Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò.
Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
Terrore dagli abissi è il primo di tre volumi che raccolgono tutti i racconti di …
Umidiccio, ma poco inquietante
2 stelle
[Vecchia recensione di quando ero ragazzetto mantentua com'era]
William Hodgson era un marinaio di professione che, tornato a terra, si è reinventato saggista e romanziere a tema nautico, e questo è il primo volume della sua opera omnia tradotta, previo un lavoro filologico di tutto rispetto per recuperare i suoi testi originali (non le versioni interpolate dai suoi editori). Come preservazione di opere dal grande valore storico, il volume è molto pregevole; è francamente meno interessante se letto a scopo ricreativo: i racconti horror di Hodgson potevano essere avvincenti e inquietanti nel 1910, oggi fanno l'effetto di un episodio di Scooby Doo.
Tre ombre cavalcano nella notte. Sono tre sicari, lanciati all'inseguimento della loro prossima vittima. Tuttavia …
Palesemente la parte prima di un romanzo in due tomi, decente da sola e notevole se si legge in blocco
3 stelle
Quarto libro della saga di Geralt di Rivia, di fatto la parte due di un'unica vicenda inizia nel terzo libro. Se però Il sangue degli elfi era un prologo ipertrofico in cui si mettevano in moto una mezza dozzina di macchinazioni politiche diverse, saltando da un punto di vista all'altro, Il tempo della guerra è molto più compatto e serrato: la riunione fra Geralt, Cirilla e Yennefer (più Ranuncolo, naturalmente) si verifica in fretta e scalda il cuore, dopodiché si passa all'avvincente climax, cui segue un bell'atto terzo di disavventure e (oso dire) catastrofi che chiudono questa trama e aprono quella dei libri seguenti.
A livello di prosa Sapkowski è ancora impacciatissimo a descrivere fisicamente i personaggi e in questo volume il cast cresce di parecchio, per cui c'è un grosso rischio di non ricordare chi è chi (si salva giusto Vilgefortz di Roggeveen, alias il personaggio più importante fra …
Quarto libro della saga di Geralt di Rivia, di fatto la parte due di un'unica vicenda inizia nel terzo libro. Se però Il sangue degli elfi era un prologo ipertrofico in cui si mettevano in moto una mezza dozzina di macchinazioni politiche diverse, saltando da un punto di vista all'altro, Il tempo della guerra è molto più compatto e serrato: la riunione fra Geralt, Cirilla e Yennefer (più Ranuncolo, naturalmente) si verifica in fretta e scalda il cuore, dopodiché si passa all'avvincente climax, cui segue un bell'atto terzo di disavventure e (oso dire) catastrofi che chiudono questa trama e aprono quella dei libri seguenti.
A livello di prosa Sapkowski è ancora impacciatissimo a descrivere fisicamente i personaggi e in questo volume il cast cresce di parecchio, per cui c'è un grosso rischio di non ricordare chi è chi (si salva giusto Vilgefortz di Roggeveen, alias il personaggio più importante fra quelli nuovi) – raccomando di farsi una lista delle persone o procurarsi delle illustrazioni. Viceversa le sue capacità di worldbuilding continuano a tenere botta e ci regalano delle escursioni suggestive nella mitologia del suo mondo, accompagnate da scene d'azione più elaborate e incalzanti che nei precedenti libri. In più a una seconda lettura (come questa) si notano molti indizi che preannunciano il leit motiv di tutta la saga, ben inseriti già all'inizio. Chapeau davvero!
Concludendo, un buon romanzo di spionaggio/cospirazioni e di avventure picaresche; se letto in blocco con il terzo, il dittico sale a 3,5 stelle se non 4.
Dopo Il guardiano degli innocenti e La spada del destino, continua la sanguinosa guerra …
Palesemente la parte prima di un romanzo in due tomi, salvabile se si leggono assieme
3 stelle
Alla prima lettura nel 2015 Il sangue degli elfi mi aveva lasciato molto freddo, perché ha una grossa debolezza strutturale: i suoi eventi sono la premessa di una vasta trama che si innesca davvero solo nel quarto romanzo, così che si ha la giustificata sensazione di leggere un gigantesco prologo, tutto preparazione e niente scioglimento. E non aiuta che Sapkowski qui abbia dato il via a una trama politica da Guerra e Pace fantasy ma non si sia mai degnato di disegnare una mappa, il che mi impediva di visualizzare gli spostamenti dei personaggi e le crisi internazionali.
Ciò detto, la seconda lettura è stata piacevole: ho trattato il romanzo come se fosse la parte 1 di una storia che finisce nel quarto volume e ha funzionato molto meglio, i cliffhanger in particolare, e aver recuperato una mappa ufficiosa dell'ambientazione rende finalmente comprensibili i dicorsi di geografia – anzi, si …
Alla prima lettura nel 2015 Il sangue degli elfi mi aveva lasciato molto freddo, perché ha una grossa debolezza strutturale: i suoi eventi sono la premessa di una vasta trama che si innesca davvero solo nel quarto romanzo, così che si ha la giustificata sensazione di leggere un gigantesco prologo, tutto preparazione e niente scioglimento. E non aiuta che Sapkowski qui abbia dato il via a una trama politica da Guerra e Pace fantasy ma non si sia mai degnato di disegnare una mappa, il che mi impediva di visualizzare gli spostamenti dei personaggi e le crisi internazionali.
