Baylee ha iniziato a leggere Aphrodite di Pierre Louÿs

Aphrodite di Pierre Louÿs
"[...] Vedremo mai tornare i giorni di Efeso e di Cirene? Ahimè! Il mondo moderno soccombe sotto un’invasione di bruttezza. …
Femminista in fieri, aroace, atea agnostica, lettrice curiosa, book blogger, amante dell'inverno e del tè caldo.
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Questa è la prima antologia di scrittori tibetani mai pubblicata in Italia. Il volume raccoglie 15 racconti dei più importanti …

Tutto inizia con Tony DeMarco, un investigatore privato, che per seguire un’indagine sull’omicidio di una giovane donna finge di essere …

Gli Etruschi accolsero passivamente il mito greco o ebbero una loro mitologia? Ad uno sguardo superficiale sembra che l’immaginario mitologico …
È notizia di inizio mese che il Ministero della Salute ha pubblicato finalmente la sua relazione sull’attuazione della legge 194/78 relativa ai dati del 2022. Se pensate che lo scandalo dei dati relativi all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) sia tutto qui, leggetevi pure Mai dati, indagine di Chiara Lalli e Sonia Montegiove su come vengono raccolti questi dati e sulle difficoltà di avere dei chiarimenti.
Già, perché la storia dei dati relativi all’IVG è fatta di contraddizioni, buchi e formati chiusi che li rendono difficilmente utilizzabili, sia da parte di chi vuole farsi un’idea dello stato della procedura medica, sia per chi deve abortire e ha bisogno di cercare una struttura e unə medicə non obiettorə. Anzi, unə medicə non obiettorə che effettivamente esegua le IVG perché, sebbene il dato non compaia nelle relazioni ufficiali, nei fatti si registra una differenza tra medicə non obiettorə “praticanti IVG” e “non …
È notizia di inizio mese che il Ministero della Salute ha pubblicato finalmente la sua relazione sull’attuazione della legge 194/78 relativa ai dati del 2022. Se pensate che lo scandalo dei dati relativi all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) sia tutto qui, leggetevi pure Mai dati, indagine di Chiara Lalli e Sonia Montegiove su come vengono raccolti questi dati e sulle difficoltà di avere dei chiarimenti.
Già, perché la storia dei dati relativi all’IVG è fatta di contraddizioni, buchi e formati chiusi che li rendono difficilmente utilizzabili, sia da parte di chi vuole farsi un’idea dello stato della procedura medica, sia per chi deve abortire e ha bisogno di cercare una struttura e unə medicə non obiettorə. Anzi, unə medicə non obiettorə che effettivamente esegua le IVG perché, sebbene il dato non compaia nelle relazioni ufficiali, nei fatti si registra una differenza tra medicə non obiettorə “praticanti IVG” e “non praticanti IVG”. Quindi nei dati ufficiali potrebbero comparire quattro medicə non obiettorə, ma solo unə di loro potrebbe essere “praticante IVG”. Bello, vero?
Non è nemmeno l’unica assurdità di questi dati, che non vengono raccolti in una comoda modalità standard (in modo che siano facilmente lavorabili), ma in molti modi diversi, spesso usando carta e penna, senza che sia evidente a quale struttura rivolgersi per avere un’IVG e creando mille ostacoli perché sia mai che queste donne siano lasciate libere di gestire il loro corpo in autonomia, chissà dove andremo a finire altrimenti, signora mia!
Mai dati non è un libro sull’aborto e si concentra unicamente sulla raccolta dei dati, che dovrebbero essere pubblici e facilmente reperibili e usabili e invece vengono forniti (se forniti) di malavoglia, incompleti e senza alcuna soluzione di continuità. E se non sono riuscite a reperire dai dati utili due giornaliste, figuriamoci cosa possiamo mai ottenere noialtre normali cittadine se abbiamo bisogno di una IVG. Alla luce di tutto questo, non sembra più così strano che la relazione del Ministero della Salute arrivi spesso (molto) in ritardo.

