Un piccolo spaccato sociale degli USA degli anni Settanta. Due adolescenti estremamente intelligenti e con difficoltà sociali (neurodiversi, forse?). Una storia su come essere "normali" quando si è "eccentrici". Un finale agrodolce che non ti aspetti da un racconto di formazione. Nel complesso un Bildungsroman sui generis, che racconta la vita vera con tutti i suoi intoppi e non i buoni sentimenti.
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Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò. Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
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cretinodicrescenzago ha recensito Very Far Away from Anywhere Else di Ursula K. Le Guin
cretinodicrescenzago ha finito di leggere Very Far Away from Anywhere Else di Ursula K. Le Guin

Very Far Away from Anywhere Else di Ursula K. Le Guin
A slender, realistic story of a young man's coming of age, Very Far Away from Anywhere Else is one of …
Non c'è miglior racconto d'avventura dell'avventura d'orrore
5 stelle
Dopo almeno un paio di false partenze nell'arco di almeno cinque anni, finalmente ho letto nella sua interezza The Horror Stores of Robert E. Howard, un autentico monumento di carta e inchiostro al "Bardo di Cross-Plains" – e parlo di "monumento" a ragion veduta, perché se è vero che Bob Due-Pistole quando scriveva male scriveva malissimo, qui dentro c'è la crema di crema della sua prosa; e che prosa, gente!
Partiamo dai contenuti: la raccolta è dannatamente e lodevolmente varia. Ci sono i piccoli cicli giovanili sul licantropo De Montour e sul villaggio portuale di Faring Town, il secondo dei quali, scritto da un ragazzotto del deserto, mi ha messo il freddo in corpo ben più dei racconti dello scrittore-marinaio William Hope Hodgson. C'è una pletora di testi del Mito di Chtulhu, per la gioia dei patiti che vogliono ricomporre il Necronomicon, incluso il ciclo degli occultisti …
Dopo almeno un paio di false partenze nell'arco di almeno cinque anni, finalmente ho letto nella sua interezza The Horror Stores of Robert E. Howard, un autentico monumento di carta e inchiostro al "Bardo di Cross-Plains" – e parlo di "monumento" a ragion veduta, perché se è vero che Bob Due-Pistole quando scriveva male scriveva malissimo, qui dentro c'è la crema di crema della sua prosa; e che prosa, gente!
Partiamo dai contenuti: la raccolta è dannatamente e lodevolmente varia. Ci sono i piccoli cicli giovanili sul licantropo De Montour e sul villaggio portuale di Faring Town, il secondo dei quali, scritto da un ragazzotto del deserto, mi ha messo il freddo in corpo ben più dei racconti dello scrittore-marinaio William Hope Hodgson. C'è una pletora di testi del Mito di Chtulhu, per la gioia dei patiti che vogliono ricomporre il Necronomicon, incluso il ciclo degli occultisti Conrad & Kirowan e quello dei racconti di metempsicosi. Ci sono racconti di demoni e fantasmi per tutti i gusti, dall'agghiacciante vicenda di messe nere "Casonetto's Last Song" al quadretto tardo-antico "Delenda Est" fino alla spettacolare fantasia sumera "The House of Arabu". Ci sono avventure di Solomon Kane e Bran Mak Morn, che è stato bello ri-incontrare qualcosa come cinque anni dopo la mia immersione nei loro rispettivi cicli. Ci sono tanti (purtroppo non tutti) i racconti dell'orrore ambientati fra i deserti del Texas, le pinete dell'Arkansas e le paludi della Louisiana, opere fondative delle estetiche Southern Gothic e Weird Western. E ci sono poesie su poesie, bastevoli per una pubblicazione a parte in un canzoniere macabro. Insomma, questa raccolta è davvero un portagioie di perle nere uscite dalla mente di Howard, e già questa struttura ben ragionata è degno di lode.