Ciò detto, la seconda lettura è stata piacevole: ho trattato il romanzo come se fosse la parte 1 di una storia che finisce nel quarto volume e ha funzionato molto meglio, i cliffhanger in particolare, e aver recuperato una mappa ufficiosa dell'ambientazione rende finalmente comprensibili i dicorsi di geografia – anzi, si apprezza di più il piccolo tocco di attenzione per le faccende mercantili.
Di sicuro un romanzo debole, ma c'è una prospettiva dalla quale funziona decentemente.
Geralt di Rivia è uno strigo, un assassino di mostri. Ed è il migliore: solo …
Un preludio in crescendo gustoso
3 stelle
Continua la rilettura della Saga di Geralt e il secondo volume La spada del destino, a riprenderlo in mano, è un evidente passo avanti rispetto al primo. La prosa di Sapkowski non è diventata perfetta (ancora troppi maledetti gerundi, ancora voci dei personaggi un po' troppo simili) ma ha un ritmo più scorrevole e descrive in modo più ricco; i personaggi guadagnano in complessità, Ranuncolo in particolare rivela i suoi lati migliori (Geralt invece continua a guardare il seno a tutte le donne che incontra); il racconto conclusivo è costruito a flashback non consecutivi incastonati nel piano temporale principale, una tecnica già ben eseguita e cui Sapkowski si appassionerà un sacco nei romanzi.
Nel complesso un passo avanti evidente, 3,5 stelle meritate.
Geralt è uno strigo, un individuo più forte e resistente di qualsiasi essere umano, che …
Inizio scoppiettante, giusto un po' acerbo
3 stelle
Ho letto per la prima volta Il guardiano degli innocenti nel 2015 circa, prima che iniziassi a tenere registro esatto delle mie letture, e l'ho ripreso in mano in attesa della serie Netflix; nel frattempo ho anche giocato a The Witcher 3: Wild Hunt, il videogioco su licenza ufficiale, e questo per forza di cose ha condizionato la mia visione di Geralt e compagnia – tornare all'opera originale prima del nuovo adattamento era doveroso. Ebbene, il primo volume della saga tiene botta piuttosto bene! Certo, Sapkowski aveva dei problemi grossi con le descrizioni fisiche di persone e ambienti e nei primissimi racconti sembra che Geralt vada in giro fra manichini senza faccia; similmente, non era bravissimo a far parlare i personaggi ciascuno con un tono proprio, ma gli do il beneficio del dubbio che qualcosa si sia perso in traduzione (di sicuro si sono persi un "Che parlate?" al …
Ho letto per la prima volta Il guardiano degli innocenti nel 2015 circa, prima che iniziassi a tenere registro esatto delle mie letture, e l'ho ripreso in mano in attesa della serie Netflix; nel frattempo ho anche giocato a The Witcher 3: Wild Hunt, il videogioco su licenza ufficiale, e questo per forza di cose ha condizionato la mia visione di Geralt e compagnia – tornare all'opera originale prima del nuovo adattamento era doveroso. Ebbene, il primo volume della saga tiene botta piuttosto bene! Certo, Sapkowski aveva dei problemi grossi con le descrizioni fisiche di persone e ambienti e nei primissimi racconti sembra che Geralt vada in giro fra manichini senza faccia; similmente, non era bravissimo a far parlare i personaggi ciascuno con un tono proprio, ma gli do il beneficio del dubbio che qualcosa si sia perso in traduzione (di sicuro si sono persi un "Che parlate?" al posto di un "Cosa dite?" a pagina 192...). Prosa a parte, però, quel vecchio baffone era proprio bravo con le trame: in una manciata di racconti abbiamo esorcismi, combattimenti da western fatti con le spade, discettazioni di filosofia e morale, micro-intrighi di palazzo, siparietti grotteschi e affascinanti riti di magia, il tutto basato sul rivoltare su sé stesse le fiabe tradizionali, con una dose ricorrente di cinismo e/o di concretezza.
La cosa più spiazzante della rilettura è accorgersi che il Geralt originale è dannatamente chiacchierone e non la manda a dire a nessuno, e il suo compare Ranuncolo lo supera appena appena per paroloni e sconcezze – laddove il Geralt dei videogiochi è sì tagliente ma piuttosto laconico (e va detto che ha circa vent'anni di più sul groppone). Invece non è spiazzante, bensì affascinante, notare quante anticipazioni dei volumi successivi si nascondono in questo primo libro, dai riferimenti al cambiamento climatico agli elfi della Valle dei Fiori.