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Wei Wuxian e Lan Wangji, sulle tracce del cadavere misterioso, giungono nelle lande perennemente avvolte nella nebbia dello Shudong. La …
C’è un’idea dura a morire che torna spesso alla ribalta, magari sotto forma di articoli sensazionalistici, ed è quella della scoperta del gene responsabile di una certa caratteristica. Non importa che i nostri (circa) ventimila geni siano assolutamente insufficienti per essere associati ognuno a una sola caratteristica, l’idea che esista il gene dell’introversione, il gene dell’omosessualità o il gene dell’intelligenza è ancora lì.
Rutherford è qui per dirci che non esiste alcun “gene di”. Nemmeno il colore degli occhi, che a scuola ci portano a esempio subito dopo la lezione sugli esperimenti di Mendel sui piselli, dipende da un unico gene. Ogni caratteristica è influenzata da più geni, in modi che in gran parte ci sono ancora oscuri e non solo: l’ambiente gioca un ruolo fondamentale e non è più il caso di litigare sulla predominanza di natura o cultura. Le due non sono mai state in competizione ed entrambe …
C’è un’idea dura a morire che torna spesso alla ribalta, magari sotto forma di articoli sensazionalistici, ed è quella della scoperta del gene responsabile di una certa caratteristica. Non importa che i nostri (circa) ventimila geni siano assolutamente insufficienti per essere associati ognuno a una sola caratteristica, l’idea che esista il gene dell’introversione, il gene dell’omosessualità o il gene dell’intelligenza è ancora lì.
Rutherford è qui per dirci che non esiste alcun “gene di”. Nemmeno il colore degli occhi, che a scuola ci portano a esempio subito dopo la lezione sugli esperimenti di Mendel sui piselli, dipende da un unico gene. Ogni caratteristica è influenzata da più geni, in modi che in gran parte ci sono ancora oscuri e non solo: l’ambiente gioca un ruolo fondamentale e non è più il caso di litigare sulla predominanza di natura o cultura. Le due non sono mai state in competizione ed entrambe contribuiscono a plasmare chi siamo: la domanda ancora aperta è in che misura lo fanno – e non è detto che la misura sia la stessa per ogni caratteristica.
Ripercorrendo la storia dell’eugenetica insieme a Rutherford vediamo quanto l’idea di un gruppo di persone desiderabili in quanto “geneticamente migliori” implicasse una schiera di persone che invece non erano desiderabili, con conseguenze terribili per le loro vite, che andavano dalla sterilizzazione forzata all’eliminazione fisica. L’autore prende in esame solo tre Paesi (USA, Germania e Regno Unito), ma non è difficile riconoscere che certi pensieri sono passati (e passano) anche da queste parti.
Ma Rutherford va oltre e si chiede: alla fine quei Paesi che hanno applicato dei programmi di eugenetica hanno davvero visto sparire le caratteristiche che volevano eradicare? I dati dicono di no. Il che ha senso se pensate che lo stesso gene portatore di una caratteristica considerata desiderabile potrebbe anche influenzarne una indesiderabile. Gli ambiti geni che influenzerebbero l’intelligenza, per esempio, favorirebbero anche l’insorgenza di diverse malattie mentali.
L’eugenetica è un sogno di controllo da parte delle élite, che vorrebbe essere geneticamente – e quindi scientificamente e insindacabilmente – migliore della gran parte di noi. Infatti, l’ossessione per i “geni giusti” riguarda sempre il possesso delle caratteristiche ritenute necessarie per il successo: difficile sentir parlare della necessità di favorire in maniera artificiale lo spirito solidale o la gentilezza. E ancor meno si sente parlare dei metodi che si sono dimostrati più efficaci e meno costosi per aumentare l’intelligenza umana, come una banalissima istruzione pubblica di qualità. Ma immagino che questo significherebbe ammettere che niente se non il privilegio distingue la classe dominante da quelle subalterne.
