Baylee ha valutato Gli uomini mi spiegano le cose: 3 stelle

Gli uomini mi spiegano le cose di Rebecca Solnit (Saggi)
Ci sono molti modi per sentirsi superiori, più forti, più bravi, più sapienti e potenti. La sopraffazione non passa solo …
Femminista in fieri, aroace, atea agnostica, lettrice curiosa, book blogger, amante dell'inverno e del tè caldo.
Blog > La siepe di more Mastodon > @lasiepedimore@devianze.city Sharkey (anime, manga e light novel) > sk.helike.rocks/@nebulosa
Questo collegamento si apre in una finestra pop-up

Ci sono molti modi per sentirsi superiori, più forti, più bravi, più sapienti e potenti. La sopraffazione non passa solo …

Elise carries a notebook full of tallies, each page marking a day spent at her new public school, each stroke …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Questo libro è brutto. Ma brutto, brutto. Sconvolgentemente brutto per una che pensava di avere per le mani una tranquilla e rilassante lettura estiva e invece di è ritrovata a leggere pagine e pagine di idiozie su come fare a salvare i libri, sul fatto che la gente non legge più e, se anche legge, non legge i libri giusti nel modo giusto. La qual cosa è forse l’aspetto più esilarante di questo romanzo, visto che non rispetta i criteri che, secondo Natsukawa, rendono un libro meritevole della nostra attenzione.
Stiamo freschз se è Il gatto che voleva salvare i libri a risollevare le sorti della lettura: sono una lettrice forte e l’unica cosa che volevo sollevare durante la lettura erano delle preghiere alla mia edicolante perché se lo riprendesse e mi ridesse i miei soldi. Vorrei davvero …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Questo libro è brutto. Ma brutto, brutto. Sconvolgentemente brutto per una che pensava di avere per le mani una tranquilla e rilassante lettura estiva e invece di è ritrovata a leggere pagine e pagine di idiozie su come fare a salvare i libri, sul fatto che la gente non legge più e, se anche legge, non legge i libri giusti nel modo giusto. La qual cosa è forse l’aspetto più esilarante di questo romanzo, visto che non rispetta i criteri che, secondo Natsukawa, rendono un libro meritevole della nostra attenzione.
Stiamo freschз se è Il gatto che voleva salvare i libri a risollevare le sorti della lettura: sono una lettrice forte e l’unica cosa che volevo sollevare durante la lettura erano delle preghiere alla mia edicolante perché se lo riprendesse e mi ridesse i miei soldi. Vorrei davvero incontrare Natsukawa e chiedergli come pensa di aumentare lз lettorз con delle strategie che si sono già dimostrate fallimentari e come aprire una piccola libreria indipendente possa salvare il mondo.
E soprattutto perché cazzo l’autrice ideale per introdurre una ragazza alla lettura sia sempre e solo Jane Austen. Mollatela un attimo questa donna e tirate fuori qualcosa di più originale, magari un consiglio di lettura modellato sulla persona in questione invece di procedere per stereotipi.
E basta con questi libri pieni di sentimentalismo, punti esclamativi, frasi fatte e parole a caso. Che senso ha scrivermi che Sayo è sorpresa se mi hai già scritto che ha spalancato gli occhi. Pensi che io sia così scema da aver bisogno che mi spieghi per filo e per segno cosa sta accadendo? O pensi di non saper scrivere al punto di dover spiegare perché un personaggio ha una certa reazione fisica? E allora perché scrivere un libro? Mistero.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Non sono caduta dal cammello come Théodore Monod (e non ho neanche acquisito la capacità di resistere al caldo, evidentemente), ma Il più grande uomo scimmia del Pleistocene mi ha comunque divertita una cifra. Capisco il perché dell’entusiasmo di Pratchett.
Il libro racconta in maniera esilarante un momento dell’evoluzione umana, quello della domesticazione del fuoco e di come questa sia stata in grado di cambiare le vite dellз nostrз antenatз. Per quanto Lewis voglia far ridere, la sua ricostruzione non è poi così campata per aria (Monod stesso lo riconobbe) e viene proprio da dire che da che mondo è mondo alcuni esseri umani ricercano attivamente un modo per migliorare le proprie vite; altri fanno per caso scoperte che possono portare dei vantaggi; altri ancora si opporranno, più o meno ipocritamente, a qualunque cambiamento; infine, altri ancora saranno …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Non sono caduta dal cammello come Théodore Monod (e non ho neanche acquisito la capacità di resistere al caldo, evidentemente), ma Il più grande uomo scimmia del Pleistocene mi ha comunque divertita una cifra. Capisco il perché dell’entusiasmo di Pratchett.
