce a capire fin da subito la vulnerabilità di Emerenc: perché non basta sapere ascoltare lз altrз, bisogna anche rispettare i loro limiti e le loro convinzioni, per quanto bizzarre e ci possano sembrare. La narratrice non segue il desiderio di Emerenc, ma quello che secondo lei è la cosa giusta da fare: non sappiamo se è per evitare che le rimorda la coscienza o se è il modo in cui avrebbe voluto si intervenisse se al posto di Emerenc ci fosse stata lei. Fatto sta che la sua decisione segna il precipitare degli eventi e anche se il suo errore può essere considerato umano e suscitare la nostra comprensione, perché riconosciamo il passo falso e l’errore irrimediabile che può capitare a chiunque di noi, è stato davvero difficile non avercela con lei.
Questo perché La porta è anche un romanzo su due etiche diverse, due visioni del mondo che si incontrano e si scontrano e, sebbene nel finale non posso fare a meno di propendere per il punto di vista di Emerenc, riconosco che entrambe le donne avrebbero tratto giovamento dal non rimanere rigide nelle proprie convinzioni. E forse è proprio questo il punto: imparare a non essere lǝ tirannǝ di nessunǝ, in modo da rendere improbabile che lз tirannз finiscano in posizioni di potere e schiaccino interi gruppi di persone.

Gli esseri umani sono animali narrativi. Siamo circondati da storie: non solo nei libri e nei film ma anche nei …
Non credo di aver mai letto un libro come questo sul colonialismo in Africa: a fine lettura mi è ben chiaro come mai sia considerato un classico sul tema e un testo imprescindibile. Infatti, gran parte dei testi sull’argomento presentano un’impostazione manichea: colonialistз cattivз e colonizzatз buonз. Non che sia sbagliato: non c’è molto di positivo da dire su un gruppo di persone che saccheggia la terra altrui e mette su un sistema volto a discriminare le persone indigene.
Però come sempre le visione manichee eliminano i dettagli che ci aiutano a farci un’idea più chiara della complessità delle situazioni: Achebe inizia mostrandoci il funzionamento della società ibo attraverso uno dei suoi membri più in vista e rispettati, Okonkwo, un uomo molto ambizioso che gode della stima del suo villaggio, conquistata a fatica a partire da una condizione familiare di svantaggio.
Okonkwo, però, non è il tipico personaggio positivo per …
Non credo di aver mai letto un libro come questo sul colonialismo in Africa: a fine lettura mi è ben chiaro come mai sia considerato un classico sul tema e un testo imprescindibile. Infatti, gran parte dei testi sull’argomento presentano un’impostazione manichea: colonialistз cattivз e colonizzatз buonз. Non che sia sbagliato: non c’è molto di positivo da dire su un gruppo di persone che saccheggia la terra altrui e mette su un sistema volto a discriminare le persone indigene.
Però come sempre le visione manichee eliminano i dettagli che ci aiutano a farci un’idea più chiara della complessità delle situazioni: Achebe inizia mostrandoci il funzionamento della società ibo attraverso uno dei suoi membri più in vista e rispettati, Okonkwo, un uomo molto ambizioso che gode della stima del suo villaggio, conquistata a fatica a partire da una condizione familiare di svantaggio.
Okonkwo, però, non è il tipico personaggio positivo per cui ci viene spontaneo fare il tifo: affogato nel suo bisogno di affermare la sua mascolinità a tutti i costi per smarcarsi dall’ombra del padre, un uomo lontano dell’ideale guerriero ibo, è difficile provare simpatia per lui mentre maltratta il figlio, che vorrebbe più simile a lui, e picchia le mogli.
Achebe lo ha reso un esempio perfetto della società ibo nel momento i cui l’uomo bianco è arrivato: una società niente affatto idilliaca e non una mitica età dell’oro precoloniale alla quale aspirare a tornare, ma una società come tante altre, con i suoi pregi e i suoi difetti. Sicuramente una società bisognosa di un cambiamento, un bisogno che diviene drammaticamente evidente a tuttз nel momento in cui la religione cristiana manifesta tutta la sua attrattiva sullз abitanti del villaggio.
La tesi di Achebe è che entrambe le culture si siano dimostrate rigide e si siano rifiutate di lasciarsi contaminare l’una dall’altra, vedendo nella contaminazione solo la corruzione della propria purezza e non una preziosa evoluzione. Alla fine la cultura inglese è diventata quella colonizzatrice (e distruttrice) solo perché la sua potenza offensiva in quel contesto era maggiore, non perché fosse culturalmente superiore: non c’è nessuna superiorità morale nell’essere solo il bullo più forte.
Prima di iniziare con la recensione vera e propria mi sento di fare una piccola considerazione: in questo romanzo (che è del 2012), quasi ogni donna che incontriamo ha lasciato il lavoro perché si è sposata e ha avuto dellз figliз. Pensa a quanto è strano che matrimoni e nascite siano in calo in Giappone: ci saranno anche un sacco di altri motivi, ma, visto che da qualche parte bisogna iniziare, questo mi pare un buon punto di partenza.
Tornando al romanzo, sono molto contenta che mi avessero messo in guardia sul fatto che i gialli nipponici sono piuttosto diversi da quelli che siamo abituatз a leggere da queste parti: essendo Sei Quattro su un vecchio caso, ci si potrebbe aspettare che il protagonista indaghi, abbia delle intuizioni geniali e/o la fortuna di incrociare la prova giusta e riesca a risolverlo. Invece no: Mikami Yoshinobu è il capo dell’ufficio stampa …
Prima di iniziare con la recensione vera e propria mi sento di fare una piccola considerazione: in questo romanzo (che è del 2012), quasi ogni donna che incontriamo ha lasciato il lavoro perché si è sposata e ha avuto dellз figliз. Pensa a quanto è strano che matrimoni e nascite siano in calo in Giappone: ci saranno anche un sacco di altri motivi, ma, visto che da qualche parte bisogna iniziare, questo mi pare un buon punto di partenza.
