cretinodicrescenzago ha valutato Antonio Negri: 3 stelle

Antonio Negri di Elia Zaru
Teorico e militante politico conosciuto, letto e discusso in tutto il mondo, Antonio Negri (1933-2023) è una delle figure più …
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Il classico nerd sinistronzo: leggo narrativa fantastica classica, narrativa realistica con una trama (quindi niente dick lit), saggi di scienze sociali marxisti-femministi-decoloniali-froci, testi di mitologia, filosofia pagana e magia, e roba che tiene assieme tutto ciò. Salvo dove indicato diversamente, ho composto le recensioni a ridosso della prima lettura, quindi le primissime risalgono al 2017 quando avevo ventun anni e qualcosa – abbiate pietà delle mie ingenuità.
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Teorico e militante politico conosciuto, letto e discusso in tutto il mondo, Antonio Negri (1933-2023) è una delle figure più …
Proverò (male) a recensire il libro come è scritto - tutto così a flusso di coscienza con frasi brevi brevi - e pensate ancora non c'era Twitter, non c'era Internet diffuso, non c'erano tutte le stronzate con cui l'umanità si è fatta fottere dal sistema dalla fine del secolo scorso a oggi, e adesso ci stupiamo pure perché infanti di 2 anni sono già lobotomizzati dalla TV spazzatura su Youtube. Costretti a sanguinare è un'autobiografia e una storia corale - è la storia di Marco "Philopat" Galliani e di tutta la sua compagnia - ed erano tanta gente, sempre qualcuno che usciva e uno che entrava, chi moriva e chi emigrava - in pratica stava morendo la grande contestazione del '68-'77 e tutta la gioventù adolescente della periferia di Milano cercava casa - solo che i vecchi kompagni autonomi stavano tutti rifluendo a vita privata con l'eroina o i patti …
Proverò (male) a recensire il libro come è scritto - tutto così a flusso di coscienza con frasi brevi brevi - e pensate ancora non c'era Twitter, non c'era Internet diffuso, non c'erano tutte le stronzate con cui l'umanità si è fatta fottere dal sistema dalla fine del secolo scorso a oggi, e adesso ci stupiamo pure perché infanti di 2 anni sono già lobotomizzati dalla TV spazzatura su Youtube. Costretti a sanguinare è un'autobiografia e una storia corale - è la storia di Marco "Philopat" Galliani e di tutta la sua compagnia - ed erano tanta gente, sempre qualcuno che usciva e uno che entrava, chi moriva e chi emigrava - in pratica stava morendo la grande contestazione del '68-'77 e tutta la gioventù adolescente della periferia di Milano cercava casa - solo che i vecchi kompagni autonomi stavano tutti rifluendo a vita privata con l'eroina o i patti col PSI di Craxi o direttamente in discoteca. Quindi che facevano 'sti ragazzi e ragazze di Baggio Giambellino Corsico Opera eccetera eccetera - insomma le zone tagliate fuori dalla Milano che conta? - Ascoltavano musica punk fra loro con le rare importazioni dall'Anglosfera - suonavano come potevano con i mezzi che avevano - stavano tutto il giorno fatti come procioni - le vacanze a Londra con i traveler's cheque falsi squattando in case bruciate - ogni paio di anni una persona che molla e una che arriva - le botte dai fascisti le botte dai kompagni stalinisti le botte dai genitori - i triangoli amorosi, la depressione, la scuola che non va - Philopat che scappa di casa e va a vivere in via Correggio 18, una delle prime case occupate politicizzate di Milano, e fra lui e i suoi amici via Correggio diventa anche uno dei primi centri sociali intesi come spazio aggregativo-culturale alternativo antisistema seguendo l'esempio contemporaneo del Leoncavallo - e giù sorrisi e pianti man mano che la storia dei punk si intreccia a quella degli occupanti e Costretti a sanguinare va a raccontare la stessa vicenda dall'altro punto di vista di Le radici del glicine. Storie di una casa occupata. E poi le persone che ci restano secche - i pestaggi delle guardie - i viaggi per fare i mega cortei antifa in Germania e in Sicilia - il finale aperto che segna il trapasso dall'ultima onda del Settantasette al reflusso degli Ottanta - la consapevolezza commossa e commovente che hai appena letto la Storia di noi che le nostre storie non possiamo averle. A rileggere tutto oggi sale il magone - perché nel 1984 il Grande Fratello ha vinto senza sparare un colpo - se non la distruzione di via Correggio - ma finché c'è nichilismo c'è punk e punk è anche speranza.