Nel complesso Il guardiano degli innocenti non è un'antologia perfetta, date le debolezze della prosa, ma dannatamente meritevole. Probabilmente un 3,5/5.
This remarkably inventive novella, published originally in the February 1943 issue of «Astounding Science Fiction», …
Più che onesta fantascienza militare
3 stelle
Per l'ennesima volta avevo da occupare un viaggio in treno e mi sono rivolto a zia C.L. Moore e zio Henry Kuttner e avendo (finalmente) letto tutti i loro materiali science fantasy mi sono fiondato sulla loro space opera – nello specifico, sul primo dei due romanzi del ciclo "venusiano" o "delle Fortezze", appunto Clash by Night.
Che dire, un degno passatempo per occupare un paio d'ore: classica fantascienza militare a base di contrattazioni diplomatiche e scene di battaglia, più qualche scena riempitiva di "uomini machi che fanno cose da machi" (che miracolosamente non diventano moleste), moderati infodump che descrivono il clima soffocante e la fauna letale del pianeta Venere (come del resto era tradizione a inizio secolo scorso), e soprattutto personaggi relativamente approfonditi e credibili rispetto alla media, ivi comprese le due donne interesse amoroso – in particolare mi ha deliziato il tema di fondo di "civiltà guerriere …
Per l'ennesima volta avevo da occupare un viaggio in treno e mi sono rivolto a zia C.L. Moore e zio Henry Kuttner e avendo (finalmente) letto tutti i loro materiali science fantasy mi sono fiondato sulla loro space opera – nello specifico, sul primo dei due romanzi del ciclo "venusiano" o "delle Fortezze", appunto Clash by Night.
Che dire, un degno passatempo per occupare un paio d'ore: classica fantascienza militare a base di contrattazioni diplomatiche e scene di battaglia, più qualche scena riempitiva di "uomini machi che fanno cose da machi" (che miracolosamente non diventano moleste), moderati infodump che descrivono il clima soffocante e la fauna letale del pianeta Venere (come del resto era tradizione a inizio secolo scorso), e soprattutto personaggi relativamente approfonditi e credibili rispetto alla media, ivi comprese le due donne interesse amoroso – in particolare mi ha deliziato il tema di fondo di "civiltà guerriere al tramonto", che del resto Catherine aveva già elaborato da sola pochi mesi prima nel romanzo Judgment Night (poi incluso nella raccolta Judgment Night: A Selection of Science Fiction). Ho poi trovato deliziosa l'enfasi sul pericolo dell'energia atomica, bella testimonianza di cosa potessero pensare i civili statunitensi nel 1943.
E niente, mi sa che prossimamente leggerò pure l'altro romanzo delle Fortezze, Fury.
Only once could a man defy the deathless guardians of the Ancient's tomb-city deep in …
Indiana Jones in salsa planetary romance e con un tocco di pathos
3 stelle
Nella mia perversa ossessione per Henry Kuttner, avendo davanti un lungo viaggio in treno ho giocato a fare il pendolare degli anni Quaranta e mi sono sparato in vena questo Crypt-City of the Deathless One, uno dei romanzi composti dal buon Hank in solitaria (al pari di The Creature from Beyond Infinity).
Partiamo dal negativo. Il romanzo non è la fantascienza avventurosa con venature orrorifiche che titolo e copertina lasciano presagire, è un classicissimo racconto di Mondo Perduto che segue in modo grammaticale i canoni del genere: ci sono la spedizione scientifica in un paese inesplorato, l'eroe guida da safari tormentato da traumi personali, i pericoli esotici della jungla (rigorosamente con i lunga) e dei nativi, fino al climax al cardiopalma – se The Creature from Beyond Infinity era così complicato e onnicomprensivo da risulare geniale, Crypt-City of the Deathless One non è niente di nuovo per chi …
Nella mia perversa ossessione per Henry Kuttner, avendo davanti un lungo viaggio in treno ho giocato a fare il pendolare degli anni Quaranta e mi sono sparato in vena questo Crypt-City of the Deathless One, uno dei romanzi composti dal buon Hank in solitaria (al pari di The Creature from Beyond Infinity).
Partiamo dal negativo. Il romanzo non è la fantascienza avventurosa con venature orrorifiche che titolo e copertina lasciano presagire, è un classicissimo racconto di Mondo Perduto che segue in modo grammaticale i canoni del genere: ci sono la spedizione scientifica in un paese inesplorato, l'eroe guida da safari tormentato da traumi personali, i pericoli esotici della jungla (rigorosamente con i lunga) e dei nativi, fino al climax al cardiopalma – se The Creature from Beyond Infinity era così complicato e onnicomprensivo da risulare geniale, Crypt-City of the Deathless One non è niente di nuovo per chi abbia visto almeno un film hollywoodiano di serie C entro quel filone. In aggiunta, per l'ennesima volta Kuttner ha messo in campo il suo solito quartetto di personaggi stereotipati, cioè l'eroe uomo medio, il deuteragonista macho, il consigliere saggio e sapiente, la donna inutile per le pari opportunità – esattamente le stesse figure che erano state proposte pochi mesi prima in Earth's Last Citadel] e che sarebbero riapparse qualche anno dopo in Valley of the Flame e The Time Axis.
