cretinodicrescenzago ha valutato Nessun rimorso: 5 stelle

Nessun rimorso di Supporto Legale
Vent’anni dopo il G8 di Genova: un’antologia di storie a fumetti, scritti e illustrazioni. Con la copertina e più di …
cretinodicrescenzago Blocca account
cretinodicrescenzago@lore.livellosegreto.it
Registrato 1 anno, 5 mesi fa
Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò. Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
Questo collegamento si apre in una finestra pop-up

Vent’anni dopo il G8 di Genova: un’antologia di storie a fumetti, scritti e illustrazioni. Con la copertina e più di …
Leggerlo nel 22° anniversario dell'omicidio di Carlo Giuliani mi fece versare fiumi di lacrime. Citando gli Assalti Frontali: "Il 20 luglio, insegnate, è un segnale: 20 luglio per noi è l'introduzione alla guerra globale. Ho studiato strade e tutta la cartina ma ormai la Palestina è Genova e Genova è in Argentina."

Fantasmi, sciamani e oracoli: un atlante per uscire dal disincanto.
Sogni, ninfe, demoni, fantasmi, miti, conversazioni con animali e montagne, …
Quella narrata da Anderson è una vicenda le cui radici simboliche affondano in un terreno …
[Vecchia recensione composta da ragazzetto; abbiate pietà delle mie ingenuità tagliate con l'accetta!]
Ho comprato La spada spezzata perché mi era stato presentato come "Il Signore degli Anelli americano", dato che entrambi i romanzi rielaborano temi e concetti della mitologia norrena, ma trovo che la somiglianza si fermi qui: il tomone ponderoso di Tolkien si apprezza davvero se lo si legge come un testo di Letteratura alta e accademica, perché così era stato scritto; il volumetto di Anderson ti incolla alla pagina come un bravo racconto pulp, cerca di elevarsi a vette introspettive... e fallisce. Partiamo dall'ambientazione, un fine fantasy storico: siamo nell'Inghilterra nell'alto medioevo, e le divinità e le creature fatate pagane esistono davvero e sono sopravvissute all'avvento del cristianesimo: gli dèi vichinghi se ne stanno nel Valhalla a continuare la loro lotta con i giganti dei ghiacci; elfi, troll, nani, goblin e altri semidèi abitano sulla …
[Vecchia recensione composta da ragazzetto; abbiate pietà delle mie ingenuità tagliate con l'accetta!]
Ho comprato La spada spezzata perché mi era stato presentato come "Il Signore degli Anelli americano", dato che entrambi i romanzi rielaborano temi e concetti della mitologia norrena, ma trovo che la somiglianza si fermi qui: il tomone ponderoso di Tolkien si apprezza davvero se lo si legge come un testo di Letteratura alta e accademica, perché così era stato scritto; il volumetto di Anderson ti incolla alla pagina come un bravo racconto pulp, cerca di elevarsi a vette introspettive... e fallisce. Partiamo dall'ambientazione, un fine fantasy storico: siamo nell'Inghilterra nell'alto medioevo, e le divinità e le creature fatate pagane esistono davvero e sono sopravvissute all'avvento del cristianesimo: gli dèi vichinghi se ne stanno nel Valhalla a continuare la loro lotta con i giganti dei ghiacci; elfi, troll, nani, goblin e altri semidèi abitano sulla Terra, nascosti con la magia agli occhi degli umani. La nostra storia inizia quando Imric, conte degli elfi d'Inghilterra, rapisce un bambino umano per crescerlo come suo, e lascia al suo posto un ibrido mezzo elfo e mezzo troll di apparenza umana; l'umano rapito viene chiamato Skafloc, invece il meticcio scambiato sarà noto come Valgard, e le loro vite potrebbero procedere tranquillamente... non fosse che Odino incrocerà i loro sentieri per portare avanti i suoi piani: si avvicina una guerra fra elfi e troll e Odino vuole che, durante tale guerra, Skafloc riforgi Tyrfing, la terribile spada spezzata foriera di rovine, e Valgard dovrà spingere Skafloc ad addossarsi tale fardello.
Per quanto riguarda l'intreccio, è decisamente appassionante: il nocciolo degli eventi è la vicenda bellica fra elfi e troll, che segue in modo assolutamente grammaticale (e quindi a prova di bomba) il classico ritmo in tre atti: 1. Introduzione dello status quo pacifico in cui vivono i protagonisti; A. Esperienza traumatica che rompe l'equilibrio; 2. Scontro fra eroe e nemesi con prevalere della nemesi; B. Crollo dell'eroe al suo punto più basso; 3. Progressivo riscatto e resa dei conti. L'unica caduta di ritmo è sul finale, francamente affrettato e risolto con faciloneria – come se il nostro autore avesse voluto tagliar corto perché non aveva più energie scrittorie. Su piano dell'epopea bellica si innesta un conflitto più psicologico che è, in sostanza, quello fra volontà umana e Destino, proprio della tragedia greca (e, se ho capito bene la prefazione, di certe saghe norrene): ciascuno dei due protagonisti (Skafloc e Valgard) si è formato una certa