@cretinodicrescenzago parbleu, pensavo che almeno Tolkien fosse se non liberato dalla gabbia "autore di destra", almeno in fase di liberazione grazie al lavoro di Wu Ming 4. Che tristezza...
[Tra l'altro io questa cosa che sarebbe un "autore di destra" l'ho scoperta parecchio più tardi rispetto alla mia scoperta di Tolkien, a riprova che queste cose stanno più nei circoletti "giusti" di destra e di sinistra che tra la gente comune.]
@cretinodicrescenzago ti credo, fa tutto parte di quella impalcatura che rende così rigida la cultura in questo Paese, dove si può parlare solo bene di certə autorə, è anatema dare letture femministe di noti classici, i fumetti valgono meno anche se ora vanno di moda e l'aulica critica letteraria si lamenta perché la gente non segue più i loro illustri consigli di lettura ma va a nutrirsi nel trogolo dei blog, di YouTube e financo di TikTok...
@cretinodicrescenzago poi ci stupiamo se la gente è convinta che non sono mai esistite grandi scrittrici prima di oggi o che la letteratura di genere non è degna dei palati letterari più fini... 😑
Il concetto di omofobia emerge all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso e rapidamente si …
Vi è quindi un generale consenso, in letteratura, nel considerare l’omofobia dei giovani maschi, rivolta soprattutto verso i loro pari, come strumento di imposizione di un’identità maschile improntata alla ricerca dei segni della virilità tramite la svalutazione e l’opera di degradazione di tutto ciò che vi si oppone simbolicamente. Questo tipo di spiegazioni hanno un carattere parzialmente transculturale poiché si applicano anche a contesti molto diversi tra loro.
Altre spiegazioni transculturali possono essere ritrovate nei modelli psico-sociali di indagine, e fanno riferimento in genere a caratteristiche di personalità come l’autoritarismo, l’ultraconformismo e in parte il conservatorismo. Mauceri (2015) ha rilevato per esempio come lo sviluppo del pregiudizio omofobico tra i giovani dipenda anche dalla provenienza familiare, e in particolare si associ alla presenza di pressioni ideologiche conservatrici o all’esperienza di un clima autoritario.
La prima parte del libro è dedicata alla storia dell’autore e a quella dei profughi …
Il racconto di un muro
4 stelle
Nasser Abu Srour è un uomo palestinese condannato all’ergastolo e detenuto in una prigione israeliana dal 1993, sembrerebbe in seguito a una confessione estorta con la tortura – il condizionale mi sembra d’obbligo solo perché non ho modo di sapere se la versione di Srour è stata verificata, anche se non faccio fatica a credergli dato lo stato disumano del sistema giudiziario israeliano.
Il racconto di un muro non è uno di quei libri su cui possa dire granché: cosa puoi dire di una testimonianza che sembra contenere tutto il dolore del mondo? È un libro che si legge con umiltà e rispetto, lasciando che il dolore dell’ingiustizia e dell’abuso ci attraversi e ci bruci. Perché questa non è solo la storia di Nasser Abu Srour: lui ha voluto anche essere il testimone di avvenimenti e fatti che travalicano la sua persona e si fanno storia collettiva di un popolo …
Nasser Abu Srour è un uomo palestinese condannato all’ergastolo e detenuto in una prigione israeliana dal 1993, sembrerebbe in seguito a una confessione estorta con la tortura – il condizionale mi sembra d’obbligo solo perché non ho modo di sapere se la versione di Srour è stata verificata, anche se non faccio fatica a credergli dato lo stato disumano del sistema giudiziario israeliano.
Il racconto di un muro non è uno di quei libri su cui possa dire granché: cosa puoi dire di una testimonianza che sembra contenere tutto il dolore del mondo? È un libro che si legge con umiltà e rispetto, lasciando che il dolore dell’ingiustizia e dell’abuso ci attraversi e ci bruci. Perché questa non è solo la storia di Nasser Abu Srour: lui ha voluto anche essere il testimone di avvenimenti e fatti che travalicano la sua persona e si fanno storia collettiva di un popolo che dalla nakba del 1948 non ha avuto né pace né giustizia.
