In base ai miei studi sulla storia del fantasy, Elizabeth A. Lynn è stata una meteora: giovane promessa della New Wave nei primissimi anni Ottanta, comare di Joanna Russ e Samuel R. Delany nella trinità delle prime autorialità gay della spec-fic statunitense... scomparsa nel nulla a fine anni Novanta. Volendo capire meglio chi fosse questa sfuggente signora, ho fatto come con nonna Octavia E. Butler e ho recuperato la raccolta completa di tutta la narrativa breve di Lynn, questa The Woman Who Loved the Moon: And Other Stories – e devo dire, è stata un'esperienza illuminante ma diseguale. Diseguale, perché si sente tantissimo ciò che l'autrice stessa ammette negli (interessantissimi) commenti a ciascun racconto, cioè che diverse storie sono nate come bozzetti o esperimenti composti per esercizio personale e, in seguito, fortunosamente venduti a questa o quella rivista o questa o quell'antologia – in varie storie c'è l'idea centrale forte, …
Recensioni e commenti
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Registrato 1 anno, 3 mesi fa
Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò. Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
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Racconti onesti seppur non eccelsi di un'autrice svanita
3 stelle
In base ai miei studi sulla storia del fantasy, Elizabeth A. Lynn è stata una meteora: giovane promessa della New Wave nei primissimi anni Ottanta, comare di Joanna Russ e Samuel R. Delany nella trinità delle prime autorialità gay della spec-fic statunitense... scomparsa nel nulla a fine anni Novanta. Volendo capire meglio chi fosse questa sfuggente signora, ho fatto come con nonna Octavia E. Butler e ho recuperato la raccolta completa di tutta la narrativa breve di Lynn, questa The Woman Who Loved the Moon: And Other Stories – e devo dire, è stata un'esperienza illuminante ma diseguale. Diseguale, perché si sente tantissimo ciò che l'autrice stessa ammette negli (interessantissimi) commenti a ciascun racconto, cioè che diverse storie sono nate come bozzetti o esperimenti composti per esercizio personale e, in seguito, fortunosamente venduti a questa o quella rivista o questa o quell'antologia – in varie storie c'è l'idea centrale forte, ci sono alcune scene gustose, ma l'intreccio risulta troppo elementare e accelera troppo gli eventi, senza lasciarci conoscere i personaggi, o si chiude con un finale aperto là dove ci aspetteremmo il climax, dando una sensazione di potenziale inespresso: tali difetti rendono alcuni testi (per lo più quelli fantascientifici) abbastanza dimenticabili, ma immagino sia una situazione piuttosto comune nei racconti d'esordio di un'autorialità giovane che ancora deve prendere bene il polso dei ritmi drammaturgici (come se fosse cosa facile da imparare, per altro!). Dall'altro lato, l'esperienza resta comunque illuminante, perché pur nella loro struttura un po' grossolana le varie storie di ambientazione urbana-contemporanea sono riuscite ad avvincermi e interessarmi (e io ho un serio problema di diffidenza verso la narrativa realistica, perché mi sono scottato con i romanzi "letterari" senza trama), e comunque il nucleo di racconti fantasy è tutto di livello molto molto alto, con atmosfere sanguigne e melancoliche che ricordano zia Tanith Lee e guizzi di poesia e lirismo da commuoversi per la loro patina di leggenda orale – c'è un motivo, a quanto pare, se il racconto eponimo è valso a Lynn il Premio World Fantasy! Concludo segnalando che abbiamo nella raccolta un numero sufficientemente interessante di amori sia saffici sia achillei, e che un punto su 5 l'ho dovuto decurtare perché, come al solito in queste ristampe ebook di vecchie pubblicazioni, è pieno di refusi dovuti a una scannerizzazione grossolana dell'originale cartaceo...
È un morto un partigiano, ne nascono altre cento
5 stelle
Ho comprato le memorie del compagno Tekoşer direttamente dalle mani di suo padre, dopo aver guardato un documentario sulla sua vita e il lascito che ci ha affidato. Piansi come una fontana guardando il film, piansi come una fontana abbracciando papà Orsetti, piansi come una fontana leggendo più punti dei diari, culminando prevedibilmente nel testamento politico di Lorenzo. Da quel momento, nei momenti più duri, ricordo a me stesso che, se voglio cambiare le cose, devo essere la goccia che inneschi la tempesta. Ed essere antifascista parte da lì.
Hasta siempre Lorenzo, la lotta continua.
cretinodicrescenzago ha recensito I ribelli della montagna di Adriano Chiarelli
Certo abbiam paura, ma per voi 'a sarà dura!