percezione di sé e vive la vita di conseguenza, poi apprende cose che mettono in dubbio la sua identità, non trova più un senso alla sua esistenza ed entra in una spirale autodistruttiva. Proprio qui sta il grosso punto debole del romanzo: laddove il conflitto bellico tiene botta, la parabola tragica personale dei due eroi è elaborata male. L'arco personale di Valgard è fondamentale all'inizio e viene abbandonato attorno a metà romanzo, degradando Valgard stesso da deuteragonista ad antagonista, mentre l'esito tragico del percorso di Skafloc viene continuamente anticipato come elemento fondamentale, gli si dedica tanto spazio espositivo nel secondo atto... ma alla fine il conflitto interiore non aggiunge nulla a ciò che il personaggio fa e pensa in relazione al conflitto con la sua nemesi – se Skafloc non vivesse una tragedia tanto il suo carattere quanto gli altri eventi non cambierebbero di una virgola.
Spendo anche due parole sullo stile: Anderson stesso spiega in prefazione di aver scritto il romanzo a 28 anni e di averlo revisionato a 45, per l'edizione definitiva del 1971, e indubbiamente è la prosa veloce e ben descrittiva di un bravo romanziere – ma per qualche motivo arcano ha deciso di conservare alcuni passaggi decisamente noiosi, appesantiti da aggettivi, avverbi e metafore da poetastro che non aggiungono informazioni né colore, il classico errore di un autore esordiente che vuole fare il dotto. Mi fa però strano che questi passi si concentrino nei primi capitoli e vadano via via scemando, come se l'autore avesse superato quel vizio man mano che scriveva la prima stesura e abbia voluto preservare anche nella revisione la traccia della sua maturazione.
Al netto di questi difetti, La Spada Spezzata è un romanzo piacevole e dignitoso che ci offre brutali sbudellamenti, stregonerie abbastanza evocative e scene erotiche rappresentate con finezza dietro un velo, il tutto in tinte nordeuropee. In più per chi, come me, è appassionato del videogioco Warcraft III, qui dentro è presentato l'antecedente culturale della spada maledetta Frostmourne! In più mi ha messo voglia di voglia di rileggere The Children of Húrin], il racconto lungo di tragedia mitologica del prof. Tolkien, per fare un raffronto con La Spada Spezzata, e di recuperare l'altro romanzo fantasy di Anderson, Tre cuori e tre leoni.
Siamo in un 1800 che non c'è mai stato, in una Verona mezza rinascimentale e mezza industrializzata, e stiamo seguendo le vicende di Lily, una bambina cieca da un occhio, zoppa, orfana di madre e con il padre in galera che vive per le strade, mendicando e mangiando gli avanzi delle osterie (e andando in diarrea un giorno sì e l'altro pure)... fino a che non incontra una gatta parlante che le promette di migliorarle la vita: tutto ciò che le serve sono gli arnesi con cui la mamma di Lily faceva il suo mestiere, scrivere poesie magiche in Giapponese. Come potreste intuire dalla premessa, questo racconto breve è a tutti gli effetti una favola d'autore, scritta secondo tutti i crismi delle favole tradizionali: il nostro punto di vista è quello di una protagonista estremamente sfortunata (e quindi oggetto della nostra empatia), ma la figura competente e proattiva è il …
Siamo in un 1800 che non c'è mai stato, in una Verona mezza rinascimentale e mezza industrializzata, e stiamo seguendo le vicende di Lily, una bambina cieca da un occhio, zoppa, orfana di madre e con il padre in galera che vive per le strade, mendicando e mangiando gli avanzi delle osterie (e andando in diarrea un giorno sì e l'altro pure)... fino a che non incontra una gatta parlante che le promette di migliorarle la vita: tutto ciò che le serve sono gli arnesi con cui la mamma di Lily faceva il suo mestiere, scrivere poesie magiche in Giapponese. Come potreste intuire dalla premessa, questo racconto breve è a tutti gli effetti una favola d'autore, scritta secondo tutti i crismi delle favole tradizionali: il nostro punto di vista è quello di una protagonista estremamente sfortunata (e quindi oggetto della nostra empatia), ma la figura competente e proattiva è il comprimario magico (la Gatta degli Haiku è parente stretta del Gatto con gli Stivali) e la risoluzione del conflitto gioca molto su una dose di fortuna (o provvidenza, se vogliamo) che va a favore dell'eroina. Ciò rende il racconto decisamente subottimale se cerchiamo una storia di riscatto in cui l'eroina supera da sé le avversità interne ed esterne, ma lo fa girare a mille se ci concediamo la sospensione d'incredulità di un bambino e accettiamo, per una mezz'oretta, che il mondo possa essere stravolto in meglio da un animale parlante e da tanta fortuna. Se assumiamo questa disposizione d'animo, il finale potrebbe persino farci versare una lacrima.