Passiamo ora alla qualità di esecuzione: è alta. Sicuro, non tutti i testi brillano di originalità: alcuni sono alquanto lovecraftiani nel presentare un'indagine terrificante su un relitto rettile di ere arcaiche (sì l'allitterazione era voluta), altri iterano visibilmente su concetti ricorrenti fortemente howardiani, quali la rievocazione di memorie ataviche o l'esistenza di un "piccolo popolo sotterraneo" – ma comunque le ideee, gli intrecci e i toni sono complessivamente variegati, ben più di quanto si possa trovare nel corpus monocorde di Lovecraft o nell'effettivamente derivativo The Book of Iod: Ten Cthulhu Stories di Henry Kuttner: è quantomai indicativo, per dirne una, che nella medesima raccolta convivano una storia di fantasmi relativamente tradizionale, fortemente sentimentale e al sapore d'Irlanda quale "Dermod's Bane", un racconto al limite del fantastique europeo ma odoroso di sangue e polvere nera quale "The Man on the Ground", e un giallo paranormale squisitamente inglese quale "The Haunter in the Ring". E, cosa più importante, tanti racconti fanno sul serio rabbrividire, commuovere e/o estasiarsi di sublime, con una menzione speciale a "Pigeons from Hell", che per quanto mi riguarda merita davvero la palma di capolavoro dell'horror statunitense del secolo scorso – quando un racconto del mistero mi prende io rileggo sempre il finale due volte per ricomporre i pezzi, e stavolta ho riletto tre volte il penultimo paragrafo perché volevo posticipare il più possibile l'ultimo.
In ultimo, due parole sui temi di Howard. Innanzitutto, sì, è vero: una quantità non indifferente di racconti chiama in causa stereotipi razzisti pesanti contro Nativi Americani, Asiatici e Afrodiscendenti, ed è praticamente impossibile simpatizzare per il protagonista bianco di "Black Canaan" nel momento in cui i suoi avversari sono afroamericani rivoltosi che mirano a creare un etnostato nero – tuttavia nessuno dei testi punta tutto sulla fantasia di potere WASP (anche qui, Howard batte Lovecraft) e ci sono sia personaggi non bianchi stereotipati ma positivi sia negativi ma complessi (cosa che purtroppo era comunque progressista per i tempi), ergo è possibile leggere questo corpus con occhio critico e apprezzarlo comunque. E parlando di occhio critico, di sicuro io ora voglio recuperare qualche testo storico o fanta-storico sulla resilienza di schiavi afrodiscendenti e nativi americani contro la violenza dei bianchi, per ascoltare e propagare la voce degli oppressi. In secondo luogo, una nota personale: mi ha stranito moltissimo tornare sull'opera di Howard un lustro dopo aver ingurgitato a raffica i suoi grandi cicli fantasy (era circa il '15-'16) e rendermi conto che quell'uomo era diverso da come lo percepiva il me appena ventenne. A leggere questi racconti dell'orrore, è evidente che il vero Robert Howard non lo si trova nei racconti formulaici e scollacciati, a base di scimmie assassine e donne nude, che hanno segnato l'"età oscura" di Conan: lo si trova nei paesaggi notturni battuti dal vento, nelle leggende di maledizioni ancestrali e incubi raggelanti, nelle teorie storiografiche e antropologiche usate per dare sostanza ai miti d'autore, nella potenza distruttiva di una faida inconciliabile... nella commozione davanti a un perdono, nelle parole di saggezza trasmesse da un anziano, nel legame atavico fra un individuo e la sua terra, nella potenza di una spada o una pallottola che spappola la prole dell'inferno – nella fragilità di un eroe apparentemente granitico come Bran Mak Morn, che si mostra umano come noi davanti al mistero della gelida notte stellata. E questo senza tenere in conto le poesie, che dovrò rileggere attentamente per sviscerare tutti gli spunti autobiografici.
In conclusione, non esito a dare 5/5 pur trattandosi, a conti fatti, di una raccolta di racconti "d'evasione" che non ha alle spalle un'articolato progetto estetico di "narrazione mondo": il racconto mondo emerge spontaneamente dal mosaico dei testi, e il mondo in questione è la mente di Robert Howard con le sue paraonie e i suoi miti eroici. Invero, ora anche io rimpiango la grande epica del Sud americano che avrebbe potuto scrivere verso i quarant'anni, se solo avesse avuto a disposizione uno psicanalista per curarsi la depressione anziché suicidarsi a trent'anni...
cretinodicrescenzago ha recensito Dune di Frank Herbert (Dune, #1)
Vasto come un deserto, vivo come un deserto
4 stelle
A inizio 2020 ho letto e apprezzato Lord of Light di Roger Zelazny e ho scoperto dalla prefazione che, a suo modo, è il romanzo "rivale e complementare" del più famoso Dune; in seguito ho saputo che Dune stava per essere adattato in un kolossal hollywoodiano, e io amo i kolossal hollywoodiani (tanto quanto odio la Hollywood di serie B e C). Morale, ho violato la mia regola "niente mattoni, niente saghe di mattoni" e ho voluto leggermi il famigerato romanzo "che George Lucas copiò in Star Wars". Responso finale: maestoso.