Passiamo al positivo: se la struttura del romanzo è grammaticale, l'esecuzione ha dei punti forti mica male. La voce narrante oscilla sapientemente fra comico e drammatico; le descrizioni di paesaggi ed ecosistemi alieni e di tecnologie futuristiche sono convincenti (abbiamo davanti un futuro di viaggi spaziali in cui non esiste ancora l'energia atomica e i bicchieri di plastica sono una grande invenzione); la psiche del protagonista "uomo medio" si basa su un'efficace combinazione di lutto e senso di colpa, alcolismo di autoassoluzione e affetti impossibili proiettati sulla coprotagonista femminile; il finale è incredibilmente toccante proprio perché porta a una risoluzione molto soddisfacente (che ovviamente non rivelo) il conflitto interiore del nostro eroe. Non siamo ai livelli egregi di scavo psicologico raggiunti in The Dark World, ma la qualità è solo poco inferiore.
Non è un testo originalissimo, ma nel suo genere è ben eseguito.
Un genio dotato di un cervello meccanico, destinato a dominare il mondo. Gli Stati Uniti …
Preziose antichità di proto-fantascienza
4 stelle
[Vecchia recensione del 2017 preservata così com'era per onestà]
Questa raccolta di fantascienza americana del pieno 1800 è il luogo di nascita di un cazzilione di tropi: è in questi sette racconti, infatti, che sono apparsi per la prima volta teletrasporti, macchine del tempo, intelligenze artificiali, cyborg, macchine tendenti alla velocità infinita, uomini invisibili e musica registrata e trasmessa in streaming (giuro!).
Ora, al di là del primato creativo di Mitchell, questi racconti secondo me sono ancora validi e godibili: quasi tutti sono scritti in prima persona secondo la formula "Lo strano caso che mi accadde quella volta" (che a quell'epoca mi risulta andasse forte), e spaziano moltissimo a livello di toni e vicende: "La Tachipompa" è una storia umoristica con dentro una spiegazione scientifica messa quasi per fare contrasto, "L'orologio che andava all'indietro" ha un che di allucinato che lascia quasi un senso di ansia, "L'uomo più intelligente del …
[Vecchia recensione del 2017 preservata così com'era per onestà]
Questa raccolta di fantascienza americana del pieno 1800 è il luogo di nascita di un cazzilione di tropi: è in questi sette racconti, infatti, che sono apparsi per la prima volta teletrasporti, macchine del tempo, intelligenze artificiali, cyborg, macchine tendenti alla velocità infinita, uomini invisibili e musica registrata e trasmessa in streaming (giuro!).
Ora, al di là del primato creativo di Mitchell, questi racconti secondo me sono ancora validi e godibili: quasi tutti sono scritti in prima persona secondo la formula "Lo strano caso che mi accadde quella volta" (che a quell'epoca mi risulta andasse forte), e spaziano moltissimo a livello di toni e vicende: "La Tachipompa" è una storia umoristica con dentro una spiegazione scientifica messa quasi per fare contrasto, "L'orologio che andava all'indietro" ha un che di allucinato che lascia quasi un senso di ansia, "L'uomo più intelligente del mondo" e "L'uomo di cristallo" si basano sullo scontro fra un umano "normale" e uno "sovrumano", "Lo spettroscopio dell'anima" e "L'uomo senza corpo" hanno lo stesso protagonista e si basano sulle sue sparate eccentriche, e sono l'uno ironico (con un tocco distopico) e l'altro grottesco. Il mio preferito, comunque, è "La Figlia del Senatore", che si ambienta in un'ucronia e ha alla base uno scontro "individuo vs società" - sarei stato molto felice di leggere un romanzo lungo con quelle premesse.
The Sword of Welleran -- The Fall of Bubbulkund -- The Kith of the Elf-Folk …
L'origine di tutta la fantasy anglofona
4 stelle
Ok, un altro iperfocus autistico si è compiuto: dopo i Fifty-One Tales, i A Dreamer's Tales, e i Tales of Three Hemispheres, con questo The Sword of Welleran and Other Stories ho letto tutti i quattro volumi di racconti fantastici autoconclusivi di lord Dunsany (la dilogia di Pegana e la dilogia delle Meraviglie in un altro momento!), e per combinazione ho tenuto per ultimo il primo dei quattro tomi, primo per anno di pubblicazione – e per qualità letteraria.