Nelle grandi narrazioni, non solo quelle cinematografiche, i protagonisti si dividono al fondo in due grandi categorie. Da una parte …

Every book is a kind of gift to its reader, and the act of giving books is charged with a …

La colossale statua che regola le leggi fisiche del mondo, Atlante, è malata. Nascite deformi, piogge di pesci morti, vecchi …

The immortal legacy of Robert E. Howard, creator of Conan the Cimmerian, continues with this latest compendium of Howard’s fiction …

With Conan the Cimmerian, Robert E. Howard created more than the greatest action hero of the twentieth century—he also launched …

From Robert E. Howard’s fertile imagination sprang some of fiction’s greatest heroes, including Conan the Cimmerian, King Kull, and Solomon …

In a meteoric career that spanned a mere twelve years, Robert E. Howard single-handedly invented the genre that came to …
Anche per colpa del videogioco Shin Megami Tensei V (sinossi: "battaglia all'ultimo sangue fra le divinità pagane") mi sono ricordato di avere in casa questo volumetto comprato in Irlanda nel 2015 e a suo tempo mollato dopo poche pagine, perché l'introduzione era un'accozzaglia di paragrafi sconnessi che blateravano banalità sulla valenza epistemologica della mitologia e idiozie etno-nazionaliste sulla parentela fra Celti d'Irlanda, Ittiti ed Etruschi (sic) – d'altra parte sembra che l'autore fosse un importante pubblicista della radiotelevisione irlandese nei decenni successivi all'indipendenza, quindi questo margine di capziosità roboante e pseudoscientifica è comprensibile. A riprendere in mano la raccolta dopo tutti questi anni, l'introduzione resta imbarazzante e assolutamente inadeguata come sussidio alla comprensione (da qui una stellina in meno), però sono riuscito a passare oltre e a gustarmi la ciccia del volume, ovverosia questi sette episodi di mitologia irlandese (specificamente irlandese, non pan-celtici!) ri-raccontati in prosa contemporanea, e devo riconoscere …
Anche per colpa del videogioco Shin Megami Tensei V (sinossi: "battaglia all'ultimo sangue fra le divinità pagane") mi sono ricordato di avere in casa questo volumetto comprato in Irlanda nel 2015 e a suo tempo mollato dopo poche pagine, perché l'introduzione era un'accozzaglia di paragrafi sconnessi che blateravano banalità sulla valenza epistemologica della mitologia e idiozie etno-nazionaliste sulla parentela fra Celti d'Irlanda, Ittiti ed Etruschi (sic) – d'altra parte sembra che l'autore fosse un importante pubblicista della radiotelevisione irlandese nei decenni successivi all'indipendenza, quindi questo margine di capziosità roboante e pseudoscientifica è comprensibile. A riprendere in mano la raccolta dopo tutti questi anni, l'introduzione resta imbarazzante e assolutamente inadeguata come sussidio alla comprensione (da qui una stellina in meno), però sono riuscito a passare oltre e a gustarmi la ciccia del volume, ovverosia questi sette episodi di mitologia irlandese (specificamente irlandese, non pan-celtici!) ri-raccontati in prosa contemporanea, e devo riconoscere che l'introduzione era sincera almeno su un punto: ci sono margini di contatto tematico non indifferenti con la tradizione greco-romana, e sembra proprio di avere davanti una letteratura "cugina" di quella romanza. Più nello specifico, la raccolta ci propone due episodi della saga di Cu Chulainn, il Segugio dell'Ulster, episodi che fra ritualità belliche e infedeltà coniugali mi hanno rammentato le saghe di Eracle e Teseo; una vicenda fiabesca di matrigne malvagie e metamorfosi quale è "I Figli di Lir", sospesa fra il mito di Frisso ed Elle e l'agiografia di san Patrizio (e questo trapasso dal druidismo al cattolicesimo è schiettamente irlandese); la saga de "I Figli di Tuireann", che intreccia il tema di faida dei Sette a Tebe (o degli Orazi e Curiazi) con la cerca argonautica sullo sfondo della teomachia fra il popolo barbarico dei Fomori e quelli dei Tuatha De Danaan; e infine tre diverse storie di lotte intestine dettate da una sposa contesa fra un marito vegliardo e un amante imberbe – ed è subito Guerra di Troia con gradazioni variabili di magia, di misoginia e di onore guerriero autodistruttivo, con probabili agganci a quella che sarà l'epica cavalleresca francofona. Tutto sommato la varietà dei racconti selezionati non è male e la prosa adottata ha una bellissima qualità di racconto della buonanotte impreziosito da metafore delicate, però mi ha un po' tediato che le varie leggende fossero disposte in ordine non cronologico (perché a quanto pare la mitologia irlandese ha un asse cronologico chiaro), rendendomi faticoso il riconoscere personaggi ricorrenti o parentele incrociate – anche per questo non mi sento di dare più di 3/5 e di considerarlo una buona introduzione alla materia, ma non un capolavoro.
Una "guida turistica" alle grandi città della Grecia antica, attraverso i miti locali di ciascun sito. Una struttura ben riuscita che dà l'idea di quanto le antiche leggende tenessero assieme un paese così vasto e vario, pur non avendo uno straccio di coerenza cronologica. La prosa di Del Corno è estremamente piacevole e integra efficacemente la sua narrazione con estratti di opere antiche, anche se pecca un po' di paroloni antiquati (e con "antiquati" intendo "in disuso dal Seicento"); l'unico vero difetto è la scelta dichiarata di trattare solo la Grecia balcanica, ma non l'Asia Minore e la Magna Grecia – sarebbe stato bello avere un quadro completo!
Una ri-narrazione di miti greci, inframmezzata di commenti antropologici o comunque culturali sul valore dei vari racconti. Fatto bene nel complesso, ma non è né una rielaborazione particolarmente avvincente né un saggio specialistico, per cui non è un punto di partenza adatto né per chi sta scoprendo da zero la mitologia greca né per chi voglia farci sopra degli studi — probabilmente il pubblico ideale è chi conosce già vagamente le antiche leggende e voglia approfondire.