@lena@social.treehouse.systems per ora ho letto solo Lettere a me stessa, ma ho anche tutti gli altri, quindi piano, piano li leggerò sicuramente
Non è facile capire dalle recensioni se Non avremo più paura è un romanzo che vale la pena di leggere perché a causa del tema che tratta – l’aborto – e del modo sbarazzino con cui lo fa ha suscitato un bel vespaio e un sacco di persone si sono indignate. Quindi non qui per cercare di farvi capire se questo libro fa al caso vostro – e partirò dal presupposto che chi frequenta il mio blog sia una persona civile che supporta il diritto all’accesso all’aborto legale e sicuro.
L’elemento più rilevante di Non avremo più paura è la decisione di far mettere in moto gli eventi dal bisogno della protagonista, Veronica, di recarsi in una clinica per abortire, ma di non lasciare che fosse l’aborto a prendersi il centro del palcoscenico. Le mie impressioni su questo? Era l’ora. Se pensate che l’aborto sia sempre una decisione sofferta e …
Non è facile capire dalle recensioni se Non avremo più paura è un romanzo che vale la pena di leggere perché a causa del tema che tratta – l’aborto – e del modo sbarazzino con cui lo fa ha suscitato un bel vespaio e un sacco di persone si sono indignate. Quindi non qui per cercare di farvi capire se questo libro fa al caso vostro – e partirò dal presupposto che chi frequenta il mio blog sia una persona civile che supporta il diritto all’accesso all’aborto legale e sicuro.
L’elemento più rilevante di Non avremo più paura è la decisione di far mettere in moto gli eventi dal bisogno della protagonista, Veronica, di recarsi in una clinica per abortire, ma di non lasciare che fosse l’aborto a prendersi il centro del palcoscenico. Le mie impressioni su questo? Era l’ora. Se pensate che l’aborto sia sempre una decisione sofferta e un trauma dal quale non ci si riprenderà mai più, avete bisogno di un bagno di realtà tra le persone che hanno deciso di abortire (e stanno benissimo).
A me lo spirito con cui Veronica e la sua amica Bailey affrontano il viaggio per raggiungere la clinica – che dura dei giorni perché le distanze negli USA sono assurde per noi – è sembrato realistico e calzante: mi è capitato di accompagnare un’amica a procurarsi la pillola del giorno dopo e l’abbiamo presa come un avventura, divertendoci un mondo – e ringraziando di vivere in una zona dove nessunə ci ha fatto problemi.
Perché alla fine è questo che ti angoscia davvero: la possibilità di incontrare qualcunə che non rispetti la tua decisione e ti impedisca di esercitare il tuo diritto. Lasciando le persone libere di decidere e avendo a che fare con due ragazzine, il risultato sarà il racconto di un’avventura che serve a ritrovare un’amicizia e a creare storie grandiose da raccontare quando si sarà raggiunta la vecchiaia.
Non avremo più paura è il libro più divertente che mi sia capitato di leggere dove la protagonista vuole abortire e mi ha fatto passare una manciata di ore in maniera esilarante. L’unico difetto che posso trovargli è che a una certa diventa evidente che ci sta provando troppo: va bene che deve essere un’avventura on the road piena di eventi assurdi, ma a una certa Hendriks e Caplan iniziano a chiedere davvero tanto alla nostra sospensione dell’incredulità. Quanto incide questo difetto nel piacere della lettura? Dipende da voi, da quanto l’aderenza alla realtà sia per voi imprescindibile: personalmente mi sono divertita troppo per darci troppo peso. Spero che se ne scrivano di più di libri così, anche più belli di questo.
Memorie di una donna medico è quel genere di memoir che tende a suscitare una reazione molto forte di rigetto perché al-Sa’dawi è quello che una donna non dovrebbe essere mai: molto decisa, senza vergogna e nessuna paura di essere percepita come aggressiva nei confronti degli uomini. Ad al-Sa’dawi non frega proprio nulla delle loro richieste di rassicurazione: non ha paura di guardarli negli occhi e di riconoscervi la debolezza di chi ha bisogno di sentirsi la parte forte della coppia ed essere riconosciuto tale dai suoi pari.