Il libro racconta in maniera esilarante un momento dell’evoluzione umana, quello della domesticazione del fuoco e di come questa sia stata in grado di cambiare le vite dellз nostrз antenatз. Per quanto Lewis voglia far ridere, la sua ricostruzione non è poi così campata per aria (Monod stesso lo riconobbe) e viene proprio da dire che da che mondo è mondo alcuni esseri umani ricercano attivamente un modo per migliorare le proprie vite; altri fanno per caso scoperte che possono portare dei vantaggi; altri ancora si opporranno, più o meno ipocritamente, a qualunque cambiamento; infine, altri ancora saranno disposti a fare qualsiasi cosa pur di avere un vantaggio sullз altrз.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Asexual Erotics è forse il libro più interessante che mi è capitato di leggere sull’asessualità: avendo ormai superato la fase che-cos’è-l’asessualità-oddio-ma-parla-di-me! sento il bisogno di letture che vadano oltre le definizioni e si inoltrino lungo i sentieri dello sguardo asessuale sul mondo. Cosa può dirci il punto di vista asessuale sulla nostra società?
Ela Przybyło (che il suo sito mi informa si pronuncia Pshy-by-wo) mi ha dato un assaggio delle potenzialità che l’asessualità ha nel dare una nuova definizione di intimità ed erotismo, togliendo il sesso da quella posizione di centralità e privilegio che ha permesso a una sessualità compulsiva di essere un’arma per ribadire e rafforzare posizioni razziste, sessiste, abiliste e omofobiche.
Przybyło analizza in maniera accademica e rigorosa storture che incontri vivendo una vita da asessuale, ma che non tuttз sono in grado di identificare …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Asexual Erotics è forse il libro più interessante che mi è capitato di leggere sull’asessualità: avendo ormai superato la fase che-cos’è-l’asessualità-oddio-ma-parla-di-me! sento il bisogno di letture che vadano oltre le definizioni e si inoltrino lungo i sentieri dello sguardo asessuale sul mondo. Cosa può dirci il punto di vista asessuale sulla nostra società?
Ela Przybyło (che il suo sito mi informa si pronuncia Pshy-by-wo) mi ha dato un assaggio delle potenzialità che l’asessualità ha nel dare una nuova definizione di intimità ed erotismo, togliendo il sesso da quella posizione di centralità e privilegio che ha permesso a una sessualità compulsiva di essere un’arma per ribadire e rafforzare posizioni razziste, sessiste, abiliste e omofobiche.
Przybyło analizza in maniera accademica e rigorosa storture che incontri vivendo una vita da asessuale, ma che non tuttз sono in grado di identificare con certezza e organizzare in un pensiero strutturato (io no di sicuro, sono una frana nel teorizzare gli eventi): per esempio, il fatto che il sesso sia al centro dell’intimità implica che ci sia uno standard al quale adeguarsi affinché la relazione sia sana. Troppo poco, o addirittura niente sesso, è sicuramente indice di qualcosa che non va nella relazione: analizzando la cosiddetta morte del letto lesbico, però, Przybyło dimostra che a non andare era più il fatto di aver preso come standard le dinamiche delle coppie eterosessuali.
Per questo non consiglio questo libro a meno che non abbiate una buona padronanza delle temetiche che girano intorno all’asessualità e alle modalità con le quali il femminismo queer indaga i vari fenomeni sociali. Però, una volta che ci avrete preso confidenza, prendete in considerazione questo libriccino, che è davvero prezioso, spero che sia il primo di tanti altri.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Finalmente mi sono decisa a leggere un altro romanzo di Yoshimoto, dopo l’enorme delusione di Moshi moshi: che sfiga, ai tempi, aver sfilato dallo scaffale della biblioteca quello che è uno dei suoi libri peggiori. Magari adesso non aspetterò dieci anni prima di leggere Kitchen.
Il dolce domani non è uno di quei romanzi inequivocabilmente belli, ma è uno di quei libri che mi sento di consigliare perché capace di fare bene all’anima. Avendo come il tema il lutto, potrebbe essere particolarmente indicato per affrontare quel genere di dolore, ma è così delicato e garbato che credo possa essere una lettura lenitiva in senso lato.
Infatti, Yoshimoto dichiara nella postfazione al romanzo di averlo scritto in seguito al terremoto del Tōhoku dell’11 marzo 2011, che, tra morti accertate e persone disperse, ha fatto più di 20.000 …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Finalmente mi sono decisa a leggere un altro romanzo di Yoshimoto, dopo l’enorme delusione di Moshi moshi: che sfiga, ai tempi, aver sfilato dallo scaffale della biblioteca quello che è uno dei suoi libri peggiori. Magari adesso non aspetterò dieci anni prima di leggere Kitchen.