5 stelle
Fino al 2021 circa, ero pienamente certo che il movimento No Tav fosse una cricca di montanari più interessati a preservare i propri agriturismi che ad alleggerire il trasporto su gomma lasciando costruire una nuova ferrovia. A fine '21, mi accorgo che le e i No Tav stavano anche aiutando le persone migranti sulla tratta alpina, e qualche dubbbio mi è salito. Vari anni e vari spunti dopo, mi capita in mano questo I ribelli della montagna, che ha sostanzialmente sfatato ogni perplessità residua e segnato il mio passaggio dall'altro lato della barricata: perché porco Giuda, la TAV Torino-Lione non è necessaria per un cavolo, i lavori in proposito sono dannosi se non infattibili di base, la devastazione dei territori che si portano dietro è uno schifo, e le autorità armate e non che cercano di portarli avanti commettono abusi e violenze un giorno sì e l'altro pure – …
Fino al 2021 circa, ero pienamente certo che il movimento No Tav fosse una cricca di montanari più interessati a preservare i propri agriturismi che ad alleggerire il trasporto su gomma lasciando costruire una nuova ferrovia. A fine '21, mi accorgo che le e i No Tav stavano anche aiutando le persone migranti sulla tratta alpina, e qualche dubbbio mi è salito. Vari anni e vari spunti dopo, mi capita in mano questo I ribelli della montagna, che ha sostanzialmente sfatato ogni perplessità residua e segnato il mio passaggio dall'altro lato della barricata: perché porco Giuda, la TAV Torino-Lione non è necessaria per un cavolo, i lavori in proposito sono dannosi se non infattibili di base, la devastazione dei territori che si portano dietro è uno schifo, e le autorità armate e non che cercano di portarli avanti commettono abusi e violenze un giorno sì e l'altro pure – è davvero una legge marziale perpetua in territorio interno, se non direttamente un assaggio del modello securtario sionista spostato in situazione non strettamente coloniale (ma solo di centro tecnocratico contro comunità periferiche). Spero che Chiarelli o chi per lui componga il prima possibile un secondo volume dedicato agli ultimi dieci anni di lotta, perché col DDL 1660 alle porte (brrrr!) avere un quadro aggiornato della situazione in Val Susa è più impellente che mai.
cretinodicrescenzago ha recensito Le radici del glicine di Massimo Pirotta
Le radici del glicine – le radici nostre
4 stelle
Questo reportage per me ha un valore affettivo immenso. Mi fu regalato appena uscito, o quasi, da un'amicizia con cui poi ho perso i contatti, in un periodo abbastanza sbalestrato della mia giovinezza, e lo lessi capendoci poco, ma assimilando una sarabanda di concetti, di immagini, di luoghi e date. E tutta quella sarabanda è sedimentata nel mio cervello, si è intersecata piano piano con spunti che venivano da altre parti (principalmente da Zerocalcare e dal rap classico), ed è sbocciata tanti anni dopo e tanta acqua sotto i ponti dopo, nel momento in cui sono andato a vivere a Milano dalla grigia (anzi, nera...) provincia lombarda – e non a caso, le date che metto qui su Bookwyrm sono quelle della seconda lettura, con occhi ben diversi. Che dire, Le radici del glicine non è certamente un memoriale immediatamente comprensibile, perché racconta "da dentro" gli anni d'oro dell'autogestione e …
Questo reportage per me ha un valore affettivo immenso. Mi fu regalato appena uscito, o quasi, da un'amicizia con cui poi ho perso i contatti, in un periodo abbastanza sbalestrato della mia giovinezza, e lo lessi capendoci poco, ma assimilando una sarabanda di concetti, di immagini, di luoghi e date. E tutta quella sarabanda è sedimentata nel mio cervello, si è intersecata piano piano con spunti che venivano da altre parti (principalmente da Zerocalcare e dal rap classico), ed è sbocciata tanti anni dopo e tanta acqua sotto i ponti dopo, nel momento in cui sono andato a vivere a Milano dalla grigia (anzi, nera...) provincia lombarda – e non a caso, le date che metto qui su Bookwyrm sono quelle della seconda lettura, con occhi ben diversi. Che dire, Le radici del glicine non è certamente un memoriale immediatamente comprensibile, perché racconta "da dentro" gli anni d'oro dell'autogestione e delle culture undergorund qui a Milano, e tanto viene esposto a muso duro senza spiegare più di tanto i retroscena e i quadri generali – ma proprio per questo, leggerlo è un metodo fantastico per innescarsi in testa la curiosità di cosa è stata, in Italia, la contestazione del '68-'77 e la controcultura. Qui dentro ci sono i marxisti-leninisti, gli indiani metropolitani, gli artisti vagabondi impegnati contro l'eroina, gli eroinomani grossomodo di buon cuore, i politicanti e gli scrocconi, gli autonomi che andavano a rubare le pistole, i meridionali in cerca di fortuna, le donne che attraversavano tutte queste categorie con ancora addosso certi stigmi di misoginia... la morte di Fausto e Iaio, con i quali venne ucciso il Movimento e venne aperto il Riflusso, quel riflusso che qualche tempo dopo ingoiò anche via Correggio. Ma finché l'ingranaggio collettivo della memoria continua a girare, anche noi che non c'eravamo ancora possiamo farci un'idea di cosa rappresentò una delle più variegate e durature occupazioni abitative e culturali di Milano (se non d'Italia), e prenderne spunto per rendere vero, nel nostro piccolo, un mondo diverso e migliore.