Sì, perché il grosso di questo volume consiste dei quattro straordinari racconti lunghi "The Sword of Welleran" (per altro mio primo, gradevole incontro con lord Dunsany entro l'antologia Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy), "The Fall of Babbulkund", "The Kith of the Elf Folk" e "The Fortress Unvanquishable, Save for Sacnoth", nei quali si alternano atmosfere di antichità mediterranea e di oscuro medioevo germanico, …
Ok, un altro iperfocus autistico si è compiuto: dopo i Fifty-One Tales, i A Dreamer's Tales, e i Tales of Three Hemispheres, con questo The Sword of Welleran and Other Stories ho letto tutti i quattro volumi di racconti fantastici autoconclusivi di lord Dunsany (la dilogia di Pegana e la dilogia delle Meraviglie in un altro momento!), e per combinazione ho tenuto per ultimo il primo dei quattro tomi, primo per anno di pubblicazione – e per qualità letteraria.
Sì, perché il grosso di questo volume consiste dei quattro straordinari racconti lunghi "The Sword of Welleran" (per altro mio primo, gradevole incontro con lord Dunsany entro l'antologia Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy), "The Fall of Babbulkund", "The Kith of the Elf Folk" e "The Fortress Unvanquishable, Save for Sacnoth", nei quali si alternano atmosfere di antichità mediterranea e di oscuro medioevo germanico, pantheon classicheggianti e spiritualità cristiana, sinestesie tali per cui taluni scene "odorano" di marmo e di trombe, ora di paglia e zampogne, in generale quello stesso tono da mito d'autore che avevo riscontrato nei pezzi migliori di A Dreamer's Tales. E per quanto riguarda i rimanenti testi brevi, ho molto molto apprezzato la commedia nera di "The Ghosts", la prosa ritmica da ballata popolare di "The Highwayman", lo scavo introspettivo autobiografico di "In the Twilight" e l'immaginario (di nuovo) cristiano alla base di "The Doom of La Traviata". La varietà stilistica e contenutistica della selezione è davvero unica, e rende davvero ragione della massima accademica "Ogni filone di letteratura fantasy nasce da questo o quel testo breve di Dunsany".
Perché quindi non do 5/5, per una volta? A parte la presenza di refusi gravissimi in questa edizione elettronica, non negherò che l'ultimo paio di racconti mi ha lasciato freddo, ritrovandoci in una forma un po' grezza lo stile da apologo che ritroviamo ben più rifinito nei Fifty-One Tales.
Grazie milord, di queste piccole perle. Arrivederci.
This collection helped make Lord Dunsany a fantasy legend. Poetic prose, magical lands, old gods, …
Racconti validi, ma iterativi, e a volte vacui
3 stelle
Dopo aver terminato mesi fa A Dreamer's Tales ho scoperto che uno dei racconti ivi contenuti, "Idle Days on the Yann", fu proseguito da lord Dunsany in un breve ciclo da lui intitolato Beyond the Fields We Know e raccolto in questo Tales of Three Hemispheres, così che il mio senso maniacale di completismo mi ha indotto a recuperarlo.
Contenutisticamente questa raccolta è bipartita fra una prima sezione di racconti autoconclusivi e la suddetta sequenza Beyond the Fields We Know (di fatto un romanzo breve in tre episodi) e questa bipartizione si rispecchia palesemente nei temi e toni del volume: da un lato i testi autoconclusivi mi hanno rammentato molto i Fifty-One Tales, poiché sono tutti micro-racconti di poche pagine imperniati su un effetto sorpresa finale e improntati ora all'apologo ("A Pretty Quarrell") ora al fantastico assurdista in stile mitteleuropeo ("The Sack of Emeralds"), non di rado dedicati …
Dopo aver terminato mesi fa A Dreamer's Tales ho scoperto che uno dei racconti ivi contenuti, "Idle Days on the Yann", fu proseguito da lord Dunsany in un breve ciclo da lui intitolato Beyond the Fields We Know e raccolto in questo Tales of Three Hemispheres, così che il mio senso maniacale di completismo mi ha indotto a recuperarlo.
Contenutisticamente questa raccolta è bipartita fra una prima sezione di racconti autoconclusivi e la suddetta sequenza Beyond the Fields We Know (di fatto un romanzo breve in tre episodi) e questa bipartizione si rispecchia palesemente nei temi e toni del volume: da un lato i testi autoconclusivi mi hanno rammentato molto i Fifty-One Tales, poiché sono tutti micro-racconti di poche pagine imperniati su un effetto sorpresa finale e improntati ora all'apologo ("A Pretty Quarrell") ora al fantastico assurdista in stile mitteleuropeo ("The Sack of Emeralds"), non di rado dedicati alla riemersione della magia atavica nella civiltà industriale contemporanea ("The Last Dream of Bwoana Kubla" ma soprattutto l'ottimo "The City of Wonders") – e dall'altro lato presentano spesso un gusto marcato e (purtroppo) stucchevole per l'orientalismo più blando, già presente nel già citato A Dreamer's Tales, a partire dal fatalismo pseudo-indù centrale in “The Prayer of Boob Aheera” fino alla pretestuosa droga cinese che fa da McGuffin nella vicenda altrimenti inglesissima di “How the Office of Postman Fell Vacant in Otford-under-the-Wold”. Analogamente, la piccola saga Beyond the Fields We Know è tutta composta da pannelli affrescati in cui il nostro protagonista sognatore ci dettaglia minutamente paesaggi incantati ove accade poco o niente (in stile A Dreamer's Tales) e il suo tono di fondo è il contrasto un po' sornione fra l'immensità degli dèi e del reame fatato e la piccola praticità umana (conformemente ad alcuni dei Fifty-One Tales), con punte particolarmente riuscite laddove Dunsany mette in scena il negozio-portale verso la terra dei sogni e la strega guardiana col suo gatto nero.