Il dolce domani non è uno di quei romanzi inequivocabilmente belli, ma è uno di quei libri che mi sento di consigliare perché capace di fare bene all’anima. Avendo come il tema il lutto, potrebbe essere particolarmente indicato per affrontare quel genere di dolore, ma è così delicato e garbato che credo possa essere una lettura lenitiva in senso lato.
Infatti, Yoshimoto dichiara nella postfazione al romanzo di averlo scritto in seguito al terremoto del Tōhoku dell’11 marzo 2011, che, tra morti accertate e persone disperse, ha fatto più di 20.000 vittime. Il dolce domani non parla di quella catastrofe, ma vuole comunque essere un abbraccio affettuoso a chiunque sia rimastǝ dopo un evento luttuoso. E, secondo me, riesce molto bene a trasmettere quel calore umano.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
<blockquote><i>Lo desidererai lo stesso. La lucidità è una droga inebriante, e tu hai passato quasi due anni senza, convinta che stavi perdendo il senno, convinta che eri tu il mostro, e vuoi qualcosa in bianco o nero più di qualsiasi cosa tu abbia mai voluto a questo mondo.</i></blockquote>
Non c’è niente da fare: i libri di Carmen Maria Machado mi piacciono proprio tanto e mi colpiscono a un livello così viscerale che mi riesce difficile spiegare cos’è che mi colpisce tanto della sua scrittura. Com’era stato per Il suo corpo e altre feste, nemmeno Nella casa dei tuoi sogni è un libro perfetto e contiene diversi punti nei quali Machado non è efficace come potrebbe, ma quando sono arrivata in fondo all’ebook tutto quello a cui riuscivo a pensare era: wow.
Wow perché Machado racconta una …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
<blockquote><i>Lo desidererai lo stesso. La lucidità è una droga inebriante, e tu hai passato quasi due anni senza, convinta che stavi perdendo il senno, convinta che eri tu il mostro, e vuoi qualcosa in bianco o nero più di qualsiasi cosa tu abbia mai voluto a questo mondo.</i></blockquote>
Non c’è niente da fare: i libri di Carmen Maria Machado mi piacciono proprio tanto e mi colpiscono a un livello così viscerale che mi riesce difficile spiegare cos’è che mi colpisce tanto della sua scrittura. Com’era stato per Il suo corpo e altre feste, nemmeno Nella casa dei tuoi sogni è un libro perfetto e contiene diversi punti nei quali Machado non è efficace come potrebbe, ma quando sono arrivata in fondo all’ebook tutto quello a cui riuscivo a pensare era: wow.
Wow perché Machado racconta una di quelle storie che solitamente vengono trascurate e che vanno perse nel flusso del tempo e dello spazio: la sua relazione con una donna manipolatrice e violenta. Per molto tempo questo tipo di storie è rimasto sottotraccia, indagato solo da poche persone – molte donne, perché anche nell’universo LGBTQIA+, le donne sono quelle con gli strumenti più affinati dall’esperienza di riconoscere e affrontare il tema della violenza domestica. Machado ha fatto un grande lavoro per rintracciare questi testi e tributare loro l’onore dell’aver per primi affrontato la questione, per poi lanciarsi nel suo racconto.
<blockquote><i>Il primo libro sui maltrattamenti tra lesbiche è stato pubblicato l’anno in cui sono nata io. Non sarà l’erudizione più antica del mondo, ma non è neanche così recente. Perché nessuno me lo ha detto? E chi avrebbe dovuto dirmelo? Conoscevo pochissima gente queer, e quasi tutti avevano la mia età, e anche loro stavano ancora cercando di capirci qualcosa.</i></blockquote>
Il vantaggio di avere a che fare con storie poco frequentate è sicuramente quello di potersi muovere in totale libertà, una libertà che Machado sfrutta muovendosi con disinvoltura tra i generi e tra le storie già raccontate e facendo sì che il racconto della sua esperienza ne respiri altri. Infatti, nonostante Machado parli della sua vita e quindi di una storia strettamente personale, Nella casa dei tuoi sogni è aperto alle contaminazioni e ai suggerimenti di chiunque possa arricchirne e facilitarne la stesura.
Leggendolo, si ha la sensazione di fluidità, di un racconto generoso che sa di non aver detto tutto quanto c’era da dire e che si pone come un semplice tassello di un mosaico ancora tutto da comporre: Machado sa che nel tempo e nello spazio cambiano sia il modo sia il punto di vista di chi racconta una storia e che per raccontare delle variegate esperienze degli esseri umani non ci si può fermare alle conoscenze condivise, a quello che sappiamo o crediamo di sapere, a quella che vorremmo fosse la realtà.