Non è il tipo di libro che consiglierei con leggerezza perché, sebbene pensi che sia più importante che mai vedere e riconoscere il dolore del popolo palestinese, allo stesso tempo se le notizie dalla Striscia di Gaza già vi fanno stare male, forse non è il caso di aggiungere anche Il racconto di un muro. Se già la condanna e l’ergastolo di Srour appaiono pretestuose, non vi dico quanto sia straziante leggerlo alla luce della guerra e del genocidio che hanno seguito l’attentato del 7 ottobre 2023: con quale logica dovremmo condannare e punire un intero popolo per qualcosa commesso da alcuni esponenti di un gruppo terroristico? Gruppo terroristico che – non dimentichiamolo – è nato nel terreno fertile della disumanizzazione costante portata avanti da Israele nei confronti deə palestinesə.
Nasser Abu Srour ci augura una lettura scomoda nel presentarci il suo libro. Di sicuro riesce molto bene a rappresentarci la privazione di libertà data dal carcere senza possibilità di una via d’uscita e dall’appartenete a un popolo al quale viene sistematicamente negata non solo la possibilità all’autodeterminazione, ma anche il mero diritto a esistere.
Il corpo di un ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo paese, …
Naufraghi senza volto
5 stelle
Quando nelle nostre cronache si affaccia la notizia del ritrovamento di un cadavere senza nome ci sembra logico che si metta in moto una procedura per sapere chi sia per poter comunicare la triste notizia a eventuali familiari. Quando accade un disastro, ci pare naturale che le autorità di adoperino per risalire ai nomi delle vittime e mettersi in contatto con le famiglie. Quando affonda un barcone nel Mediterraneo, nessunə si stupisce che vengano contantə ə superstiti e dimenticatə ə mortə.
Cristina Cattaneo, invece, ha pensato che non era il caso. Direttrice del LABANOF, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense, ha pensato che, con le sue competenze, poteva dare una mano. Poteva aiutare a identificare tutti quei morti e dare alle famiglie modo di sapere, in maniera inequivocabile, cosa era accaduto aə loro carə. Per permettere loro di andare avanti e non rimanere bloccatə nell’inferno dell’incertezza.
La notte del …
Quando nelle nostre cronache si affaccia la notizia del ritrovamento di un cadavere senza nome ci sembra logico che si metta in moto una procedura per sapere chi sia per poter comunicare la triste notizia a eventuali familiari. Quando accade un disastro, ci pare naturale che le autorità di adoperino per risalire ai nomi delle vittime e mettersi in contatto con le famiglie. Quando affonda un barcone nel Mediterraneo, nessunə si stupisce che vengano contantə ə superstiti e dimenticatə ə mortə.
Cristina Cattaneo, invece, ha pensato che non era il caso. Direttrice del LABANOF, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense, ha pensato che, con le sue competenze, poteva dare una mano. Poteva aiutare a identificare tutti quei morti e dare alle famiglie modo di sapere, in maniera inequivocabile, cosa era accaduto aə loro carə. Per permettere loro di andare avanti e non rimanere bloccatə nell’inferno dell’incertezza.
La notte del 3 ottobre 2013, intorno alle 4.30, un’imbarcazione si rovesciò al largo dell’Isola dei Conigli, a Lampedusa. Portava un carico di circa seicento persone, quasi tutti di origine eritrea. Furono recuperati 366 cadaveri. Le vittime dei barconi non erano certo una novità, ma questo disastro scosse le coscienze più di tutti gli altri casi. Da lì nacque l’operazione “Mare Nostrum”, e da lì si iniziò, seppur molto lentamente, a pensare ai loro morti come ai nostri.
Cattaneo ci spiega come funziona la procedura standard per risalire all’identità di un cadavere sconosciuto e di tutte le difficoltà aggiuntive che si incontrano nel dare un nome a una persona migrante, dall’ottenere un campione di DNA utile da unə familiare all’impossibilità di avere una lista passeggerə. Tutt’oggi, infatti, molte di quelle persone continuano a non avere un nome, nonostante gli sforzi del LABANOF continuino ancora oggi.
Il lavoro di Cattaneo non cerca di rendere la loro umanità solo ai cadaveri senza nome, ma anche a noi che siamo persə nella fatica e nel logorio dell’odio, che sembra ormai tracimare e pervadere ogni cosa. Eppure non sono ancora trascorsi dodici anni da quando le cose avrebbero potuto andare diversamente e ne sono trascorsi almeno una decina da quando avrebbe dovuto essere evidente che la disumanità non avrebbe magicamente risolto la questione migratoria. Eppure da lì non riusciamo a smuoverci.