E qual è la reazione standard a questo genere di atteggiamento fiero? Accuse di odiare la propria femminilità e di spargere parole di odio nei confronti di questi poveri uomini che dopo averti sposata pensano di poterti possedere come un pezzo di terra. Sembra davvero che pensino che le donne non siano essere umani che mirano a essere liberi e a realizzare …
Memorie di una donna medico è quel genere di memoir che tende a suscitare una reazione molto forte di rigetto perché al-Sa’dawi è quello che una donna non dovrebbe essere mai: molto decisa, senza vergogna e nessuna paura di essere percepita come aggressiva nei confronti degli uomini. Ad al-Sa’dawi non frega proprio nulla delle loro richieste di rassicurazione: non ha paura di guardarli negli occhi e di riconoscervi la debolezza di chi ha bisogno di sentirsi la parte forte della coppia ed essere riconosciuto tale dai suoi pari.
E qual è la reazione standard a questo genere di atteggiamento fiero? Accuse di odiare la propria femminilità e di spargere parole di odio nei confronti di questi poveri uomini che dopo averti sposata pensano di poterti possedere come un pezzo di terra. Sembra davvero che pensino che le donne non siano essere umani che mirano a essere liberi e a realizzare se stessi come persone.
Siamo così abituate a rassicurare gli uomini che sì, lo sappiamo che non tutti loro sono violenti – e che di sicuro non lo è quello che ti ha risposto che lui le donne non le ha mai toccate se non con i fiori – che quasi ci dimentichiamo che nessuna di noi parla di patriarcato per assegnare patenti di buona condotta: ne parliamo perché sempre più donne siano libere dalla violenza maschile. Continuiamo a parlare perché finalmente gli uomini la prendano sul serio e inizino una riflessione pubblica decente.
Al-Sa’dawi è stata parte del fiume delle testimonianze femminili: Memorie di una donna medico è del 1958, quindi con il tempo la riflessione femminista ha sicuramente approfondito e analizzato molte delle questioni che al-Sa’dawi qua sembra appena accennare, ma spero che sarete gentili con un memoir che sa ancora insegnarci a non avere paura di reclamare il nostro spazio e a tenerlo per noi.
Siccome si rimprovera sempre alla sinistra di essere troppo intellettuale e alla politica e all’economia di essere troppo noiose, consigliare Le dieci leggi del potere permette di prendere due piccioni con una fava. Si tratta di un libro di agile lettura, con capitoli brevi che finiscono in fretta come una ciotola di ciliegie, con la sola differenza di provocare una certa rabbia.
Chomsky è chirurgico nell’indicare le dieci leggi che secondo lui guidano il potere nel mantenere e nell’accrescere i suoi privilegi e la sua influenza in un sistema neoliberista quale è il nostro: non ci sono discorsi difficili o principi oscuri, perché, a meno che non facciate parte della minoranza danarosa del mondo, avete sentito sulla vostra pelle la violenza politica ed economica dei nostri tempi. Le parole di Chomsky vi risulteranno abbastanza familiari da farvi chiedere perché questi temi non sono al centro del nostro dibattito pubblico (spoiler: …
Siccome si rimprovera sempre alla sinistra di essere troppo intellettuale e alla politica e all’economia di essere troppo noiose, consigliare Le dieci leggi del potere permette di prendere due piccioni con una fava. Si tratta di un libro di agile lettura, con capitoli brevi che finiscono in fretta come una ciotola di ciliegie, con la sola differenza di provocare una certa rabbia.
