Baylee ha iniziato a leggere Il barone sanguinario di Vladimir Pozner

Il barone sanguinario di Vladimir Pozner
Quando accetta la proposta di Blaise Cendrars di scrivere un libro per la sua collana di biografie di avventurieri, e …
Femminista in fieri, aroace, atea agnostica, lettrice curiosa, book blogger, amante dell'inverno e del tè caldo.
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Questo libro esplora la storia pubblica e privata di donne che amavano altre donne – Anne Damer, Caterina Vizzani, Josephine …

In questo libro esuberante e ricco di contagiosa ironia, Devis Bellucci raccoglie una lunga sequela di errori e vere e …
Tutto ciò per dire che, qualche volta, servirebbe davvero la sfera di cristallo per prevedere in toto il comportamento delle strutture. Le variabili in gioco sono tantissime, compresa quella umana. Sentite questo caso limite. Il 5 luglio 2011 un grattacielo in Corea del Sud venne evacuato in fretta e furia perché cominciò a oscillare 10 volte più del normale. Saltò fuori che al dodicesimo piano si stava tenendo un corso di ginnastica al ritmo di The Power degli Snap!. D’accordo, immaginiamo che il brano fosse sparato a palla, ma basta una sessione di balli di gruppo con qualche decina di scatenati per mandare in panne un edificio di 38 piani? Le indagini dimostrarono di sì, se la foga sincronizzata dei presenti va a eccitare proprio una frequenza di risonanza dell’edificio. Questo ci riporta al già citato maestro Pier Luigi Nervi, che sottolinea come i disastri siano causati o «da errori assolutamente grossolani ed elementari» o, purtroppo, da «fatti imprevedibili». E allora, siamo da capo: l’unica scienza esatta rimane il senno di poi, a parte la matematica con cui mi congederò da voi alla fine di questo libro.
— Eppure non doveva affondare di Devis Bellucci (53%)
Bianchi, l'autore del testo originale, si dice confuso perché nel corso degli anni Caterina si trovò a dover condividere il letto con molti uomini, solitamente altri membri della servitù nelle case in cui lavorava, e nonostante fosse così lascivia non cercò mai un approccio fisico con loro, per quanto fossero avvenenti. Non saprei, Bianchi, a me viene in mente una parola per spiegare tutto questo, ma prenditi pure il tuo tempo.
— Signore che amavano altre signore tanto tempo fa di Cristina Domenech (Pagina 54)
Adoro tutto, Domenech mi sta facendo ribaltare, Be Gay, Do Crimes non rende minimamente l'idea di cosa c'è in questo libro 😂

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I racconti di paure sono il necessario e forse più accattivante completamento di una raccolta di favole. Anche se l'umanità …

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Culti, rituali, deliri e manipolazioni: un viaggio sorprendente (e inquietante) tra le 30 sette più estreme della storia. Quando sentiamo …
Ogni giorno è un buon giorno è un libro subdolo: non dice niente che non abbiate già letto e riletto in questi tempi dove i cogli l’attimo e i ritagliati un momento per te ce li siamo sorbiti in ogni declinazione possibile, eppure ci si trova a sfogliare le pagine di questo memoir con piacere e con simpatia nei confronti dell’autrice.
Nonostante, infatti, Morishita ci racconti della sua esperienza come allieva di una maestra della cerimonia del tè e di cosa abbia imparato, non lo fa con l’intento di spronarci a seguire il suo esempio, quanto piuttosto per condividere qualcosa che nel corso del tempo l’ha aiutata in modo inaspettato e imprevisto. Morishita non sale in cattedra per ammonirci sull’importanza del tè o della sua tradizione: ci fa solo notare quanto sia importante avere qualcosa a cui dedicarsi, qualcosa che non è produttivo, ma rituale e condiviso, per affrontare meglio …
Ogni giorno è un buon giorno è un libro subdolo: non dice niente che non abbiate già letto e riletto in questi tempi dove i cogli l’attimo e i ritagliati un momento per te ce li siamo sorbiti in ogni declinazione possibile, eppure ci si trova a sfogliare le pagine di questo memoir con piacere e con simpatia nei confronti dell’autrice.
Nonostante, infatti, Morishita ci racconti della sua esperienza come allieva di una maestra della cerimonia del tè e di cosa abbia imparato, non lo fa con l’intento di spronarci a seguire il suo esempio, quanto piuttosto per condividere qualcosa che nel corso del tempo l’ha aiutata in modo inaspettato e imprevisto. Morishita non sale in cattedra per ammonirci sull’importanza del tè o della sua tradizione: ci fa solo notare quanto sia importante avere qualcosa a cui dedicarsi, qualcosa che non è produttivo, ma rituale e condiviso, per affrontare meglio i marosi della vita.
Non importa nemmeno che eccelliamo in questo qualcosa: Morishita ci racconta più volte dello sconforto della sua maestra nel doverla correggere per lo stesso errore per l’ennesima volta e dopo anni di insegnamento. Non importa essere naturalmente portatə per il nostro qualcosa speciale: l’importante è metterci impegno e dedizione, cercare di far bene, seguire il rito e lasciare che la complessità ci porti dove non penseremmo di arrivare.
È sicuramente un libriccino per chi ama il tè: io amo prenderne una tazza quando torno a casa dal lavoro, per celebrare il ritorno al tempo che posso spendere per me, telefonando a un’amica, leggendo un libro o semplicemente stando sul divano a lasciare la mente libera di andare dove le aggrada. Non troverete la descrizione della cerimonia del tè o la sua storia, ma l’ineffabile sensazione che dà eseguire un rito affidandosi alle proprie mani, che sanno ricordare i gesti compiuti decine e decine di volte.