<blockquote><i>Si è continuato ad andare in tondo, girando intorno a verità fondamentali che nessuno voleva guardare dritto in faccia, come se fossero il sole: le donne possono abusare di altre donne. Le donne hanno abusato di altre donne. E le persone queer dovevano prendere seriamente questo problema, perché non lo avrebbe fatto nessun altro.</i></blockquote>
Non vedo l’ora di leggere di nuovo Machado. Non vedo l’ora di leggere altre storie rimaste nell’ombra.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Quando ho iniziato a leggere questo libro, non mi aspettavo certo delle storie spensierate: il tema – il racconto della morte dei dieci ragazzi uccisi a colpi di arma da fuoco il 23 novembre 2013 negli USA – è ben evidente e non può essere frainteso. Eppure, quando ho letto di Jaiden Dixon, la prima vittima raccontata da Younge, sono rimasta scioccata lo stesso.
Con l’autore di questo libro condivido la cultura europea e la difficoltà di capire la cultura delle armi statunitense e il loro attaccamento al secondo emendamento. Ho letto vari articoli sull’argomento e continua a sembrarmi assurda la logica secondo la quale l’unico modo per impedire a una persona armata di uccidere sia una maggiore diffusione delle armi in modo tale che quella persona sia fermata da un’altra persona armata. L’ipotesi che nessuna di …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Quando ho iniziato a leggere questo libro, non mi aspettavo certo delle storie spensierate: il tema – il racconto della morte dei dieci ragazzi uccisi a colpi di arma da fuoco il 23 novembre 2013 negli USA – è ben evidente e non può essere frainteso. Eppure, quando ho letto di Jaiden Dixon, la prima vittima raccontata da Younge, sono rimasta scioccata lo stesso.
Con l’autore di questo libro condivido la cultura europea e la difficoltà di capire la cultura delle armi statunitense e il loro attaccamento al secondo emendamento. Ho letto vari articoli sull’argomento e continua a sembrarmi assurda la logica secondo la quale l’unico modo per impedire a una persona armata di uccidere sia una maggiore diffusione delle armi in modo tale che quella persona sia fermata da un’altra persona armata. L’ipotesi che nessuna di quelle persone abbia un’arma sembra non sfiorarlз nemmeno.
Forse è l’impossibilità di capire questo aspetto della cultura statunitense che ha portato Younge a scrivere un libro non sul controllo delle armi, ma sulla società che permette una diffusione così noncurante delle armi. Attraverso le storie delle dieci giovani vittime del 23 novembre 2013, l’autore ci parla delle conseguenze dell’onnipresenza delle armi – i danni collaterali che ogni decisione porta con sé – e dell’accettazione del numero delle vittime come di un fatto inevitabile e incontrovertibile, appena scossa soltanto dal trauma delle sparatorie di massa.
Se comprendere questo aspetto della cultura statunitense mi è impossibile, ho preso la lettura di Un altro giorno di morte in America come un monito a non cedere al fascino della legittima difesa facile e dell’aumento di persone armate a difesa della nostra sicurezza. Probabilmente nessun’altra democrazia al mondo conta più armi e forze dell’ordine in circolazione, eppure lз cittadinз non sono affatto più sicurз. Anzi, l’insicurezza è a portata di mano: bastano delle armi incustodite e la naturale curiosità di un bambino a cancellare una giovane vita.
<blockquote><i>Insomma, un giorno come un altro negli Stati Uniti e, come di consueto in un normalissimo sabato americano, dieci bambini e adolescenti venivano uccisi da un’arma da fuoco. Come il clima di quel giorno, nessuno di loro sarebbe finito sulle prime pagine dei quotidiani nazionali perché, proprio come il clima, la loro morte non turbava l’ordine stabilito, ma anzi vi si conformava. Rispetto a quanto ci si poteva aspettare da un sabato americano qualsiasi, infatti, nemmeno in questa cifra c’era l’ombra dell’inganno perché era esattamente quella cui la nazione era abituata. Ogni giorno, in media, negli Stati Uniti sette bambini e adolescenti perdono la vita a causa di un colpo d’arma da fuoco – per essere precisi nel 2013 erano 6,75. Le armi da fuoco sono la principale causa di mortalità tra i neri sotto i diciannove anni e la seconda per la stessa fascia d’età in generale, preceduta solo dagli incidenti stradali.</i></blockquote>
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Sono in difficoltà a scrivere la recensione di questo libro perché, non avendo conoscenze pregresse alla lettura di questo libro di Cixi, non so quanta verità ci sia nell’accusa che ho visto rivolgere più di frequente all’autrice: Chang avrebbe fornito un ritratto troppo lusinghiero dell’imperatrice vedova, mostrandosi indulgente nei confronti delle sue colpe e dei suoi errori.