In Italia, dal 2001 in poi, la repressione rivolta ai movimenti sociali ha visto una forte accelerazione. se tale giro …
Da lettore affezionato di sword & sorcery e discreto estimatore della space opera, un tempo ero restio a dare una chance alle avventure di John Carter, temendo di perdere tempo con delle anticaglie noiose pervase di machismo dozzinale e miopia di vedute: se ciò può capitare leggendo i pezzi peggiori del bravo Robert Howard, figurarsi con il suo modello antecedente di 10-15 anni! E invece, grazie agli articoli di retrospettiva su Burrough pubblicati dalla casa editrice DMR Books (che consiglio un sacco!), e grazie al bellissimo progetto di fabbricazione di ebook liberi chiamato standardebook.org, mi sono convinto a fare il salto nello spazio siderale e visitare anche io il pianeta Barsoom... e ne è valsa la pena. Certamente, A Princess of Mars ha assolutamente una costruzione di intreccio molto elementare, in cui John Carter vagabonda per il pianeta Marte, ovunque arriva si ritrova invischiato in scontri e contese belliche, e …
Da lettore affezionato di sword & sorcery e discreto estimatore della space opera, un tempo ero restio a dare una chance alle avventure di John Carter, temendo di perdere tempo con delle anticaglie noiose pervase di machismo dozzinale e miopia di vedute: se ciò può capitare leggendo i pezzi peggiori del bravo Robert Howard, figurarsi con il suo modello antecedente di 10-15 anni! E invece, grazie agli articoli di retrospettiva su Burrough pubblicati dalla casa editrice DMR Books (che consiglio un sacco!), e grazie al bellissimo progetto di fabbricazione di ebook liberi chiamato standardebook.org, mi sono convinto a fare il salto nello spazio siderale e visitare anche io il pianeta Barsoom... e ne è valsa la pena. Certamente, A Princess of Mars ha assolutamente una costruzione di intreccio molto elementare, in cui John Carter vagabonda per il pianeta Marte, ovunque arriva si ritrova invischiato in scontri e contese belliche, e bene o male ne esce sempre benone grazie alla sua prestanza fisica superiore a quella dei nativi marziani (prestanza che Burrough cerca pure di giustificare a livello ecologico-anatomico, il che mi fa sorridere assai!); indubbiamente, è anche vero che tutti i personaggi hanno una psiche molto semplice, e ci possiamo scordare i processi drammaturgici di redenzione o dannazione della fantascienza sociale alla Ursula Le Guin; e infine, è indiscutibile che la prospettiva morale proposta come superiore e auspicabile da Carter (e da Burroughs per bocca sua) sia una glorificazione dell'onore marziale e dell'agone all'ultimo sangue molto romantica e ingenua, che stride (o dovrebbe stridere) tremendamente in qualunque testa pensante sia viva dopo le Guerre Mondiali... PERÒ, non si può assolutamente negare che le trame velocissime, rissose e melodrammatiche di Burroughs incollino alla pagina tanto efficacemente quanto una serie TV contemporanea media, se non di più, né che i semplici personaggi di Burroughs presentino comunque una loro dignità e rotondità, che si tratti della composta passionalità della principessa Deja Thoris o dell'acume politico del condottiero Tars Tarkas, o della connotazione banale ma fuzionalissima dei cattivi cattivissimi quali Thal Hajus o il jeddak di Zodanga. Né si può negare il genio immaginativo con cui Burroughs ha costruito un pianeta Marte sì implausibile e pieno di esotismi che travalicano la sensatezza (esattamente, perché i Marziani parlano ancora se sono perfettamente telepati?), ma anche per questo estremamente tangibile e affascinante, e della giusta consistenza per risultare un mondo immaginario plausibile, nel quale la mente può vagare e tutto può accadere — c'è poco da fare, ma senza Barsoom nessuno avrebbe mai pubblicato né la Terra di Mezzo, né Terramare, né qualsivoglia opera fantastica situata in un mondo immaginario complesso e profondo. Infine, una nota sul paragrafo finale: credo sia una delle poche chiusure di un romanzo che mi si siano impresse in testa per il loro slancio lirico, e mi lascia combattuto fra trattare l'opera come un autoconclusivo dal finale aperto, o proseguire la saga con gli scritti successivi. Immagino che chi vivrà vedrà.