Sì, in superficie è la storia di un adolescente di sangue blu che viene usurpato da dei malvagi cattivissimi, si rifugia presso un popolo "moralmente superiore", sviluppa le sue facoltà ereditarie sovraumane e si riscatta – l'esecuzione "monarchista" del monomito campbelliano che da Herbert è filtrata, appunto, a George Lucas e probabilmente a Terry Brooks, producendo tanta …
A inizio 2020 ho letto e apprezzato Lord of Light di Roger Zelazny e ho scoperto dalla prefazione che, a suo modo, è il romanzo "rivale e complementare" del più famoso Dune; in seguito ho saputo che Dune stava per essere adattato in un kolossal hollywoodiano, e io amo i kolossal hollywoodiani (tanto quanto odio la Hollywood di serie B e C). Morale, ho violato la mia regola "niente mattoni, niente saghe di mattoni" e ho voluto leggermi il famigerato romanzo "che George Lucas copiò in Star Wars". Responso finale: maestoso.
Sì, in superficie è la storia di un adolescente di sangue blu che viene usurpato da dei malvagi cattivissimi, si rifugia presso un popolo "moralmente superiore", sviluppa le sue facoltà ereditarie sovraumane e si riscatta – l'esecuzione "monarchista" del monomito campbelliano che da Herbert è filtrata, appunto, a George Lucas e probabilmente a Terry Brooks, producendo tanta narrativa speculativa banale. Ma basta leggere davvero il testo (e non il proprio preconcetto del testo) per constatare che sul monomito si stratificano temi intrecciati, trame parallele e quel worldbuilding sovrabbondante che è la cifra della narrativa speculativa migliore: Paul non è il messia puro, ingenuo e figura Christi che piace ai conservatori cristiani, è una figura cinica e machiavellica che decostruisce il concetto stesso di figura Christi; Lady Jessica è sostanzialmente la co-protagonista e il suo sguardo è sempre un contrappunto appassionante a quello di suo figlio; la cultura dei Fremen è sì arabeggiante, ma scientemente costruita come tale (non sono dei "Beduini spaziali perché sì") e descritta nella sua materialità, evitando l'estetica del buon selvaggio ignudo; l'Imperium è sociopoliticamente complesso e ogni personaggio minore appartenente a una specifica casta sociale potrebbe essere protagonista di un romanzo sulla propria vita professionale, dai navigatori della Gilda agli assassini Mentat sino ai cicisbei del Pascià Imperatore; la trama non si fossilizza sulla resa minuta del Bildungsroman di Paul, ma lo inquadra in un intreccio di più ampio respiro che va dalla storia ecologica di Arrakis ai rapporti di forza entro l'Imperium, e io adoro quel tipo di narrazioni. È un romanzo perfetto? Non mi azzardo a dir tanto: la terza e ultima parte liquida con riassunti ed ellissi alcuni eventi cui la prima e seconda parte ci avevano preparato con dovizia di dettagli, e questo toglie un po' di corposità al finale. Ciò nonostante, la qualità resta alta.
Tirando le somme, Dune entra a mani basse nel mio Olimpo di romanzi mondo dotati di profondità dell'ambientazione e spessore filosofico-morale, assieme a The Lord of the Rings e all'esalogia di Earthsea esperita come narrazione coesa. E il mio strappo alla regola "niente mattoni, niente saghe di mattoni" dovrà essere esteso, perché intendo leggermi anche Dune Messiah e Children of Dune e completare la trilogia di Paul Atreides.
cretinodicrescenzago ha finito di leggere Dune di Frank Herbert (Dune, #1)

Dune di Frank Herbert (Dune, #1)
Frank Herbert’s classic masterpiece—a triumph of the imagination and one of the bestselling science fiction novels of all time.
