«Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e vivo con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti».
La storia è una ricostruzione, un pezzo alla volta, del tragico incidente che ha portato alla more della famiglia Blackwood, alternata con la vita delle due sorelle sopravvissute nel presente.
Review of 'Abbiamo sempre vissuto nel castello' on 'Goodreads'
5 stelle
Chissà che genere si potrebbe attribuire questo libro: forse un blando horror? un thriller? una commedia nera? un romanzo psicologico? un trattato sulla condizione femminile? C'è questo e anche di più nelle 170 dense pagine del romanzo di Shirley Jackson: la storia di due ragazze che vivono in una casa isolata, dal punto di vista di una di esse che ha una percezione distorta e un po' magica della realtà (è qualche forma di malattia mentale) e che ha l'obiettivo di mantenere per sempre uno status quo di idillio familiare. Idillio non è, per tante ragioni, e succederanno avvenimenti anche radicali, ma il titolo suggerisce tutto. Abbiamo sempre vissuto nel castello, e ci vogliamo vivere per sempre. Shirley Jackson si conferma un'autrice maiuscola.
Review of 'Abbiamo sempre vissuto nel castello' on 'Goodreads'
4 stelle
Già nel primo paragrafo del romanzo, Shirley Jackson è capace di inquietare il lettore e, infatti, proprio l'incipit è citato nel risvolto di copertina a mo' d'esempio.
Non immaginatevi un thriller pieno di sangue, violenza o morti efferate: l'inquietudine che Abbiamo sempre vissuto nel castello trasmette deriva da una normalità sottilmente malata, da un'idiosincrasia per il mondo in quanto portatore di caos.
Gli abitanti di casa Blackwood, infatti, vivono felicemente persi nelle loro menti: Zio Julian continua a rivivere il giorno in cui gran parte della famiglia morì avvelenata, mentre Mary Katherine “Merricat”, voce narrante, sembra un incrocio tra una piccola strega e un dispettoso folletto dei boschi. Constance Blackwood, invece, sorella maggiore di Merricat, è bloccata in casa dalla paura di ciò che c'è “là fuori”, compresa la furia dei compaesani che la reputano colpevole della morte dei suoi familiari. Eppure anche lei non sembra del tutto umana: nel …
Già nel primo paragrafo del romanzo, Shirley Jackson è capace di inquietare il lettore e, infatti, proprio l'incipit è citato nel risvolto di copertina a mo' d'esempio.
Non immaginatevi un thriller pieno di sangue, violenza o morti efferate: l'inquietudine che Abbiamo sempre vissuto nel castello trasmette deriva da una normalità sottilmente malata, da un'idiosincrasia per il mondo in quanto portatore di caos.
Gli abitanti di casa Blackwood, infatti, vivono felicemente persi nelle loro menti: Zio Julian continua a rivivere il giorno in cui gran parte della famiglia morì avvelenata, mentre Mary Katherine “Merricat”, voce narrante, sembra un incrocio tra una piccola strega e un dispettoso folletto dei boschi. Constance Blackwood, invece, sorella maggiore di Merricat, è bloccata in casa dalla paura di ciò che c'è “là fuori”, compresa la furia dei compaesani che la reputano colpevole della morte dei suoi familiari. Eppure anche lei non sembra del tutto umana: nel suo sconfinato amore per il suo orto e per la cucina, assomiglia ad una fata benefica, leggiadra ed eterea.
E proprio questo alone di soprannaturalità finirà per fagocitare le vite degli abitanti di casa Blackwood, dopo che queste saranno sconvolte dall'arrivo del cugino Charles, il quale rappresenta la summa di tutto il Male che prospera appena al di là del cancello.
Alla fine, proprio a causa della meschinità di Charles e dagli eventi da lui scatenati, ci troveremo a fare il tifo per la follia di Merricat e incroceremo le dita affinché lei e sua sorella riescano nel loro intento. Eppure l'inquietudine non ci abbandona mai durante la lettura. Anzi, essa raggiunge forse la sua nota più alta nella frase finale, quando la conclusione di Merricat ci lascia assolutamente smarriti di fronte alla sua affermazione che non può che suonarci ossimorica.