Il mio fiuto di lettrice mi suggerisce che il tono apologetico è giustificato dal fatto che Chang ha scritto questo libro anche per riabilitare una figura storica che, in quanto donna di potere, ha subito giudizi poco lusinghieri: anche quando racconta degli errori di Cixi, l’autrice cerca di addolcire il biasimo con una serie di giustificazioni che non sono campate per aria (l’apparato di fonti consultate è notevole), ma finiscono probabilmente per restituirci un’immagine più positiva del necessario.
Detto questo, L’imperatrice …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Sono in difficoltà a scrivere la recensione di questo libro perché, non avendo conoscenze pregresse alla lettura di questo libro di Cixi, non so quanta verità ci sia nell’accusa che ho visto rivolgere più di frequente all’autrice: Chang avrebbe fornito un ritratto troppo lusinghiero dell’imperatrice vedova, mostrandosi indulgente nei confronti delle sue colpe e dei suoi errori.
Il mio fiuto di lettrice mi suggerisce che il tono apologetico è giustificato dal fatto che Chang ha scritto questo libro anche per riabilitare una figura storica che, in quanto donna di potere, ha subito giudizi poco lusinghieri: anche quando racconta degli errori di Cixi, l’autrice cerca di addolcire il biasimo con una serie di giustificazioni che non sono campate per aria (l’apparato di fonti consultate è notevole), ma finiscono probabilmente per restituirci un’immagine più positiva del necessario.
Detto questo, L’imperatrice Cixi mi è piaciuto tanto, me lo sono letto a colpi di cento pagine al giorno e mi ha fatto venire una gran voglia di leggere gli altri lavori di Chang. Cixi è stata una politica abile e capace, a differenza del marito e dei figli, che avrebbero dovuto ereditare il regno, ma che non avevano le capacità di guidare la Cina in quel particolare momento storico, vuoi per disinteresse (è dura fare l’imperatore quando le tue inclinazioni sono lontane dalla politica), vuoi per una mentalità che aveva ormai fatto il suo corso.
La vita di Cixi – e i suoi diversi periodi di regno – hanno coinciso con grandi cambiamenti per la Cina – inclusa la cessione dell’isola di Hong Kong alla Gran Bretagna – e quindi è un momento storico interessante del quale sapere di più, visto che ha messo in moto eventi cruciali per arrivare alla Cina di oggi.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
milk and honey, edito in Italia da Tre60, è un libro che mi sta dando da pensare. Non per la profondità dei componimenti che raccoglie, temo; anzi, proprio perché ne contiene poca o punta. Kaur è probabilmente la più famosa Instapoet del mondo, cioè una poetessa che scrive poesie destinate alla pubblicazione sui social (in primis, Instagram e Tumblr) e composte di conseguenza per la fruizione rapida e per colpire l’occhio mentre si scrollano distrattamente le varie homepage.
Queste Instapoems sono brevi ed esteticamente piacevoli, scritte con font carini e magari accompagnate da un’immagine o un disegno. Un formato che non esito a definire perfetto per i social, ma che perde molta della sua attrattività sulla carta, dove sembra davvero di leggere delle normali affermazioni affettate con accapo strategici in modo da sembrare poesia. Insomma, …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
milk and honey, edito in Italia da Tre60, è un libro che mi sta dando da pensare. Non per la profondità dei componimenti che raccoglie, temo; anzi, proprio perché ne contiene poca o punta. Kaur è probabilmente la più famosa Instapoet del mondo, cioè una poetessa che scrive poesie destinate alla pubblicazione sui social (in primis, Instagram e Tumblr) e composte di conseguenza per la fruizione rapida e per colpire l’occhio mentre si scrollano distrattamente le varie homepage.
Queste Instapoems sono brevi ed esteticamente piacevoli, scritte con font carini e magari accompagnate da un’immagine o un disegno. Un formato che non esito a definire perfetto per i social, ma che perde molta della sua attrattività sulla carta, dove sembra davvero di leggere delle normali affermazioni affettate con accapo strategici in modo da sembrare poesia. Insomma, a fine lettura lз capisco quellз lettorз che hanno perculato Kaur scrivendo recensioni andando accapo dopo una o due parole.
Però non riesco a liquidare milk and honey come una lettura dimenticabile qualunque perché sono rimasta colpita dalla reazione delle persone a queste poesie. Tra i molti commenti ai post di Kaur, a parte la valanga di cuoricini, ce ne sono diversi sull’importanza che un certo componimento ha avuto nell’ambito del proprio percorso personale, sia stata la messa in parole di un dolore o l’affermazione motivazionale di cui si aveva bisogno in quel momento.