Set …
cretinodicrescenzago ha valutato Severianus. La signora dei cancelli della notte: 4 stelle

Severianus. La signora dei cancelli della notte di Luca Tarenzi
A.D. 394. Milano, la nuova multietnica capitale dell'Impero Romano, è in grave pericolo. Cittadini muoiono orribilmente nel sonno. Oscure presenze …
cretinodicrescenzago ha valutato Il sentiero di legno e sangue: 4 stelle

Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi
Apre gli occhi nel cuore di un’immensa conchiglia. Ha un corpo di legno articolato e ingranaggi, e il cadavere del …
cretinodicrescenzago ha recensito Lyonesse di Jack Vance (Lyonesse, #1-2-3)
High fantasy fatto bene – cioè neo-cavalleresco
4 stelle
Nel corso della grande pandemia del 2020 ho avuto la discutibile idea di iniziare e leggere in alternanza due serie di fantasy classico assai corpose, cioè la saga di Lankhmar di Fritz Leiber e quella di Lyonesse di Jack Vance; pochi giorni fa ho finito l'eptalogia di Leiber con The Knight and Knave of Swords, oggi è la volta della trilogia di Vance.
Per cominciare la recensione, un paragone audace: fra tutti i molti classici del fantasy anglofono che ho letto, Lyonesse mi ha ricordato immensamente e positivamente l'Orlando Furioso e non mi sorprenderei se scoprissi che Vance aveva effettivamente in testa il modello di messer Ariosto. Ora, perché dico questo? In primo luogo, perché se Ariosto celebrava affettuosamente tutta la grande tradizione del romanzo carolingio e arturiano mettendo in scena l'inedita pazzia lussuriosa di Orlando, allo stesso modo Vance rende omaggio alla saga arturiana in quanto "radice …
Nel corso della grande pandemia del 2020 ho avuto la discutibile idea di iniziare e leggere in alternanza due serie di fantasy classico assai corpose, cioè la saga di Lankhmar di Fritz Leiber e quella di Lyonesse di Jack Vance; pochi giorni fa ho finito l'eptalogia di Leiber con The Knight and Knave of Swords, oggi è la volta della trilogia di Vance.
Per cominciare la recensione, un paragone audace: fra tutti i molti classici del fantasy anglofono che ho letto, Lyonesse mi ha ricordato immensamente e positivamente l'Orlando Furioso e non mi sorprenderei se scoprissi che Vance aveva effettivamente in testa il modello di messer Ariosto. Ora, perché dico questo? In primo luogo, perché se Ariosto celebrava affettuosamente tutta la grande tradizione del romanzo carolingio e arturiano mettendo in scena l'inedita pazzia lussuriosa di Orlando, allo stesso modo Vance rende omaggio alla saga arturiana in quanto "radice letteraria" dalla quale sono scaturiti i fantasisti del Novecento (lui compreso), e lo fa non ri-narrando le vere leggende della Tavola Rotonda, bensì inventandosi la saga dei lontani cugini di re Artù sovrani delle Isole Antiche. In secondo luogo, perché proprio come il Furioso anche Lyonesse è indiscutibilmente un "romanzo mondo" in cui si intrecciano assieme numerose trame parallele e ognuna di esse ha un "sapore" suo proprio, così che qualunque lettore potrà trovare almeno un filo di intreccio appassionante: la guerra sia occulta sia campale fra Lyonesse e Troice, i Bildungsroman di Suldrun e Madouc, le varie quête di re Aillas, le avventure puramente fiabesche del principe Dhrun, il complicatissimo intrigo stregonesco che oppone Murgen a Desmëi – insomma, un'autentica summa di quel repertorio che faceva la fortuna dei trovatori, rivisitata da Vance in un impianto che tiene incollati alla pagina. In terzo luogo, perché anche Vance come Arioso è chiaramente innamorato della materia di Bretagna che sta recuperando e reinventando, ma proprio per questo sparge per tutta la sua opera un piacevolissimo senso dell'umorismo che irride gli innumerevoli personaggi tronfi e pomposi, ma si dilegua senza indugio quando arriva il momento della suspence o della commozione. E sempre parlando della voce autoriale di Vance, credo di non essermi mai gustato come in questa serie le descrizioni di abiti e oggetti: il nostro autore ha una capacità notevole di fornire esattamente la quantità giusta di dettagli per rendere il quadro vivido ma non sovraccarico (impara, Chiara Gamberetta...).