cretinodicrescenzago ha recensito Il fascismo eterno di Umberto Eco
"Come riconoscere la gente da appendere in piazzale Loreto"
5 stelle
[Vecchia recensione esportata da altro sito] Pochi giorni fa ho divorato Il popolo delle scimmie. Scritti sul fascismo, un'analisi giorno per giorno della prassi politica di Mussolini attraverso gli articoli di Antonio Gramsci. Mi è parso opportuno proseguire il percorso con questo celeberrimo pamphlet di Eco, che a quanto pare è celeberrimo a ragion veduta: perché è potente, incisivo, completo, e ti prende a sassate. È risaputo che il succo del testo è enumerare con una sintesi impeccabile le caratteristiche intrinseche di una mentalità politica fascista: il culto per una Tradizione rivelata e statica, l'antimodernismo, l'irrazionalismo, l'acriticità, la xenofobia, la frustrazione piccolo borghese, il nazionalismo, e così via – ma secondo me il "pezzo forte" sono i paragrafi "metodologici" in cui Eco giustifica la sua ricerca di un fascismo originario, dai quali cito un tratto:
Ci fu un solo nazismo, e non possiamo chiamare "nazismo" il falangismo ipercattolico di …
[Vecchia recensione esportata da altro sito] Pochi giorni fa ho divorato Il popolo delle scimmie. Scritti sul fascismo, un'analisi giorno per giorno della prassi politica di Mussolini attraverso gli articoli di Antonio Gramsci. Mi è parso opportuno proseguire il percorso con questo celeberrimo pamphlet di Eco, che a quanto pare è celeberrimo a ragion veduta: perché è potente, incisivo, completo, e ti prende a sassate. È risaputo che il succo del testo è enumerare con una sintesi impeccabile le caratteristiche intrinseche di una mentalità politica fascista: il culto per una Tradizione rivelata e statica, l'antimodernismo, l'irrazionalismo, l'acriticità, la xenofobia, la frustrazione piccolo borghese, il nazionalismo, e così via – ma secondo me il "pezzo forte" sono i paragrafi "metodologici" in cui Eco giustifica la sua ricerca di un fascismo originario, dai quali cito un tratto:
Ci fu un solo nazismo, e non possiamo chiamare "nazismo" il falangismo ipercattolico di Franco, dal momento che il nazismo è fondamentalmente pagano, politeistico e anticristiano, o non è nazismo. Al contrario, si può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del gioco non cambia. [...] Il termine "fascismo" si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista. Togliete dal fascismo l'imperialismo e avrete Franco o Salazar; togliete il colonialismo e avrete il fascismo balcanico. Aggiungete al fascismo italiano un anticapitalismo radicale (che non affascinò mai Mussolini) e avrete Ezra Pound. Aggiungete il culo della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo al misticismo ufficiale) e avrete uno dei più rispettati guru fascisti, Julius Evola.
Considerando che scrivo questa recensione a circa due mesi dalle elezioni parlamentari e ci sono dei ** così audaci da sostenere che "il partito X non è formalmente una rifondazione del Partito Nazionale Fascista, quindi non può essere un partito fascista", mi sembra evidente perché e percome Il fascismo eterno dovrebbe essere lettura scolastica.
[Post Scriptum: ripubblico questa recensione circa due anni e mezzo dopo quelle elezioni, e abbiamo solo da preoccuparci, perché l'onda nera e velenosa sale in tutto l'Occidente. Stringiamoci forte, gente...]
La misoginia è parte dell'oppressione di classe
4 stelle
Com'è indicato apertamente nella prefazione, Caccia alle streghe, guerra alle donne è sostanzialmente una "versione ridotta e introduttiva" del magnum opus di Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria; inoltre non si tratta di un saggio unitario, ma di un'antologia di articoli relativamente brevi che esplorano uno stesso tema. Normalmente mi aspetterei che queste due caratteristiche producano un volume al massimo discreto, e invece il risultato è indubbiamente egregio. E con "egregio", intendo dire che il volume scardina brutalmente l'interpretazione positivista della storia socioeconomica moderna proposta senza battere ciglio dalla manualistica scolastica "ufficiale", poiché svela che l'affermazione in Europa della cultura capitalista, con i suoi miti di efficienza, razionalizzazione e accumulo, rappresentò in realtà il massacro di un'economia di sussistenza relativamente egalitaria e attenta al benessere emotivo-spirituale sviluppatasi nel corso del Medioevo, e che questa repressione violenta non poté non passare per la violenza sistematica …
Com'è indicato apertamente nella prefazione, Caccia alle streghe, guerra alle donne è sostanzialmente una "versione ridotta e introduttiva" del magnum opus di Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria; inoltre non si tratta di un saggio unitario, ma di un'antologia di articoli relativamente brevi che esplorano uno stesso tema. Normalmente mi aspetterei che queste due caratteristiche producano un volume al massimo discreto, e invece il risultato è indubbiamente egregio. E con "egregio", intendo dire che il volume scardina brutalmente l'interpretazione positivista della storia socioeconomica moderna proposta senza battere ciglio dalla manualistica scolastica "ufficiale", poiché svela che l'affermazione in Europa della cultura capitalista, con i suoi miti di efficienza, razionalizzazione e accumulo, rappresentò in realtà il massacro di un'economia di sussistenza relativamente egalitaria e attenta al benessere emotivo-spirituale sviluppatasi nel corso del Medioevo, e che questa repressione violenta non poté non passare per la violenza sistematica sulle donne per privarle dei diritti che si erano ritagliate dopo il crollo dell'Antica Roma – ed è evidente il nesso strutturale con le violenze istituzionalizzate per tenere sotto controllo le schiave e gli schiavi nelle piantagioni coloniali americane, di cui ha trattato Angela Y. Davis in Donne, razza e classe. L'analisi di Federici, inoltre, non si limita a guardare indietro, ma ci propone anche materiali sulla caccia alle streghe odierna nell'ex Terzo Mondo coloniale e dimostra il ricorso storico di un attacco plutocratico alle economie comunitarie, attacco fondato sulle alleanze profane fra Chiese e capitale e sulla guerra fra poveri che oppone, in linea di massima, donne anziane paladine di un sistema valoriale precoloniale e maschi giovani senza prospettive economiche né scrupoli etici (ed è difficile non pensare alla mobilitazione mussoliniana della piccola borghesia analizzata da Antonio Gramsci ne Il popolo delle scimmie. Scritti sul fascismo). Non do le 5 stelle piene solo perché la raccolta, essendo un testo introduttivo, necessariamente lascia solo accennate alcune tematiche periferiche, ma di sicuro riceve una lode per avermi fatto riappassionare alla storia socioeconomica dopo che avevo "appreso l'arte per metterla da parte" in università – e per avermi fatto adottare il grido di battaglia "Somos la nietas de todas las brujas que no pudisteis quemar".
cretinodicrescenzago ha recensito Anarchia. Idee per l'umanità liberata di Noam Chomsky
Elemeni minimi di sinistra libertaria
4 stelle
[Vecchia recensione esportata da altro sito.]