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«Che pace, vero?» Ecco la parola di troppo. Ma quale pace? Nella mia vita non c'era mai stata pace.
— La furia di Sorj Chalandon (Pagina 206)
Avviso sul contenuto Libro sui dati sui femminicidi
Se vi siete interessatə al tema dei femminicidi e avete provato a cercare in autonomia qualche dato per approfondire, avrete scoperto che non ce ne sono, o, se ci sono, sono vecchi o incompleti. Non è solo una vostra impressione o una vostra incapacità di ricerca: i dati sui femminicidi – aggiornati, raccolti secondi le linee guida internazionali, uniformi, pubblici – semplicemente non esistono.
Lo Stato non si preoccupa di tenere traccia del fenomeno e di fare il punto sulle misure che sono state messe in campo per contrastare il fenomeno. A pensar male, si direbbe che la cosa importante sia metter su qualche roboante decreto che inasprisce pene, inserisce nuovi reati e nuovi codici multicolore per dare l’impressione di essere sul pezzo e di non aver paura di reagire in modo muscolare a qualche femminicidio che abbia colpito in modo particolare l’opinione pubblica.
Ma – a parte che qualunque intervento ex post presuppone un’altra donna morta per l’ennesimo femminicidio che non abbiamo saputo evitare – come si fa a sapere se le misure introdotte abbiano avuto un qualche effetto se non si raccolgono i dati? Come si fa a sapere se si sta andando nella giusta direzione?
Perché decidere “cosa conta” – e quindi cosa misurare, come farlo e chi può accedere a queste informazioni – è una forma di potere. Ma vedremo come nel caso dei femminicidi e della violenza di genere sia importante esercitare forme di contropotere con iniziative dal basso, come quelle dell’osservatorio di Non una di meno o della Casa delle donne di Bologna. Ce lo insegnano le prime donne che hanno iniziato a contare i femminicidi, come María Salguero Bañuelos in Messico, che ha deciso di raccogliere da sola dal 2015 i dati sui casi di femminicidio nel suo paese, diventando la fonte più affidabile sul tema. Ma anche le iniziative di giornalisti e giornaliste indipendenti in Italia, che si prendono cura di contro-archivi per mantenere viva la memoria di chi non c’è più. Scopriremo infatti che anche nelle singole storie ci sono dati che possono aiutare a riconoscere la violenza, e a prevenirla.
Ad oggi tra chi si occupa di prevenzione ci sono attivistə e molte delle vittime collaterali dei femminicidi. È un fatto che non ci sorprende: di sicuro non da parte di attivistə, ma nemmeno da parte delle vittime collaterali, nel caso delle quali lo vediamo come un modo per affrontare ed elaborare il lutto. Certo, muoiono un centinaio di donne ogni anno, non ci si può lamentare di chi decide di dare una mano a evitarlo, ma perché si dovrebbe trovare normale che un problema pubblico venga preso in carico soltanto da privati? Sembra quasi – quasi – che i femminicidi vengano considerati una disgrazia, una di quelle cose brutte che possono capitare anche nelle migliori famiglie. Come se parlassimo di una malattia. Come se il problema riguardasse solo a chi capita. D’altro canto, senza dati rigorosi e sistematici come potremmo puntare il dito contro la negligenza dello Stato?
Potremmo dire che non c’è scampo, o potremmo leggerla in altro modo: la violenza di genere è così radicata, strutturale, che solo un intervento che legga nella globalità del fenomeno la sua universalità potrà aiutare a ridurre questi numeri. Solo che servono i dati per capire dove agire. Molti ci sono, come abbiamo visto, altri andrebbero prodotti in modo più frequente.