Finiti i paralleli positivi con l'Ariosto, che altro possiamo dire? Che i personaggi sono sì piuttosto tipizzati ma fanno egregiamente il loro lavoro; che le Isole Antiche sono popolate da fate, fatine, mostri e spiritelli deliziosi; che le scene di battaglia e intrigo sono avvincenti – e che la trama della guerra fra maghi è un po' troppo contorta, visto che si svolge spesso fuori scena, è raccontatata anacronicamente e (come ho scoperto dopo) fa riferimenti espliciti alle complesse leggi della magia che Vance aveva creato per il ciclo The Dying Earth (che io ho solo sfogliato ma non letto integralmente). In aggiunta, va rimarcato che l'architettura delle serie è un po' eccentrica: il primo romanzo è estremamente denso e mette in moto subito pressoché tutte le trame, il secondo prosegue organicamente la maggior parte di esse ma ne elabora alcune ben più di altre (e secondo me eccede nel caso della vicenda di Glyneth), il terzo diventa quasi "monografico" nel seguire principalmente la (bellissima) avventura di Madouc e subordinare ad essa tutte le altre vicende, pur senza perdere nulla per strada. L'impianto finale è certamente funzionale, ma è doveroso buttar giù qualche appunto per ricordare chi sta facendo cosa e non perdersi per strada le anticipazioni di colpi di scena.
In chiusura, nella mia modesta opinione Lyonesse è il grande romanzo di fantasy epico statunitense, degno di stare poco sotto a The Lord of the Rings per l'alta qualità della prosa e della carica inventiva, con buona pace di chi oppone al "buonismo" di Tolkien i romanzi "maturi e cupi" di Poul Anderson e Fletcher Pratt – Anderson e Pratt hanno certamente dei meriti (nonché il demerito di essere dei proto-darkettoni) e probabilmente Vance è in debito con loro, ma la solarità e il senso del meraviglioso di Lyonesse sono su un altro livello.
cretinodicrescenzago ha finito di leggere Lyonesse di Jack Vance (Lyonesse, #1-2-3)

Lyonesse di Jack Vance (Lyonesse, #1-2-3)
An epic tapestry set in the lost and legendary Elder Isles, the Lyonesse trilogy brings to life an age of …
cretinodicrescenzago ha risposto allo stato di bisclavret
@bianot@livellosegreto.it ed è appena uscita la prima traduzione italiana di sempre, con cura editoriale straordinaria! Ero così contento quando l'ho vista che l'ho sparsa ai quattro venti su Mastodon (oltre ad aggiungerla qua).
cretinodicrescenzago ha recensito Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick
Vita da schifo in un mondo automatizzato
4 stelle
[Vecchia recensione esportata da altro sito]
Uno degli eventi più importanti della mia vita è iniziato con la visione al cinema di Blade Runner 2049, quindi recuperare prima o poi il romanzo originale era un mio dovere morale nei confronti di Dick. Ora che l'ho letto, la mia reazione è "wow!": a me i romanzi brevi e densi piacciono, e Do Androids Dream of Electric Sheep? è un capolavoro del genere. La trama principale dell'agente Deckard è un thriller/noir impeccabile dal ritmo sostenuto; la vicenda secondaria di J.R. Isidore e della guerra culturale fra Buster e Mercer è un "contrappunto" eccellente che ci mostra gli eventi da una prospettiva speculare e complementare; a loro modo tutti i personaggi bucano la pagina; l'intreccio complessivo è un esempio da manuale del tropo "un giorno qualunque che diventa straordinario"; l'ambientazione (ormai) retrofuturistica è piena di dettagli ben amalgamati fra loro, tanto quelli …
[Vecchia recensione esportata da altro sito]
Uno degli eventi più importanti della mia vita è iniziato con la visione al cinema di Blade Runner 2049, quindi recuperare prima o poi il romanzo originale era un mio dovere morale nei confronti di Dick. Ora che l'ho letto, la mia reazione è "wow!": a me i romanzi brevi e densi piacciono, e Do Androids Dream of Electric Sheep? è un capolavoro del genere. La trama principale dell'agente Deckard è un thriller/noir impeccabile dal ritmo sostenuto; la vicenda secondaria di J.R. Isidore e della guerra culturale fra Buster e Mercer è un "contrappunto" eccellente che ci mostra gli eventi da una prospettiva speculare e complementare; a loro modo tutti i personaggi bucano la pagina; l'intreccio complessivo è un esempio da manuale del tropo "un giorno qualunque che diventa straordinario"; l'ambientazione (ormai) retrofuturistica è piena di dettagli ben amalgamati fra loro, tanto quelli con un impatto diretto sulla trama (tipo il commercio di animali) quanto quelli che devono "solo" fare colore (come il congegno cambia-emozioni); la riflessione filosofica insita negli eventi necessiterebbe di lunghe pagine per essere sciorinata, e io che sono un profano probabilmente ho toccato a malapena la punta dell'iceberg. Non do 5 stelle su 5 perché è mancato quel quid impalpabile che me lo farebbe definire perfetto, ma ci siamo molto vicini.