Prima o poi arrivano nella vita dei momenti in cui o ci si dà un'alfabetizzazione politica, o si resta dei bambocci senza spina dorsale. Ho deciso che per me era arrivato quel momento, ergo ho cercato dei saggi che risuonassero con i miei valori personali e, fra i vari, ho recuperato questo Anarchia: Idee per l'umanità liberata, una selezione di dieci scritti di Noam Chomsky composti fra gli anni Settanta e i primi Duemila. Ora, è vero che prima o poi arrivano anche dei momenti in cui un pensatore o si ritira dalle scene civilmente o si attacca alla poltrona e rimbambisce, e che Chomsky ha scelto di attaccarsi alla poltrona e nell'ultimo paio di anni ha fatto un po' di figure da vecchio senile – però la sua prosa dei tempi d'oro raccolta in questo volume brilla ancora per limpidezza e per …
[Vecchia recensione esportata da altro sito.]
Prima o poi arrivano nella vita dei momenti in cui o ci si dà un'alfabetizzazione politica, o si resta dei bambocci senza spina dorsale. Ho deciso che per me era arrivato quel momento, ergo ho cercato dei saggi che risuonassero con i miei valori personali e, fra i vari, ho recuperato questo Anarchia: Idee per l'umanità liberata, una selezione di dieci scritti di Noam Chomsky composti fra gli anni Settanta e i primi Duemila. Ora, è vero che prima o poi arrivano anche dei momenti in cui un pensatore o si ritira dalle scene civilmente o si attacca alla poltrona e rimbambisce, e che Chomsky ha scelto di attaccarsi alla poltrona e nell'ultimo paio di anni ha fatto un po' di figure da vecchio senile – però la sua prosa dei tempi d'oro raccolta in questo volume brilla ancora per limpidezza e per vis polemica e riesce a dimostrare, secondo me, egregiamente i fondamenti del progressismo libertario, dall'illegittimità etica della gerarchia fino alla compromissione delle classi intellettuali con il potere economico, passando per l'esempio virtuoso della fazione anarchica nella Guerra Civile Spagnola. Come precisato nell'introduzione, i dieci pezzi tornano spesso sui medesimi temi, portando avanti un unico discorso nell'arco di tanti anni, ma la ridondanza conseguente rende molto più masticabile il tema e talvolta permette a Chomsky di ritrattare punti opinabili (non tutti quelli degni di nota, ma non chiediamo troppo). Forse non una lettura da illuminazione buddhista, ma di sicuro un bel tassello nella mia formazione.
[Post Scriptum al Febbraio 2025: mi commuove un po' rileggere le mie ingenuità di tre anni fa, proprio all'inizio della mia formazione politica.]
cretinodicrescenzago ha recensito Donne, razza e classe di Angela Davis
Da dove partire per leggere il mondo con occhi marxisti
5 stelle
[Vecchia recensione esportata da altro sito]
Da Europeo bianco mi ha sempre lasciato perplesso la Kulturkampf della Destra statunitense per bandire dalle scuole la "Critical Race Theory" in quando sociologia "anti-americana" – ma siccome sono pigro e un po' miso-yankee non mi ero mai scomodato a documentarmi sul serio in merito. Poi però anni a sentire di sfuggita il suo nome mi hanno indotto a leggere qualcosa di Angela Davis, così sulla fiducia, e niente, è stata una di quelle esperienze che ti ribaltano il cervello e ti cambiano seriamente la visione di mondo. A volerlo definire in due parole, Donne, razza e classe è un saggio di storia socioeconomica statunitense dal primo Ottocento agli anni 1970, e a quanto pare è stato un testo fondativo della sociologia intersezionale (in due parole, "una persona può appartenere contemporaneamente a più fasce sociali marginalizzate e subire più oppressioni intersecate"), ma questa definizione …
[Vecchia recensione esportata da altro sito]
Da Europeo bianco mi ha sempre lasciato perplesso la Kulturkampf della Destra statunitense per bandire dalle scuole la "Critical Race Theory" in quando sociologia "anti-americana" – ma siccome sono pigro e un po' miso-yankee non mi ero mai scomodato a documentarmi sul serio in merito. Poi però anni a sentire di sfuggita il suo nome mi hanno indotto a leggere qualcosa di Angela Davis, così sulla fiducia, e niente, è stata una di quelle esperienze che ti ribaltano il cervello e ti cambiano seriamente la visione di mondo. A volerlo definire in due parole, Donne, razza e classe è un saggio di storia socioeconomica statunitense dal primo Ottocento agli anni 1970, e a quanto pare è stato un testo fondativo della sociologia intersezionale (in due parole, "una persona può appartenere contemporaneamente a più fasce sociali marginalizzate e subire più oppressioni intersecate"), ma questa definizione sarebbe riduttiva: Donne, razza e classe è un'operazione scientifica che denuda il re e rivela l'elefante nella stanza, e squaderna con una prosa cristallina e torcibudella la natura costitutivamente oligarchica e violenta degli Stati Uniti d'America. Attingendo a testimonianze autoptiche di attivisti e attiviste, pubblicazioni scientifiche e politiche, stampa d'epoca e contemporanea, e a tanto altro, Davis dimostra in modo inoppugnabile che le violenze fisiche e sessuali sistematiche attuate dai piantatori bianchi della Dixieland non riuscirono mai a distruggere del tutto le comunità afroamericane schiavizzate e la loro autonomia socioculturale, per di più relativamente egalitaria in termini di ruoli di genere; che a inizio Ottocento l'industrializzazione del Nord-Est distrusse reti di economie