Chomsky è chirurgico nell’indicare le dieci leggi che secondo lui guidano il potere nel mantenere e nell’accrescere i suoi privilegi e la sua influenza in un sistema neoliberista quale è il nostro: non ci sono discorsi difficili o principi oscuri, perché, a meno che non facciate parte della minoranza danarosa del mondo, avete sentito sulla vostra pelle la violenza politica ed economica dei nostri tempi. Le parole di Chomsky vi risulteranno abbastanza familiari da farvi chiedere perché questi temi non sono al centro del nostro dibattito pubblico (spoiler: principio n° 2, plasmare l’ideologia) e farvi incazzare di conseguenza. Non tutta la rabbia viene per nuocere, però, e sono abbastanza sicura che leggere un elenco così chiaro possa essere benefico per tuttə coloro che sentono quell’uggia indistinta per la gestione economica e politica italiana ed europea: ovviamente Chomsky scrive degli USA, perché è lì che vive, ma sono sicura che la sua analisi vi suonerà familiare comunque.
Se poi vi venisse voglia di approfondire ogni legge, Chomsky ha lasciato scritto un elenco di fonti da consultare dopo ogni capitolo e ha cercato di farlo in modo che chiunque possa sentirsi in grado di aprire il browser e cercare la fonte in questione per controllare che l’autore dicesse il vero. Si vede che è uno che ha dimestichezza con le parole e penso che ci sia molto da imparare dalla sua capacità di essere semplice senza essere superficiale.
Siccome la vita di Kabi Nagata non si è beatamente avviata verso la felicità dopo il successo di La mia prima volta e come il finale speranzoso di questa opera sembrava far presagire, inizierò questa recensione facendole dei complimenti che non leggerà mai: sei stata proprio brava, Nagata. Hai davvero scritto un libro che ci fa chiedere con che coraggio sei riuscita a pubblicarlo. Sono così ammirata dal tuo coraggio che pure io ho speso dei soldi per leggere la tua storia – e nonostante l’avessi già letta dopo averla presa in prestito.
La mia prima volta è il racconto (autobiografico) di una persona che si perde lungo la strada della vita: finisce le superiori, sembra avviata nel classico percorso che la porterà alla laurea, ma qualcosa si rompe. Nagata lascia l’università e, senza sapere nemmeno bene come, vedrà la sua salute mentale deteriorarsi sempre di più.
Il racconto …
Siccome la vita di Kabi Nagata non si è beatamente avviata verso la felicità dopo il successo di La mia prima volta e come il finale speranzoso di questa opera sembrava far presagire, inizierò questa recensione facendole dei complimenti che non leggerà mai: sei stata proprio brava, Nagata. Hai davvero scritto un libro che ci fa chiedere con che coraggio sei riuscita a pubblicarlo. Sono così ammirata dal tuo coraggio che pure io ho speso dei soldi per leggere la tua storia – e nonostante l’avessi già letta dopo averla presa in prestito.
La mia prima volta è il racconto (autobiografico) di una persona che si perde lungo la strada della vita: finisce le superiori, sembra avviata nel classico percorso che la porterà alla laurea, ma qualcosa si rompe. Nagata lascia l’università e, senza sapere nemmeno bene come, vedrà la sua salute mentale deteriorarsi sempre di più.
Il racconto di Nagata passa quindi a mostrarci le difficoltà di navigare la vita con delle malattie mentali che non vengono prese sul serio dalla sua famiglia, che la allontanano da ogni rapporto sociale e che le rendono impossibili tutte quelle attività, come il lavoro, considerate il segno di una persona adulta e responsabile. Non c’è nessuna romanticizzazione dell’abisso nel quale Nagata si trova a precipitare: opporsi è difficile e ancora di più è capire come ci è caduta.
Parallelamente ai suoi tentativi di essere un essere umano funzionante, infatti, Nagata cerca di capire quale sia l’origine del suo malessere. La trova? Chissà: la cosa importante, forse, è che nel tentativo di trovare il bandolo della matassa scopre vari aspetti interessanti di sé, dà un’interpretazione diversa di alcuni eventi del suo passato e riesce a fare nuove esperienze che espandono il suo mondo. Una di queste sarà proprio quella che dà il titolo al romanzo grafico: la sua prima esperienza sessuale che le permetterà di esplorare il suo corpo e i suoi desideri.