In potenza The Houses of Iszm è un classico romanzo autoconclusivo di Jack Vance: un thriller fantascientifico che prima ci introduce gli usi e costumi ed economia di una cultura extraterrestre, poi ci inserisce dentro una vicenda di fatti criminosi vari ed eventuali. Nei fatti, però, si sente tantissimo che è una delle sue novelle composte per rivista e risalenti agli anni Cinquanta, in quella fase di maturazione fra i racconti brevi di Magnus Ridolph e i pezzi da novanta ambientati nell'universo del Gaean Reach: all'opera manca il mordente di un protagonista carismatico e ben connotato (non dico per forza Cugel l'Astuto, ma quantomeno l'eroe de L'ultimo castello), e cade invece nella deprimente soluzione di un protagonista senza personalità propria che finisce in mezzo ai fatti criminosi per puro caso. Sarò io un palato fine, ma non reggo i thriller in cui un personaggio anonimo cerca di schivarne …
In potenza The Houses of Iszm è un classico romanzo autoconclusivo di Jack Vance: un thriller fantascientifico che prima ci introduce gli usi e costumi ed economia di una cultura extraterrestre, poi ci inserisce dentro una vicenda di fatti criminosi vari ed eventuali. Nei fatti, però, si sente tantissimo che è una delle sue novelle composte per rivista e risalenti agli anni Cinquanta, in quella fase di maturazione fra i racconti brevi di Magnus Ridolph e i pezzi da novanta ambientati nell'universo del Gaean Reach: all'opera manca il mordente di un protagonista carismatico e ben connotato (non dico per forza Cugel l'Astuto, ma quantomeno l'eroe de L'ultimo castello), e cade invece nella deprimente soluzione di un protagonista senza personalità propria che finisce in mezzo ai fatti criminosi per puro caso. Sarò io un palato fine, ma non reggo i thriller in cui un personaggio anonimo cerca di schivarne di ogni: a me piacciono i conflitti personali.
Potenzialmente Il presidente moltiplicato avrebbe potuto essere un thriller fantapolitico eccezionale, ambientato com'è un un XXI secolo ipotizzato a partire dal 1976, con scontri regionali fra l'Arabia Saudita e l'Iran degli Scià (mancavano solo 3 anni alla rivoluzione islamica) e uno shock economico generale dato dalla robotizzazione dei posti di lavoro, più un mistero che, non è spoiler, va subito a parare verso la clonazione e il senso dell'identità... ma purtroppo, tutto l'apparato viene inficiato da un protagonista e voce narrante estremamente tedioso, capace com'è di passare il grosso del tempo a ubriarcarsi e oggettificare le comprimarie donne. Vivere la storia attraverso il suo sguardo è stato spesso un gran fastidio, e solo nei momenti con elevata azione o dialogo e scarso soliloquio il ritmo ha raggiunto un livello accettabile per un giallo da ombrellone.
Leggo questa raccolta un anno dopo le elezioni europee del 2024 e la scarcerazione di Ilaria Salis; nel frattempo altre persone imputate per gli scontri di Budapest sono state catturate e spedite nelle galere ungheresi (penso alla compagna Maja), altre l'hanno scampata dopo lunghi processi per valutare l'estradizione (penso al compagno Gino), i gruppi neonazisti militanti di tutta Europa hanno svolto indisturbati un summit generale a Gallarate e le autorità italiane hanno allegramente pestato chi contromanifestava (io non c'ero perché influenzato, ma persone mie compagne sì e si sono beccate lacrimogeni e idranti), forti di un Decreto Sicurezza che sta venendo convertito in legge per vie al limite del legale. Tutto questo per dire che? Che possiamo discordare con ciò che il gruppo di Budapest avrebbe fatto, ma non possiamo più negare che l'onda nera neofascista monti sempre più alta, e una reazione olistica serve: qualcosa che tenga assieme tutte …
Leggo questa raccolta un anno dopo le elezioni europee del 2024 e la scarcerazione di Ilaria Salis; nel frattempo altre persone imputate per gli scontri di Budapest sono state catturate e spedite nelle galere ungheresi (penso alla compagna Maja), altre l'hanno scampata dopo lunghi processi per valutare l'estradizione (penso al compagno Gino), i gruppi neonazisti militanti di tutta Europa hanno svolto indisturbati un summit generale a Gallarate e le autorità italiane hanno allegramente pestato chi contromanifestava (io non c'ero perché influenzato, ma persone mie compagne sì e si sono beccate lacrimogeni e idranti), forti di un Decreto Sicurezza che sta venendo convertito in legge per vie al limite del legale. Tutto questo per dire che? Che possiamo discordare con ciò che il gruppo di Budapest avrebbe fatto, ma non possiamo più negare che l'onda nera neofascista monti sempre più alta, e una reazione olistica serve: qualcosa che tenga assieme tutte le anime e le prospettive democratiche, nello stesso modo in cui, in quei primi giorni di processo, la solidarietà verso Ila ha riunito persone provenienti dalle esperienze più diverse. Se non vogliamo farli passare, sta a noi essere la diga.