domestiche agrarie in cui le donne godevano di una posizione produttiva altamente stimata, innescando sia lo sfruttamento della manodopera migrante sia la segregazione delle donne benestanti nel costrutto sociale della casalinga; che dagli anni 1840 in poi ci furono tentativi reiterati di alleanza fra il movimento antischiavista e quello suffragista, regolarmente compromessi dal retroterra sessista o razzista degli attivisti bianchi e dalla plateale infiltrazione di oligarchi (sia agrari sia industriali, sia Repubblicani sia Democratici) per assicurarsi di cambiare tutto senza cambiare niente; che dopo la "Ricostruzione" del Sud il Paese fu attraversato da un'ondata sistematica di squadrismo fascista ante litteram grazie alla quale i Neri furono ri-segregati e la battaglia per il suffragio femminile scissa da ogni rivendicazione di giustizia sociale, in modo da innescare una guerra fra minoranze; che tale oppressione è rimasta strutturale agli USA per un secolo buono e si è manifestata in egual misura nei linciaggi e stupri di gruppo contro persone Nere, nella sterilizzazione forzata delle persone non bianche associata alla contraccezione negata a quelle bianche (in ottica esplicitamente eugenetica), nella repressione dei movimenti sindacali e nell'imperialismo in America Latina e Asia Pacifica... e chiunque non viva in una caverna saprà notare il filo conduttore fino alla "Destra alternativa" odierna, fatta di millenarismo cristiano e svastiche. Che dire, una ricostruzione così lucida di un sistema di oppressione violenta, sostanzialmente degno dell'antica Sparta ma su una scala milioni di volte superiore, non può non scuotere la coscienza e spingere a scendere in campo, finché ci sarà tempo, stavolta attuando davvero una solidarietà trasversale a classi e razze. Grazie dottoressa Davis, ci si vede in barricata.
cretinodicrescenzago ha finito di leggere Donne, razza e classe di Angela Davis
cretinodicrescenzago ha recensito Il popolo delle scimmie di Antonio Gramsci
Per conoscere il nemico, e colpirlo dove farà male
4 stelle
[Vecchia recensione esportata da altro sito. E a rileggerla dopo un anno e mezzo, mi rendo conto di quanto questa lettura abbia plasmato la mia visione del mondo...]
Il popolo delle scimmie. Scritti sul fascismo è una formativissima randellata. In sostanza, raccoglie in un volume dedicato gli articoli di cronaca (più l'occasionale relazione) con cui Gramsci ha commentato giorno dopo giorno l'attività dei Legionari di Fiume / Fasci di Combattimento poi Partito Nazionale Fascista, a partire dalle occupazioni di fabbriche e fattorie del biennio rosso sino alle Leggi Fascistissime del '25-'26, con una coda di testi più teorici estrapolati dai Quaderni del Carcere. Perché parlo di randellata? Perché è l'ascesa del totalitarismo raccontata passo passo da un oppositore che ha riconosciuto il pericolo, ha sperato nell'esaurimento spontaneo, ha chiamato all'azione invano più e più volte, è stato ucciso dal Regime attraverso il carcere duro, e sino alla fine ha …
[Vecchia recensione esportata da altro sito. E a rileggerla dopo un anno e mezzo, mi rendo conto di quanto questa lettura abbia plasmato la mia visione del mondo...]
Il popolo delle scimmie. Scritti sul fascismo è una formativissima randellata. In sostanza, raccoglie in un volume dedicato gli articoli di cronaca (più l'occasionale relazione) con cui Gramsci ha commentato giorno dopo giorno l'attività dei Legionari di Fiume / Fasci di Combattimento poi Partito Nazionale Fascista, a partire dalle occupazioni di fabbriche e fattorie del biennio rosso sino alle Leggi Fascistissime del '25-'26, con una coda di testi più teorici estrapolati dai Quaderni del Carcere. Perché parlo di randellata? Perché è l'ascesa del totalitarismo raccontata passo passo da un oppositore che ha riconosciuto il pericolo, ha sperato nell'esaurimento spontaneo, ha chiamato all'azione invano più e più volte, è stato ucciso dal Regime attraverso il carcere duro, e sino alla fine ha sempre invitato ad agire tangibilmente anziché attendere supinamente un'incrinatura interna alla consorteria mussoliniana (che com'è noto arrivò solo nell'estate '43, con migliaia di cittadini italiani già scannati dal Nilo al Don). Perché formativissima? Perché si può condividere o no la metodologia marxista massimalista di Gramsci, ma non si possono chiudere gli occhi davanti alle innumerevoli storture e deformità socioculturali che i suoi articoli rilevano nel sistema Italia, storture e deformità che Mussolini ha cavalcato e ritorto a proprio vantaggio: ferocia e violenza generalizzate nell'educazione nazionale, parassitismo economico di cricche criminali e clientele varie, miseria della classe lavoratrice, opportunismi e ipocrisie dei ceti dirigenti afferenti a questa o quella corrente liberale, l'industrializzazione monca e la questione meridionale – terrificante e climatico il trascritto del discorso di Gramsci al Parlamento del '26 per contestare la legge contro le organizzazioni segrete, in cui i Deputati fascisti gli chiedono a che titolo lui parli per il Meridione e lui ribatte seccamente "Sono meridionale". Unica pecca una introduzione un po' pesantina, stridente con la prosa eccezionalmente limpida di Gramsci, e che alcuni brani siano stati accorciati: avrei volentieri speso di più per avere una foliazione maggiore e quindi i testi integrali.