Come ho detto all’inizio di questa recensione, questo non la porterà automaticamente a una vita tutta rose e fiori: non è così che funziona con le malattie mentali – ma nemmeno con la vita in generale. Non ho ancora letto le sue opere successive, ma già i titoli rendono evidente che il percorso di vita di Nagata è tutt’altro che una comoda gita. Assomiglia più a una scalata dell’Himalaya senza attrezzature professionali e senza particolari competenze. Quindi: coraggio, Nagata! Metticela tutta!
Pierre Loti, baldo ufficiale di marina francese, decise di fare buon uso letterario di tutti i suoi viaggi e di tutti i suoi contatti con culture diverse dalla sua e scrisse decine di libri ispirati alle sue avventure per il mondo. Kiku-san. La moglie giapponese romanza di quella volta in cui la nave sulla quale viaggiava Loti fu costretta a fermarsi 36 giorni a Nagasaki per delle riparazioni.
Siamo nel 1885, ma non aspettatevi da Loti considerazioni sulla situazione politica e sociale del Giappone di fine Ottocento (periodo Meiji, secondo le ere giapponesi): Kiku-san è un romanzo in forma di diario e totalmente incentrato sulle impressioni che Loti ebbe di un Paese che dovette davvero sembrargli un altro mondo. Tanto che tra gli aggettivi più ricorrenti per descrivere la sua esperienza c’è incomprensibile.
Il romanzo prende avvio con la procedura tramite la quale Loti, com’era consuetudine per gli europei …
Pierre Loti, baldo ufficiale di marina francese, decise di fare buon uso letterario di tutti i suoi viaggi e di tutti i suoi contatti con culture diverse dalla sua e scrisse decine di libri ispirati alle sue avventure per il mondo. Kiku-san. La moglie giapponese romanza di quella volta in cui la nave sulla quale viaggiava Loti fu costretta a fermarsi 36 giorni a Nagasaki per delle riparazioni.
Siamo nel 1885, ma non aspettatevi da Loti considerazioni sulla situazione politica e sociale del Giappone di fine Ottocento (periodo Meiji, secondo le ere giapponesi): Kiku-san è un romanzo in forma di diario e totalmente incentrato sulle impressioni che Loti ebbe di un Paese che dovette davvero sembrargli un altro mondo. Tanto che tra gli aggettivi più ricorrenti per descrivere la sua esperienza c’è incomprensibile.
Il romanzo prende avvio con la procedura tramite la quale Loti, com’era consuetudine per gli europei che arrivavano in Giappone, si sceglierà una moglie temporanea che gli farà compagnia durante la sua permanenza a Nagasaki. Si tratta della Kiku-san del titolo, che diventerà la moglie giapponese di Loti per venti piastre. Ovviamente date le premesse (e l’avvertimento di Francesca Scotti nella prefazione) non ci si può certo aspettare un romanzo che incontri la sensibilità di oggi, ma in compenso è facile vedere quanto il razzismo sia stupido e pure ridicolo: l’assurda fissazione di Loti per la statura delle persone giapponesi ci dà l’impressione che sia sbarcato a Moria invece che a Nagasaki. Per non parlare del sessismo, che mi ha fatto desiderare l’autostima di Loti che rimane male quando, alla fine del matrimonio, trova Kiku-san a contare le piastre e per niente affranta dalla sua prossima partenza come lui si aspettava.
Vale quindi la pena di imbarcarsi nella lettura di Kiku-san? Sì, se amate la Madame Butterfly di Puccini, che dal romanzo prende ispirazione. E sì, se vi interessa l’esperienza di un incontro con un Altro così altro da sé da risultare incomprensibile al punto da rendere possibile goderne solo con un certo distacco, per non lasciarsene contaminare.