Tornando al romanzo, sono molto contenta che mi avessero messo in guardia sul fatto che i gialli nipponici sono piuttosto diversi da quelli che siamo abituatз a leggere da queste parti: essendo Sei Quattro su un vecchio caso, ci si potrebbe aspettare che il protagonista indaghi, abbia delle intuizioni geniali e/o la fortuna di incrociare la prova giusta e riesca a risolverlo. Invece no: Mikami Yoshinobu è il capo dell’ufficio stampa e deve solo recuperare i buoni rapporti con la famiglia della vittima di questo vecchio caso irrisolto in modo da permettere alla polizia di farsi della buona pubblicità.
Una larga fetta di Sei Quattro quindi ruota intorno ai rapporti tra polizia e stampa, rapporti che Yokoyama deve conoscere bene, visto che ha lavorato per più di dieci anni come giornalista d’inchiesta. Ci sono pagine e pagine nelle quali ci si interroga su dove finisca il diritto di cronaca e inizi il diritto alla privacy, sul diritto dellз giornalistз di avere tutte le informazioni in modo da poter valutare cosa pubblicare e cosa no e il diritto della polizia a trattenere qualunque elemento ritenga troppo sensibile, ma con il rischio che ometta informazioni compromettenti.
Tutto questo gestito da un uomo che sente il suo ruolo di capo dell’ufficio stampa come una punizione perché vorrebbe tornare sul campo. Mikami, infatti, è un uomo che non riesce ad accettare la situazione nella quale si trova: di padre di una figlia scomparsa e che non riesce a capire, di capo dell’ufficio stampa che deve avere a che fare con un padre di una figlia assassinata in un crimine ancora senza colpevole condannato e di marito di una donna che dopo tanti anni di matrimonio ancora non sa perché si è sposata proprio con lui.
Tuttavia, sarà proprio in questa condizione di uomo perso e demoralizzato che capirà l’importanza di incontrare la persona di cui abbiamo bisogno e l’umiltà di ammettere che, per quanto si ami qualcunǝ, quella persona speciale potremmo non essere noi. Magari noi siamo la persona giusta al momento giusto per unǝ perfettǝ sconosciutǝ e in quel caso è importante non rifiutarne la responsabilità per non lasciare che tutto scivoli nell’indifferenza e per tenere in vita la fiamma della solidarietà umana.
Sei Quattro è un romanzo lento e a tratti sembra assolutamente inconcludente, ma alla fine ogni elemento è funzionale e porta a farsi l’unica domanda importante: non “chi è stato?”, ma “come sta ogni personaggio toccato da questo terribile caso?”.
Lo straniero è uno di quei romanzi che vanno letti perché non si possono proprio raccontare: è uno di quelli che basano la loro forza sulle sensazioni e sulle riflessioni che quelle sensazioni portano con sé. È anche molto probabile che a persone diverse dica cose diverse, perché alla fine la storia di Meursault è così insignificante da non poter essere ignorata e liquidata come una storia senza importanza.
Meursault all’inizio del romanzo ci suscita subito antipatia, per nessuna ragione se non per il fatto che è uno straniero. E non uno straniero qualunque: potremmo definirlo lo straniero definitivo, così estraneo da esserlo anche nei confronti della vita stessa. Non possiamo incasellarlo nello stereotipo del bravo straniero perché non si distingue per particolari meriti, né nello stereotipo del cattivo straniero perché non briga per fregare lз autoctonз. Sta nella sua vita senza alcun entusiasmo, giusto perché ci è ritrovato …
Lo straniero è uno di quei romanzi che vanno letti perché non si possono proprio raccontare: è uno di quelli che basano la loro forza sulle sensazioni e sulle riflessioni che quelle sensazioni portano con sé. È anche molto probabile che a persone diverse dica cose diverse, perché alla fine la storia di Meursault è così insignificante da non poter essere ignorata e liquidata come una storia senza importanza.
Meursault all’inizio del romanzo ci suscita subito antipatia, per nessuna ragione se non per il fatto che è uno straniero. E non uno straniero qualunque: potremmo definirlo lo straniero definitivo, così estraneo da esserlo anche nei confronti della vita stessa. Non possiamo incasellarlo nello stereotipo del bravo straniero perché non si distingue per particolari meriti, né nello stereotipo del cattivo straniero perché non briga per fregare lз autoctonз. Sta nella sua vita senza alcun entusiasmo, giusto perché ci è ritrovato in mezzo.
È un uomo così intrinsecamente ai margini da risultare sgradevole per come pensa, per come agisce e per come non agisce. Non ci va bene così com’è e sentiamo il bisogno di scuoterlo, perché faccia qualcosa in modo che possiamo emettere un giudizio su di lui senza sentirci nel torto: abbiamo bisogno che ci permetta di salvarlo o di condannarlo in modo da sentirci in pace con noi stessз e i nostri principi.
Meursault, invece, non farà nulla del genere, ma a mano, a mano che la lettura prosegue si inizia a sentirsi sempre peggio per lui. Si perde il desiderio di scuoterlo, si perde la centralità del proprio giudizio e ci rimane solo il desiderio che qualcunǝ veda la sua condizione di straniero totale e assoluto e abbia compassione di lui. Perché come potrebbe sentirsi parte del consesso umano un uomo che non è mai stato ascoltato, ma al quale sono sempre state imposte delle verità che non lo includevano?