Di sicuro la raccolta si lascia leggere, specialmente in ragione di un paio di racconti al giorno prima di dormire, ma ora capisco perché viene ristampata molto meno spesso di altre produzioni precedenti: è palesemente un Dunsany iterativo su sé stesso.
N.B.: credo che i "tre emisferi" del titolo siano l'Occidente delle storie urbane, l'Oriente (prettamente Asia ma anche Africa) delle storie esotiche, e il Paese dei Sogni delle storie fiabesche.
It was a cold winter's evening late in the Stone Age; the sun had gone …
Un po' ripetitivi, ma globalmente fantasmagorici
3 stelle
Dopo essermi gustato i suoi Fifty-One Tales, non ho resistito alla tentazione di visitare per una seconda volta la biblioteca incantata di lord Edward Dunsany e ho optato per il volume di poco precedente A Dreamer's Tales – e l'impressione è buona seppur non straordinaria.
Se i Fifty-One Tales erano essenzialmente opere di flash fiction talvolta un po' diafana, ma estremamente varia per toni, temi e atmosfere, questi A Dreamer's Tales sono sbilanciati nella direzione opposta: una buona metà di essi sono testi molto molto simili che dipingono in barocco dettaglio una teoria di città invisibili (citazione voluta) che lord Dunsany immaginava soffuse di splendore orientale (e orientalista) e maledette da pestilenze misteriose, dèi gelosi e dispotici sultani – Andelsprutz, Bethmoora, la Città Indolente, l'eterna Zaccarath, i borghi lungo la valle del fiume Yann, tutti questi insediamenti sono metropoli esotiche e surreali dipinteci per il gusto del visionario, ma …
Dopo essermi gustato i suoi Fifty-One Tales, non ho resistito alla tentazione di visitare per una seconda volta la biblioteca incantata di lord Edward Dunsany e ho optato per il volume di poco precedente A Dreamer's Tales – e l'impressione è buona seppur non straordinaria.
Se i Fifty-One Tales erano essenzialmente opere di flash fiction talvolta un po' diafana, ma estremamente varia per toni, temi e atmosfere, questi A Dreamer's Tales sono sbilanciati nella direzione opposta: una buona metà di essi sono testi molto molto simili che dipingono in barocco dettaglio una teoria di città invisibili (citazione voluta) che lord Dunsany immaginava soffuse di splendore orientale (e orientalista) e maledette da pestilenze misteriose, dèi gelosi e dispotici sultani – Andelsprutz, Bethmoora, la Città Indolente, l'eterna Zaccarath, i borghi lungo la valle del fiume Yann, tutti questi insediamenti sono metropoli esotiche e surreali dipinteci per il gusto del visionario, ma relativamente povere di intrecci e di eventi, spesso usate come contenitore per incastonarvi piccoli aneddoti anch'essi un po' troppo affini fra di loro, tutti a base di maledizioni e prodigi ambigui. Probabilmente tali testi funzionerebbero bene se fruiti uno al mese, come fossero pasticceria di mandorla, ma uno dopo l'altro rischiano di nauseare. Fa eccezione in tutto ciò il secondo racconto del dittico di Bethmoora, "The Hashish Man", in cui la vicenda di "magia urbana" è incastonata in una cornice di viaggio siderale assolutamente squisita, che palesemente ha dato il La ai testi onirici della scuola lovecraftiana americana (leggerlo per credere).
Dall'altro lato, ho decisamente apprezzato i racconti di soggetto "non urbano" e di tono "leggendario": squisito il mito marittimo-amoroso dai tocchi ovidiani "Poltarness, Beholder of the Ocean", dolcemente commovente la favola esopea "Blagdaross", angosciante il giusto il trittico di storie dell'orrore "Where the Tides Ebb and Flow", "Poor Old Bill" e "The Unhappy Body" (per altro tutte legate a un tema di tortura corporale, chissà a cosa pensava il Lord in quel periodo...), "solamente" discreti i due testi satirici "The Field" e "The Day of the Pool", assolutamente una bomba "The Sword and the Idol" e "Carcassonne", che trasudavano senso del meraviglioso e posizionamento morale come un mito d'autore dovrebbe fare.
Com'era prevedibile, la prosa breve di lord Ed sembra articolarsi in un numero limitato di macro-filoni e a me ne stanno piacendo alcuni più di altri, ma sicuramente mi sta piacendo abbastanza da buttare un occhio prossimamente sul volume gemello di A Dreamer's Tales, ovverosia The Sword of Welleran and Other Stories.