Quindi mi sono chiesta se, oltre alla confezione formato social, queste poesie piacciano anche perché nella loro vaghezza permettono alle persone di riempirle con il significato derivante dalle loro storie personali, come se la poesia di Kaur fosse solo la chiave che apre una porta. Anche se la chiave è un banale pezzo di metallo, dietro quella porta c’è della complessità interessante da affrontare per vivere meglio.
Però, ecco la sostanza sta dietro la porta. Mi sento di consigliare questo libro solo se, facendo un giro sui profili social di Kaur, pensate di aver bisogno delle sue chiavi.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Inizio con due informazioni di servizio: con la prima vi ricordo che questo libro è disponibile anche in italiano, edito da Bompiani con il titolo Stazione Undici; con la seconda confesso di aver involontariamente un po’ barato per questa task perché solo una parte del libro è ambientata nel Midwest. Eh va be’.
Cosa scrivere di Station Eleven? È uno strano libro: tra le sue pagine non ho trovato niente di nuovo, niente che non avesse già letto in altri romanzi. Compare un nuovo virus influenzale e la malattia che si diffonde rapidamente e altrettanto rapidamente uccide, senza dare tempo al personale sanitario o a chicchessia di prendere le giuste precauzioni o organizzare un lockdown. Insomma, SARS-CoV-2 e COVID-19 scansatevi. Finisce la civiltà per come la conosciamo e seguiamo un gruppo di persone in questa nuova …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Inizio con due informazioni di servizio: con la prima vi ricordo che questo libro è disponibile anche in italiano, edito da Bompiani con il titolo Stazione Undici; con la seconda confesso di aver involontariamente un po’ barato per questa task perché solo una parte del libro è ambientata nel Midwest. Eh va be’.
Cosa scrivere di Station Eleven? È uno strano libro: tra le sue pagine non ho trovato niente di nuovo, niente che non avesse già letto in altri romanzi. Compare un nuovo virus influenzale e la malattia che si diffonde rapidamente e altrettanto rapidamente uccide, senza dare tempo al personale sanitario o a chicchessia di prendere le giuste precauzioni o organizzare un lockdown. Insomma, SARS-CoV-2 e COVID-19 scansatevi. Finisce la civiltà per come la conosciamo e seguiamo un gruppo di persone in questa nuova realtà post-apocalittica.
Però.
Però questo romanzo mi è ronzato in testa per giorni e ci sono diversi passaggi nei quali ha toccato i miei punti deboli: è una storia sulle reazioni umane a un evento così catastrofico e poche cose mi commuovono come la messa a nudo della fragilità umana. St. John Mandel è stata molto abile nel mantenere l’equilibrio tra gli estremi che spesso caratterizzano questo tipo di storie, cioè non è mai troppo catastrofista e non è mai troppo ottimista: i suoi personaggi si muovono in un mondo abitato da persone traumatizzate e da giovani che non hanno mai conosciuto altro che quella civiltà disfatta.
Il prima diventa un ricordo, un rimpianto o un racconto meraviglioso. Un tempo c’era energia elettrica a illuminare le notti. Perché non ho imparato com’è fatto e come funzionava un computer per poterlo spiegare? Davvero si poteva volare con gli aerei? Il dopo, di conseguenza, viene plasmato dalla reazione al trauma, che varia da persona a persona, perché diverse sono le loro idee, le loro storie, i loro caratteri. Non è detto che sia una reazione positiva; a volte è solo la presa di coscienza di non poter vivere dopo il collasso della tua civiltà. Magari perché l’antidepressivo che prendevi non esiste più.
Penso che Station Eleven mi sia rimasto così tanto in testa semplicemente perché, senza sentimentalismi, racconta delle piccole grandi cose che rendono piacevole (e a volte possibile) la nostra esistenza. È vero che la nostra società ha dei problemi macroscopici – anzi, direi che alcuni sono proprio giganteschi – ma abbiamo anche inventato un sacco di cose belle. Dobbiamo “solo” diventare più bravз a difenderle e condividerle. “Solo”.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
I romanzi di Agnello Hornby non mi hanno mai invogliato alla lettura e mi dispiace scrivere che Caffè amaro ha confermato le vibrazioni negative che mi arrivavano dai lavori di quest’autrice. Seguiranno spoiler, perché la seconda metà di questo romanzo mi ha lasciato basita.
Il mio principale problema ha riguardato la storia in sé, che mi è sembrata l’ennesima riproposta del racconto della vita di una donna moderna per i suoi tempi e delle persone che le ruotano intorno. Mentre leggevo, il mio cervello prevedeva e spuntava ogni situazione già vista e ogni comparsa tipica di queste storie (vuoi che nella famiglia ricca non ci sia lo zio omosessuale che non si è mai sposato, ha un amante e rischia sempre di dare scandalo?).