cretinodicrescenzago ha finito di leggere Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick

Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick
The novel that became Blade Runner
World War Terminus had left the Earth devastated. Through its ruins, bounty hunter Rick …
cretinodicrescenzago ha recensito Elak of Atlantis di Henry Kuttner
Un'onesta prima imitiazione del modello di Robert Howard
3 stelle
Una premessa pratica: Henry Kuttner ha scritto due serie di racconti sword & sorcery, Elak of Atlantis e Prince Raynor, e Gollancz ha in catalogo due volumi intitolati Elak of Atlantis (questo qui) e Prince Raynor, ergo una persona qualunque si aspetterebbe che ciascun'antologia contenga un singolo ciclo – ma in realtà questo Elak of Atlantis è un omnibus che combina assieme entrambe le opere (mi chiedo sinceramente come mai non lo abbiano intitolato direttamente Elak of Atlantis & Prince Raynor), ergo il volume Prince Raynor è sostanzialmente ridondante.
Chiarito questo arcano, commentiamo le due parti dell'antologia:
Elak Due parole sull'ambientazione: l'Atlantide di Kuttner non sa affatto di "mondo perduto", è letteralmente l'Urheimat dei Celti storicamente documentati, senza connotazioni mistiche né guizzi di inventiva fantastorica. Funziona eh, ma non aspettatevi la Poseidonis di Clark Ashton Smith.
- Thunder in the Dawn è un romanzo breve di ottima qualità …
Una premessa pratica: Henry Kuttner ha scritto due serie di racconti sword & sorcery, Elak of Atlantis e Prince Raynor, e Gollancz ha in catalogo due volumi intitolati Elak of Atlantis (questo qui) e Prince Raynor, ergo una persona qualunque si aspetterebbe che ciascun'antologia contenga un singolo ciclo – ma in realtà questo Elak of Atlantis è un omnibus che combina assieme entrambe le opere (mi chiedo sinceramente come mai non lo abbiano intitolato direttamente Elak of Atlantis & Prince Raynor), ergo il volume Prince Raynor è sostanzialmente ridondante.
Chiarito questo arcano, commentiamo le due parti dell'antologia:
Elak Due parole sull'ambientazione: l'Atlantide di Kuttner non sa affatto di "mondo perduto", è letteralmente l'Urheimat dei Celti storicamente documentati, senza connotazioni mistiche né guizzi di inventiva fantastorica. Funziona eh, ma non aspettatevi la Poseidonis di Clark Ashton Smith.
- Thunder in the Dawn è un romanzo breve di ottima qualità che mette in campo con sapienza tutti gli ammazzamenti, gli inseguimenti, le trame minori scontatissime e l'esotismo preistorico che ci si aspetta dal miglior Bob Howard; spettacolare soprattuto la sequenza finale in cui si indulge nell'onirico e nell'orrore cosmico con una tavolozza di colori per nulla manieristica. Elak e il suo compare Lycon non sono sicuramente Fafhrd e l'Acchiappatopi ma hanno una loro dignità di personaggi, il druido Dalan funziona bene come "mago mentore imperscrutabile" e soprattutto l'interesse amoroso è una donna d'azione senza se e senza ma.