As the title suggests this collection holds fifty-one of the kind of stories that helped …
Parabole d'autore per l'evo moderno
3 stelle
Erano un po' di anni che Lord Edward Dunsany infestava come uno spettro le mie letture, lo spettro del proverbiale classico che "tutti i tuoi autori preferiti hanno letto, ergo se non lo leggi anche tu sei un ignorante"; un bel giorno lo approcciai direttamente con il suo "La spada di Welleran" antologizzato in Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy, indi diedi un occhio ai primi racconti dell'omnibus Time and the Gods: An Omnibus, ma ci trovai un inglese troppo aulico per le mie forze, e fuggii. Anni dopo, però, scoprii che il buon barone ha composto anche la qui presente raccolta di micro-storie (o "poemi in prosa", direbbe la gente fine), quindi gli ho dato una seconda chance... e meno male che gliel'ho data, perché è stata una piccola folgorazione! Leggendo pian pianino questi Fifty-One Tales (anche intitolati The Food of Death, per …
Erano un po' di anni che Lord Edward Dunsany infestava come uno spettro le mie letture, lo spettro del proverbiale classico che "tutti i tuoi autori preferiti hanno letto, ergo se non lo leggi anche tu sei un ignorante"; un bel giorno lo approcciai direttamente con il suo "La spada di Welleran" antologizzato in Fantasy: I migliori romanzi e racconti della narrativa fantasy, indi diedi un occhio ai primi racconti dell'omnibus Time and the Gods: An Omnibus, ma ci trovai un inglese troppo aulico per le mie forze, e fuggii. Anni dopo, però, scoprii che il buon barone ha composto anche la qui presente raccolta di micro-storie (o "poemi in prosa", direbbe la gente fine), quindi gli ho dato una seconda chance... e meno male che gliel'ho data, perché è stata una piccola folgorazione! Leggendo pian pianino questi Fifty-One Tales (anche intitolati The Food of Death, per la cronaca), in ragione di una manciata di racconti ogni giorno, ho avuto conferma di ciò che avevo subodorato leggendo "Unico e solo" di Arianna Michelin nella rivista «Alkalina #3»: a me piace quella forma narrativa che sta all'intersezione fra l'epigramma comico di Marziale, la parabola biblica e l'aneddoto sapienziale su profeti e filosofi, e lord Dunsany mi ha dimostrato che con quella forma si possono comporre cose validissime e affascinanti, piccoli miti e leggende d'autore per l'evo contemporaneo: storie di dèi ed elementi che bisticciano e piagnucolano, di angeli diavoli e della Morte che girano per il mondo a indispettire i mortali, di artisti che visitano paesaggi danteschi nel paese dei sogni, di fragilità della natura umana davanti alle forze cosmiche, anticipando il professor Tolkien e il mio acerrimo nemico Lovecraft – concetti visti e rivisti, direte voi? Sicuro, ma visti e rivisti perché il buon lord Edward ha aperto questa strada già nel 1915, e comunque la sua prosa sardonica e un po' veterotestamentaria resta piuttosto unica.
Al netto di questa epifania stilistica, non do più di 3/5 proprio perché, com'era prevedibile, in una raccolta di ben cinquantun racconti alcuni sono più grossolani di altri, mentre alcuni temi e situazioni sono riproposti con scarse variazioni di testo in testo, così che alcune composizioni sono abbastanza dimenticabili e insoddisfacenti. Sicuramente un Dunsany minore, ma proprio per questo un Dunsany accessibile.
From one of the grand masters of science-fiction comes a collection inspired by H.P. Lovecraft’s …
Pseudo-Lovecraft migliore di Lovecraft
3 stelle
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Commenti espliciti ai colpi di scena finali di molti racconti
Premessa di tipo editoriale: per semplicità la banca dati di Bookwyrm indica che The Book of Iod: Ten Cthulhu Stories è la ristampa Diversion Books dell'antologia The Book of Iod curata da Robert M. Price per Chaosium, in realtà l'edizione Chaosium includeva 10 racconti di Henry Kuttner, 1 collaborazione fra Kuttner e Robert Bloch, 1 racconto di Lin Carter e 1 dello stesso Pierce ispirati dalla produzione di Kuttner, tutti commentati da Price – e l'edizione Diversion Books, per prevedibili problemi di diritti, ripropone solo i 10 testi di Kuttner.