La novità per me – se così vogliamo chiamarla – è stata rappresentata dall’interesse …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
I romanzi di Agnello Hornby non mi hanno mai invogliato alla lettura e mi dispiace scrivere che Caffè amaro ha confermato le vibrazioni negative che mi arrivavano dai lavori di quest’autrice. Seguiranno spoiler, perché la seconda metà di questo romanzo mi ha lasciato basita.
Il mio principale problema ha riguardato la storia in sé, che mi è sembrata l’ennesima riproposta del racconto della vita di una donna moderna per i suoi tempi e delle persone che le ruotano intorno. Mentre leggevo, il mio cervello prevedeva e spuntava ogni situazione già vista e ogni comparsa tipica di queste storie (vuoi che nella famiglia ricca non ci sia lo zio omosessuale che non si è mai sposato, ha un amante e rischia sempre di dare scandalo?).
La novità per me – se così vogliamo chiamarla – è stata rappresentata dall’interesse amoroso della protagonista, Maria, tale Giosuè: all’inizio è un tipico personaggio da romance storico, poi mi diventa un gerarca fascista e mi viene chiesto di fare il tifo per lui. Ecco, io questa cosa non l’ho tollerata perché non stiamo parlando di un personaggio complesso e contraddittorio che viene analizzato nel corso di una storia, ma di un eroe romantico per il quale dovresti soffrire o gioire. Io ho sperato che si beccasse un bomba e ci liberasse così della sua presenza. Qualcosa è evidentemente andato storto.
Ancora più fastidio mi ha dato il fatto che Agnello Hornby gli abbia dato delle origini ebraiche che lo costringono alla clandestinità: un espediente che serve unicamente a mettere del dramma nella storia d’amore tra Giosuè e Maria, dato che questo non porta il nostro eroe a riconsiderare le sue scelte di vita. Macché, è solo contento che i suoi trascorsi come gerarca gli abbiano garantito abbastanza appoggi da potersi nascondere e poi riabilitare come vittima in quanto ebreo alla fine della guerra. Dovrei davvero fare il tifo per uno così?
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Vardø è quel posto che vai a cercare su Wikipedia perché è così a nord che devi sapere se esiste davvero o fa parte di qualche posto mitico tipo l’Iperborea. Ebbene esiste e vanta di essere il comune natale di John Norum, il chitarrista degli Europe. Pensa un po’.
Purtroppo nel XVII secolo è stato anche teatro di una terribile caccia alle streghe, che portò alla morte di più di novanta persone, sia norvegesi sia sami, in prevalenza donne, ma anche uomini. E proprio dagli eventi che scatenarono quella caccia – una terribile tempesta in mare che uccise decine di uomini e un re desideroso di giocare al solerte emissario di dio – prende avvio il romanzo.
Nel complesso è stata una bella lettura e anche molto coinvolgente, a mano a mano che l’autrice mi faceva conoscere le …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Vardø è quel posto che vai a cercare su Wikipedia perché è così a nord che devi sapere se esiste davvero o fa parte di qualche posto mitico tipo l’Iperborea. Ebbene esiste e vanta di essere il comune natale di John Norum, il chitarrista degli Europe. Pensa un po’.
Purtroppo nel XVII secolo è stato anche teatro di una terribile caccia alle streghe, che portò alla morte di più di novanta persone, sia norvegesi sia sami, in prevalenza donne, ma anche uomini. E proprio dagli eventi che scatenarono quella caccia – una terribile tempesta in mare che uccise decine di uomini e un re desideroso di giocare al solerte emissario di dio – prende avvio il romanzo.
Nel complesso è stata una bella lettura e anche molto coinvolgente, a mano a mano che l’autrice mi faceva conoscere le abitanti di Vardø. Tuttavia ho avuto l’impressione che la storia venisse retta unicamente dalla reazione emotiva che suscita leggere di persone incolpate ingiustamente, torturate e infine bruciate sul rogo. Se poi ci aggiungiamo anche il terribile rapporto tra i generi all’interno dei matrimoni descritti, non è difficile parteggiare per le cosiddette streghe e odiare a morte i loro aguzzini, insieme alle loro accusatrici.
Alla fine, mi è sembrato un po’ pochino rispetto al potenziale della storia: mi è mancata la sostanza in un tema – quello della caccia alle streghe – ampiamente indagato e che ha bisogno di un maggior impegno letterario per arrivare davvero allǝ lettorǝ.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
A dispetto di una certa retorica che vorrebbe gli uomini sempre e comunque nemici delle donne, ci sono e ci sono state situazioni nelle quali il loro appoggio alle cause femministe è stato fondamentale, se non altro perché hanno usato le loro energie, il loro potere e il privilegio che questo conferiva loro per far riconoscere diritti umani anche a un altro genere.