- "Spawn of Dagon" è sostanzialmente una versione più breve, più lovecraftiana e con più donne nude del mio racconto di Conan preferito, "The Tower of the Elephant"; la qualità non è paragonabile, ma funziona e in più Kuttner ci mette dell'umorismo ribaldo legato al fatto che Elak e Lycon non sono in alcun modo dei "nobili selvaggi" o delle "simpatiche canaglie" – sono dei tagliagole e basta. Ah e molto bello il cenno di continuity che collega la saga di Elak al romanzo di Kuttner The Creature from Beyond Infinity.
- "Beyond the Phoenix" è l'elemento debole della catena: chiaramente c'è dello sviluppo psicologico in Elak e Lycon, chiaramente la nuova coprotagonista femminile cerca di differenziarsi dalle precedenti, chiaramente la trama mira a un ampio respiro che mi ricorda il romanzo conaniano The Hour of the Dragon... ma l'esecuzione in forma di racconto castra il tutto in un ritmo troppo veloce che lascia appena abbozzati i conflitti e acerbi gli scavi psicologici.
- "Dragon Moon" è una conclusione senza infamia e senza lode in cui Kuttner ricicla situazioni e scenari di Thunder in the Dawn, contando sui tre anni di iato fra il primo e il quarto episodio; di fatto il racconto finge di completare circolarmente un arco di sviluppo che Elak non ha mai vissuto, sa di già visto, ma si riprende grazie a un'ulteriore coprotagonista femminile dalla psiche delicata e malinconica.
Raynor Due parole sull'ambientazione: in teoria siamo in un deserto del Gobi preistorico che allora era fertile, di fatto di atmosfere centro-asiatiche non c'è nulla e l'ambientazione è un generico Vecchio Mondo preindustriale visto da uno yankee. L'idea verrà riproposta brevemente ma decisamente meglio (indovinate un po') in The Creatures from Beyond Infinity.
- "Cursed Be the City" da una parte è una origin story con tutti i prevedibilissimi elementi del caso, dall'altro ha una trama che è un orologio svizzero, personaggi dal carattere forte e un climax che mette un filo di pelle d'oca. Menzione d'onore sia al demonio Necho sia alla bandita Delphia (coprotagonsita che non diventa interesse amoroso) sia allo scudiero Eblik, che non solo è più interessante di Lycon ma è pure un maggiordomo africano eroico – in un racconto del 1939.
- "The Citadel of Darkness" non regge il confronto con il primo episodio sia perché Delphia è degaradata a donzella in pericolo, sia perché Raynor si dimostra un po' scemo, sia perché gli interessanti antagonisti sono sprecati in un conflitto banalissimo di esplorazione del castello infestato. Ugualmente sprecata è l'idea della magia astrologica, ben riuscita la scena di orrore cosmico.
Ora, una doverosa messa in prospettiva: dalla mia panoramica questi sei testi sembrano uscire con le ossa rotte, in realtà sfigurano solo se messi a confronto con i lavori di qualità medio-alta dei due maestri dello sword & sorcery, Robert E. Howard e Fritz Leiber – se presa di per sé, questa produzione giovanile di Kuttner si assesta su un livello più che degno e dà la birra alle porcherie italiane contemporanee che ho letto in Mediterranea, Eroica - Antologia Sword & Sorcery, Impero. Antologia gladius & sorcery, Zappa e spada e Thanatolia!
Infine, due parole sulla realizzazione: rispetto agli altri ebook Gollancz delle opere di Kuttner questo è praticamente privo di refusi, la bibliografia resta così cosà come sempre, ma l'introduzione di Joe Lansdale è sia informativa sulla vita e l'opera di Kuttner sia toccante nel trasporto con cui ne elogia i meriti artistici – un risultato tanto raro quanto lodevole. 3/5 meritatissimo.
cretinodicrescenzago ha finito di leggere Elak of Atlantis di Henry Kuttner

Elak of Atlantis di Henry Kuttner
Explore the origins of sword and sorcery with Henry Kuttner’s Elak of Atlantis! Published in Weird Tales to satisfy fans …