Premessa di tipo estetico: ovviamente il senso di questo volume è raccogliere tutti i testi di Kuttner ambientati nell'universo condiviso dei Miti di Chtulhu, ergo è inevitabile confrontare l'allievo Kuttner con il suo maestro H.P. Lovecraft, e probabilmente gli estimatori di H.P.L. considereranno il corpus kuttneriano una pallida ombra del modello. Avendo letto sia i romanzi brevi di Lovecraft (At the Mountains of Madness and Other Novels of Terror) sia il nucleo principale del ciclo di Chtulhu (The Haunter of the Dark and Other Tales) sia una parte dei "racconti macabri" (Dagon and Other Macabre Tales), io appartengo alla parrocchia contraria: trovo sinceramente che il buon "Solitario di Providence" fosse uno scrittore con poche eccellenti idee, che le abbia eseguite a ripetizione in infiniti testi mediocri così da ricavarne (per legge dei grandi numeri) una manciata notevole, e che la sua estetica sia alquanto compromessa dalla profonda cattiveria alla base della sua etica. Ergo, dovendo scegliere fra un originale lovecraftiano meno che eccellente e un'emulazione kuttneriana, preferisco nettamente la seconda: sarà meno ispirata, ma almeno c'è un bilanciamento fra sostanza e forma che manca spesso nei testi magniloquenti di HPL, e l'orrore non si basa sul razzismo e sessismo sistemico dei WASP.
Poste tutte le premesse del caso, i testi!
"The Secret of Kralitz" è una piacevole fantasmagoria medievale con un finale d'effetto estremamente forzato, tirato fuori dal cappello giusto per spiazzare. Si sente che è un'opera quasi prima.
"The Eater of Souls" rende bene come fiaba magniloquente e surreale, però mi auguro che Kuttner l'abbia intesa in tono farsesco o quantomeno paradossale – non è concepibile spaventarsi sul serio quando si scopre che il Mangia-Anime è sostanzialmente un granchio-scolopendra.
"The Salem Horror" è chiaramente stato composto in modo "procedurale", prendendo elementi ricorrenti del corpus lovecraftiano e rimontandoli assieme secondo una ricetta: abbiamo la casa infestata, l'artista imprudente che scatena l'orrore, l'occultista giunto a esorcizzare il male, la strega non-morta che venera un Dio maligno... e l'insieme non risulta solo godibile, ma in qualche modo è "più lovecraftiano di Lovecraft", molto vicino all'idea platonica del Ciclo di Ctulhu che ne ha una persona inesperta, senza per questo scadere di qualità come fanno le imitazioni delle imitazioni.
"The Jest of Droom-Avista" prosegue gli eventi di "The Eater of Souls" e funziona sia nel costruire una continuità temporale sia nell'effetto tragicomico/grottesco finale, qui indiscutibile e molto sagace.
"Spawn of Dagon" è principalmente un episodio del ciclo sword & sorcery di Elak di Atlantide e confermo l'opinione positiva maturata a leggerlo già in Elak of Atlantis: un bel racconto di fantasy avventuroso un po' macabro che pur imitando Conan trova una voce sua nelle situazioni farsesche ma non troppo.
"The Invaders" ripropone gli ingredienti fondamentali già visti in "The Salem Horror", cioè flisteo impudente rigorosamente artista, infestazione ed esorcismo, ma la costruzione praticamente teatrale dela vicenda (c'è unità di spazio, tempo e azione) intrecciata al tocco di "magia psicagogica" evita l'effetto di già visto – e anzi l'atmosfera passa efficacemente da "storia di fantasmi" a "storia di fantascienza apocalittica".
"The Frog" ripropone una terza volta e in modo relativamente più banale la trama dell'orrore cosmico scatenato da persone ignare, però anche qui l'impianto si conserva fresco grazie alla dimensione corale del villaggio coeso e in armi contro il mostro – un atteggiamento di empatia e rispetto verso i contadini assediati che è completamente antitetico al classismo di Lovecraft, e una boccata d'aria fresca.
"Bells of Horror" sintetizza molto bene la dimensione corale di "The Frog" all'atmosfera apocalittica di "The Invaders" e risulta in un intero maggiore della somma delle parti, l'unico racconto che mi abbia effettivamente messo i brividi per empatia emotiva con i protagonisti. Davvero eccellente.
"Hydra" è il mio testo preferito: prende il modello lovcraftiano dell'esperimento di occultismo dai risvolti tragici, raccontato come se fosse un'inchiesta ufficiale a posteriori, e lo sgrossa sia dalla prolissità sia dai feticci razzisti, sostituendoli anzi con una piacevolissima dose di sarcasmo malvagio contro i protagonisti antieroici. E il finale è spiazzante in modo efficace!
"The Hunt" mi ha convinto a metà: molto bello il punto di vista di un razionalista scaraventato nel mondo dell'occultismo, molto bello il finale ad effetto, terribilmente telefonata la sezione centrale climatica. In generale si sente che Kuttner stava lentamente abbandonando il paranormale perturbante lovecraftiano in favore di un "orrore urbano" che maturerà negli anni Quaranta.
Non mi sento di dare a questa versione della raccolta più di 3 stelle, siccome manca il racconto in collaborazione con Bloch ("The Black Kiss") che è seguito diretto di "The Salem Horror", ma se la collezione fosse stata davvero completa avrei concesso certamente 3,5 stelle se non 4: non sono racconti eccezionali, ma nel loro genere sono egregi.