È vero che una considerevole quantità di uomini continua a praticare la violenza di genere come se questa fosse un loro diritto inalienabile (torno a ripetermi, magari not all men, ma decisamente too many men), ma è vero anche che sempre più uomini si accorgono che il femminismo ha ragione e che il mondo non finirà per la parità di genere.
Quindi ricordiamoci di questi uomini che si sono fatti alleati delle cause …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
A dispetto di una certa retorica che vorrebbe gli uomini sempre e comunque nemici delle donne, ci sono e ci sono state situazioni nelle quali il loro appoggio alle cause femministe è stato fondamentale, se non altro perché hanno usato le loro energie, il loro potere e il privilegio che questo conferiva loro per far riconoscere diritti umani anche a un altro genere.
È vero che una considerevole quantità di uomini continua a praticare la violenza di genere come se questa fosse un loro diritto inalienabile (torno a ripetermi, magari not all men, ma decisamente too many men), ma è vero anche che sempre più uomini si accorgono che il femminismo ha ragione e che il mondo non finirà per la parità di genere.
Quindi ricordiamoci di questi uomini che si sono fatti alleati delle cause femministe e che la storia ha dimenticato, un po’ perché la storia delle lotte femministe non sembra far parte della nobile lotta per i diritti umani, come se le donne fossero cosa altra dagli esseri umani e degne solo di un profiletto per dare qualche nota di colore a un periodo storico; un po’ perché alcuni di questi uomini ci hanno messo del loro, sconfessando alcune loro convinzioni precedenti (come Renzo Sacchetti).
Uomini dalla parte delle donne tra Otto e Novecento racconta brevemente delle vite e del supporto che una manciata di uomini hanno dato alle lotte femministe di quel periodo, soprattutto per l’estensione del diritto di voto alle donne. Storie dimenticate delle quali questo libro, che raccoglie gli interventi in tema di un convegno dallo stesso titolo, dà un primo assaggio.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
<blockquote><i>Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. […] Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi.</i></blockquote>
La mia ammirazione per la capacità di Primo Levi di mettere nero su bianco la sua esperienza concentrazionaria e di ragionarci sopra in modo che la sua testimonianza non sia solo un racconto autobiografico, ma anche un vademecum per combattere il virus del Lager è oltremodo aumentata dopo la lettura de I sommersi e i salvati.
<blockquote><i>In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. […] Prima …
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
<blockquote><i>Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. […] Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi.</i></blockquote>
La mia ammirazione per la capacità di Primo Levi di mettere nero su bianco la sua esperienza concentrazionaria e di ragionarci sopra in modo che la sua testimonianza non sia solo un racconto autobiografico, ma anche un vademecum per combattere il virus del Lager è oltremodo aumentata dopo la lettura de I sommersi e i salvati.
<blockquote><i>In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. […] Prima di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri a collaborare in varia misura con l’autorità dei Lager, occorre però affermare con forza che davanti a casi umani come questi è imprudente precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare.</i></blockquote>
Ancora una volta resto in silenzio davanti alla sua lucidità: la riflessione di Levi è sempre priva di odio, sempre consapevole e puntuale e mai consolatoria. In questo libro – il suo ultimo libro sulla sua esperienza ad Auschwitz – Levi si addentra nei luoghi più oscuri proprio in virtù della straordinaria luce del suo pensiero.
<blockquote><i>Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono, e che questi pochi sono più cauti; non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità.</i></blockquote>
Penso che la sua consapevolezza che il Lager e i suoi preamboli non fossero finiti per sempre con la Seconda Guerra Mondiale – Levi cita spesso la Cambogia e i massacri compiuti da Israele ai danni della popolazione palestinese – gli abbia permesso di leggere la sua esperienza concentrazionaria senza i filtri che avrebbero reso quegli anni “solo” un buco nero nella sua vita e nella storia.
<blockquote><i>I «salvati» del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della « zona grigia», le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. […] L’amico religioso mi aveva detto che ero sopravvissuto affinché portassi testimonianza. L’ho fatto, meglio che ho potuto, e non avrei potuto non farlo; e ancora lo faccio, ogni volta che se ne presenta l’occasione; ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere, e di vivere per molti anni senza grossi problemi, mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato. Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione.</i></blockquote>
Levi non indora mai la pillola, per nessunǝ: se siete indecisз su quale libro sulla Shoah leggere e non lo avete ancora fatto, leggete la Trilogia di Auschwitz.