Da leggere e rileggere per individuare quali e quante dinamiche (spoiler: tante) operino ancora nell'Italia degli anni 2020, e mobilitarsi contro l'eventuale replica di Mussolini.
[Post Scriptum al febbraio 2025: la replica è in corso, e rispetto a un tempo non abbiamo più un PCdI né degli Arditi del Popolo. 'A sarà dura]
cretinodicrescenzago ha recensito Hunting the White Witch di Tanith Lee (Birthgrave, #3)
Un po' Erodoto, un po' agiografia
4 stelle
Alla fine di Shadowfire il protagonista Tuvek/Vazkor era partito via mare in cerca di sua madre, la Strega Bianca; Hunting the White Witch inizia subito dopo, con lo sbarco di Tuvek in una terra esotica e misteriosa. Qui il nostro eroe rimane invischiato in una lunga e corposa vicenda di intrighi di corte e fanatismo religioso, che anche se estrapolata dalla trilogia sarebbe un appassionante romanzo breve: l'autrice ci ha combinato dramma politico, scene di superstizione e millenarismo, momenti apocaliticci e conflitti fra culture, e personalmente tutto l'insieme mi ha ricordato tantissimo le Storie di Erodoto, con i capitoli cronachistici su Creso di Lidia e Dario I di Persia. A questa lunga sezione segue l'epilogo dell'intera vicenda: un vero e proprio pellegrinaggio di Tuvek verso il nascondiglio della Strega Bianca, pervaso di raccoglimento e culminante in un climax efficace... ma molto meno interessante di quello conclusivo di The Birthgrave, …
Alla fine di Shadowfire il protagonista Tuvek/Vazkor era partito via mare in cerca di sua madre, la Strega Bianca; Hunting the White Witch inizia subito dopo, con lo sbarco di Tuvek in una terra esotica e misteriosa. Qui il nostro eroe rimane invischiato in una lunga e corposa vicenda di intrighi di corte e fanatismo religioso, che anche se estrapolata dalla trilogia sarebbe un appassionante romanzo breve: l'autrice ci ha combinato dramma politico, scene di superstizione e millenarismo, momenti apocaliticci e conflitti fra culture, e personalmente tutto l'insieme mi ha ricordato tantissimo le Storie di Erodoto, con i capitoli cronachistici su Creso di Lidia e Dario I di Persia. A questa lunga sezione segue l'epilogo dell'intera vicenda: un vero e proprio pellegrinaggio di Tuvek verso il nascondiglio della Strega Bianca, pervaso di raccoglimento e culminante in un climax efficace... ma molto meno interessante di quello conclusivo di The Birthgrave, che per altro ne risulta impoverito: il modo in cui le due vicende si riallacciano, a mio giudizio, toglie pathos e significato allo scioglimento del primo romanzo, pur di rendere possibile il colpo di scena finale del secondo (a questo punto ne sono certo, Shadowfire e Hunting the White Witch vanno intesi come un romanzo unico spaccato in due parti). Nel complesso, confermo il 4/5 già dato a Shadowfire, visto che la storia di Tuvek ha una prosa più rifinita e un ritmo più equilibrato di The Birthgrave; quest'ultimo però ha un impatto emotivo più intenso e un senso del meraviglioso decisamente superiore, e mi chiedo se non sarebbe stato meglio lasciarlo autonomo, piuttosto che "depotenziarlo" con un sequel. Ciò detto, il worldbuilding di questi romanzi è perfetto per farne un universo espanso!
cretinodicrescenzago ha recensito Shadowfire di Tanith Lee (Birthgrave, #2)
Barbari complessati e dove trovarli
4 stelle
Ambientato 20 anni dopo il primo volume della saga, Shadowfire è una grossa decostruzione di tropi del fantasy impostata come romanzo di formazione. La prima parte del libro ci mette nei panni di Tuvek figlio di Ettook, principe di un popolo di barbari che, nell'high fantasy, sarebbero servi del Signore Oscuro (se non direttamente orchi) e in uno sword & sorcery dei Nobili Selvaggi (perché la civiltà è per le checche): amorali, aggressivi, schiavisti, stupratori. Dopo mezzo romanzo a seguire le "imprese" di Tuvek (e non è una lettura per stomaci delicati), il nostro anti-eroe rimane bloccato fra i popoli civili e lì scopre i suoi veri natali: è in realtà figlio di uno spregevole re-stregone decaduto e di una presunta dea reincarnata, già visti in The Birthgrave. Il "povero" Tuvek cerca di dare un senso a questa rivelazione, ma, privo di una spada nella roccia da reclamare e …
Ambientato 20 anni dopo il primo volume della saga, Shadowfire è una grossa decostruzione di tropi del fantasy impostata come romanzo di formazione. La prima parte del libro ci mette nei panni di Tuvek figlio di Ettook, principe di un popolo di barbari che, nell'high fantasy, sarebbero servi del Signore Oscuro (se non direttamente orchi) e in uno sword & sorcery dei Nobili Selvaggi (perché la civiltà è per le checche): amorali, aggressivi, schiavisti, stupratori. Dopo mezzo romanzo a seguire le "imprese" di Tuvek (e non è una lettura per stomaci delicati), il nostro anti-eroe rimane bloccato fra i popoli civili e lì scopre i suoi veri natali: è in realtà figlio di uno spregevole re-stregone decaduto e di una presunta dea reincarnata, già visti in The Birthgrave. Il "povero" Tuvek cerca di dare un senso a questa rivelazione, ma, privo di una spada nella roccia da reclamare e di un Merlino che lo consigli, il nostro principe-prescelto mancato riesce a concepire un solo percorso: dare la caccia alla propria madre e ucciderla per averlo abbandonato. A fronte di un colpo di scena così telefonato che lo si rivela direttamente in quarta di copertina, il romanzo è molto più rifinito del precedente: la trama è meglio ritmata, la prosa più leggibile, la mole meno ciclopica, l'esperienza complessiva più bilanciata e appagante (al netto delle numerose scene cruente: ripeto, non è lettura per stomaci delicati). Il vero limite è che tutto il libro, di fatto, è solo il prologo della cerca di Tuvek, che sarà oggetto del volume terzo: Hunting the White Witch.
cretinodicrescenzago ha recensito The Birthgrave di Tanith Lee (Birthgrave, #1)
"Bandita, indovina, regina, dea"
4 stelle
Nell'estate del 2017 ero fresco di saga di Terramare, volevo leggere altra spec-fiction di brave autrici donne e avevo sentito parlare bene di Tanith Lee, ergo avevo recuperato tutta la trilogia della Birthgrave. Il primo romanzo, però, sulle prime mi aveva annoiato a morte e l'ho ripreso in mano solo a fine maggio 2019... e l'ho spolpato in poche sedute di lettura da molte ore. Lo scoglio iniziale è che The Birthgrave è impostato quasi come un diario, con narrazione in prima persona al passato, e nei primi capitoli l'eroina sta viaggiando ed è (sostanzialmente) in stato confusionale, così che gli eventi sono fortemente episodici senza una trama di fondo netta – una combinazione che può dare una sensazione di "ma dove vuole andare a parare?!". Sapere in anticipo che l'incipit del romanzo è così eccentrico, però, attenua la botta di straniamento e la sostituisce con la curiosità, e …
Nell'estate del 2017 ero fresco di saga di Terramare, volevo leggere altra spec-fiction di brave autrici donne e avevo sentito parlare bene di Tanith Lee, ergo avevo recuperato tutta la trilogia della Birthgrave. Il primo romanzo, però, sulle prime mi aveva annoiato a morte e l'ho ripreso in mano solo a fine maggio 2019... e l'ho spolpato in poche sedute di lettura da molte ore. Lo scoglio iniziale è che The Birthgrave è impostato quasi come un diario, con narrazione in prima persona al passato, e nei primi capitoli l'eroina sta viaggiando ed è (sostanzialmente) in stato confusionale, così che gli eventi sono fortemente episodici senza una trama di fondo netta – una combinazione che può dare una sensazione di "ma dove vuole andare a parare?!". Sapere in anticipo che l'incipit del romanzo è così eccentrico, però, attenua la botta di straniamento e la sostituisce con la curiosità, e a furia di leggere per curiosità si arriva in fretta al momento in cui la trama di fondo si palesa. Alla fin fine, The Birthgrave è un racconto di viaggio in cui l'eroina esplora il suo mondo (ignoto a lei come a noi) per recuperare la propria identità perduta, e fra le disavventure di viaggio si inseriscono momenti d'azione al cardiopalma e una corposissima sezione di intrighi politici, più, nella parte finale, un cambio di tono tanto inaspettato quanto ben integrato. Nel complesso il libro risulta vario e avvincente, nel senso elementare che ti incolla alla pagina perché vuoi sapere come va avanti, e sul finale non si potrà non empatizzare un sacco (forse persino commuoversi) per la sorte dell'eroina. Di per sé darei 3,5 stelle perché per quanto ben riuscito non è impeccabile; ci sono elementi del worldbuilding un po' forzati (specialmente una questione di cronologia che impatta direttamente la trama) e un uso un po' eccessivo di spiegoni... ma considerando che Lee aveva appena ventidue anni quando ha scritto questo mattone di 450 pagine stampate pure in piccolo, non ci si può proprio lamentare! Questo detto, lo conto come un 4 stelle piene perché scommetto un sopracciglio che George Martin l'ha letto in gioventù e ne ha tratto ispirazione per la storia di Daenerys Targaryen e il worldbuilding di Essos nel suo Canto del Ghiaccio e del Fuoco: notare tutte le somigliaze fa sorridere e, se la mia intuizione è corretta, allora l'opera di Lee acquisisce un importante valore storico; se invece mi sbaglio ha comunque il merito di aver precorso i tempi.
cretinodicrescenzago ha recensito The Empress of Dreams di Tanith Lee
Storie vecchie e nuove di fantasia eroica
5 stelle
The Emperor of Dreams fu una preziosa selezione dei racconti perturbanti di quel principe nero chiamato Clark Ashton Smith, e DMR Books ha fatto benissimo a richiamarne il titolo in questo volume dedicato a Tanith Lee, perché vari racconti qui contenuti presentano sicuramente quel gusto sanguigno e crudele tipicamente smithiano – ma anche tante, tante altre tonalità, perché in quasi quarant'anni di carriera Lee si è confermata paurosamente eclettica, tanto da saper spaziare in lungo in largo persino in quel genere apparentemente angusto che è l'heroic fantasy. Nello specifico, The Empress of Dreams si apre con due pezzi degli anni Settanta, il racconto picaresco brutale e al contempo dissacrante "Odds Against the Gods" e la storia di spettri dal sapore finto-cinese "Sleeping Tiger", testi che personalmente accosterei al Fritz Leiber dei migliori episodi della saga di Fafhrd e il Grigio Acchiappatopi, ovverosia quelli tragicomici in cui gli dèi sono ingordi, …
The Emperor of Dreams fu una preziosa selezione dei racconti perturbanti di quel principe nero chiamato Clark Ashton Smith, e DMR Books ha fatto benissimo a richiamarne il titolo in questo volume dedicato a Tanith Lee, perché vari racconti qui contenuti presentano sicuramente quel gusto sanguigno e crudele tipicamente smithiano – ma anche tante, tante altre tonalità, perché in quasi quarant'anni di carriera Lee si è confermata paurosamente eclettica, tanto da saper spaziare in lungo in largo persino in quel genere apparentemente angusto che è l'heroic fantasy. Nello specifico, The Empress of Dreams si apre con due pezzi degli anni Settanta, il racconto picaresco brutale e al contempo dissacrante "Odds Against the Gods" e la storia di spettri dal sapore finto-cinese "Sleeping Tiger", testi che personalmente accosterei al Fritz Leiber dei migliori episodi della saga di Fafhrd e il Grigio Acchiappatopi, ovverosia quelli tragicomici in cui gli dèi sono ingordi, i preti pavidi, i negromanti tronfi quanto pericolosi, i furfanti delle merde umane tremendamente simpatiche. Successivamente abbiamo il dittico di racconti sui cavalieri di Krennok, il premiato "The Demoness" e il meno noto "The Sombrus Tower", che sono assolutamente eccellenti nel dare una piega orrorifica (e in certi versi femminista anti-machista) al tropo oramai desueto della cerca cavalleresca, e a mostrarci forze tenebrose che siano o paurosamente imbattibili, o tremendamente degne di empatia. Dopo una rinfrancante favola esopea di magia, "In the Balance", e un racconto di orrore erotico dalla patina celtica, "Winter White", incontriamo invece le due avventure della spadaccina Jaisel, "Northern Chess" e "Southern Lights", palesemente inserite in quel filone di fantasy femminista della seconda ondata che, se non erro, trovava espressione attorno a Marion Zimmer Bradley ed era avversato da Ursula Le Guin – ovverosia lineari storie d'azione le cui eroine femminili (tendenzialmente maschiacci) reclamano per sé l'accesso alle tradizionali fantasie maschili di violenza e avventura, ricalcando in modo un po' pedissequo e non esattamente innovativo gli antecedenti pulp di Jirel di Joiry o di Valeria della Fratellanza Rossa. A sollevare Jaisel molto al di sopra di questa base derivativa, ci sono una graziosa estetica da Europa rinascimentale, nel primo racconto un approccio inter-diegetico al tema sessismo che dà sicuramente più serietà alla trama, e nel secondo racconto una struttura di piccolo mistero che sorprende per via di ciò che non succede, più che per quello che succede – validi, il secondo più del primo, ma capisco perché Lee abbia abbandonato il personaggio. Passiamo quindi a una trafila di quattro racconti d'estetica (di nuovo) orientaleggiante, probabilmente i più smithiani della raccolta, tanto che in varia forma potrebbero tutti provenire da una sorta di aggiunta di Tanith Lee a Le mille e una notte: "Mirage and Magia" è un apologo morale di vanità e autostima dall'estetica oserei dire birmano-tibetana, "The Three Brides of Hamad-Har" è esplicitamente una storia picaresca alla maniera mille-e-una-notturna entro il filone delle disavventure di facchini e mendicanti, "The Pain of Glass" è una complessa vicenda di amor perduto narrata a ritroso e collocata nell'universo leeano della Terra Piatta (saga che a questo punto devo assolutamente recuperare...), "The Beasts" è una storia di ladri e tombe maledette che da sola vale mille volte la (brutta) raccolta italiana sull'argomento Thanatolia. Infine, il volume ci propone quattro racconti ciascuno dei quali più unico che raro: "Two Lions, a Witch, and the War-Robe" decostruisce gli stilemi high fantasy più manierati facendoli confliggere con risultati caricaturali con lo sword & sorcery leiberiano, "A Tower of Akrondurl" ci narra il proverbiale giorno speciale che si rivela ordinario nella vita di un mago (e sarà la gioia di chi ama le fettine di vita), "The Woman in Scarlet" (il racconto che dà alla raccolta la sua illustrazione di copertina zozza) elabora il simbolismo fallico di ogni fantasia eroica a base di spade e ne ricava una struggente storia d'amore fra un guerriero e la sua lama, e infine "Evillo the Uncunning" ci ripropone, circolarmente, un racconto picaresco tragicomico, ma non uno qualsiasi – un omaggio alla saga picaresca tragicomica della Terra Morente di Jack Vance, in cui l'eroe Evillo è fan sfegatato delle leggende di cui parla la saga originale vanciana (e ciò mi stimola a maggior ragione a ricominciare a leggerla).
Dopo aver letto questa raccolta, il mio amore per madama Lee è cresciuto esponenzialmente, perché ci vuole un grande estro per cogliere così bene l'essenza estetica dell'heroic fantasy, quella discrepanza un po' antico greca fra la proattività umana e il distacco ora severo ora grottesco degli dèi, e per eseguirla in così tante tinte e note diverse. Uno scrigno del tesoro da cui c'è tanto da imparare.