Calvino dichiarò nella prefazione al suo Il sentiero dei nidi di ragno, che il perfetto romanzo della Resistenza è Una questione privata del suo amico Fenoglio, e io condivido. Perché certo, Una questione privata è una novella breve e compatta, uscita postuma senza revisione di Fenoglio (e infatti non sappiamo se il finale è aperto o incompleto), dall'intreccio contorto e costruita attorno a un partigiano antieroico, colto non nella lotta di liberazione ma nel pieno dell'eponima questione privata, e motivato da un triangolo sentimentale con personaggi altrettanto ambigui (e, per altro, io noto un palese sottotesto di affetto achilleo fra l'Eroe e l'Altro)... e comunque, proprio nel mettere in scena il più sgarruppato dei partigiani, questa novella riesce a dimostrare antropologicamente che chi faceva la guerra di Resistenza lottava per un futuro di libertà e di pace, mentre il migliore dei fascisti era comunque un macellaio pieno di merda. …
Calvino dichiarò nella prefazione al suo Il sentiero dei nidi di ragno, che il perfetto romanzo della Resistenza è Una questione privata del suo amico Fenoglio, e io condivido. Perché certo, Una questione privata è una novella breve e compatta, uscita postuma senza revisione di Fenoglio (e infatti non sappiamo se il finale è aperto o incompleto), dall'intreccio contorto e costruita attorno a un partigiano antieroico, colto non nella lotta di liberazione ma nel pieno dell'eponima questione privata, e motivato da un triangolo sentimentale con personaggi altrettanto ambigui (e, per altro, io noto un palese sottotesto di affetto achilleo fra l'Eroe e l'Altro)... e comunque, proprio nel mettere in scena il più sgarruppato dei partigiani, questa novella riesce a dimostrare antropologicamente che chi faceva la guerra di Resistenza lottava per un futuro di libertà e di pace, mentre il migliore dei fascisti era comunque un macellaio pieno di merda.
Lettura perfetta per celebrare l'ottantesimo della Liberazione, e adesso avanti tutta per difendere (quel che resta) della nostra democrazia.
Io non ho paura è, come L'isola di Arturo, uno di quei romanzi italiani "classici" che mi era sempre stato venduto come Lettura Edificante Imprescindibile, quindi probabilmente perbenista e stilisticamente blando, ed esattamente come L'isola di Arturo si è rivelato estremamente più profondo e più potente di così: in questo caso, il "racconto di formazione" consiste nel calarci dentro la testa di un bimbo estremamente immaginoso, nutrito a calcio, «Tex Willer» e favole di animali, che usa i propri riferimenti culturali avventurosi e onirici per filtrare e dare un senso narrativo alla propria vita di sottoproletario nei campi riarsi del Meridione (non sappiamo se nel Basso Lazio, Alta Campania, Basilicata profonda, o chissà dove), e sta a noi del pubblico decifrare quanto accade e immaginare noi cosa frulla nella testa degli adulti, che si tratti della mamma dalla schiena stanca, del padre che spera nel colpaccio, nel giovane teppista …
Io non ho paura è, come L'isola di Arturo, uno di quei romanzi italiani "classici" che mi era sempre stato venduto come Lettura Edificante Imprescindibile, quindi probabilmente perbenista e stilisticamente blando, ed esattamente come L'isola di Arturo si è rivelato estremamente più profondo e più potente di così: in questo caso, il "racconto di formazione" consiste nel calarci dentro la testa di un bimbo estremamente immaginoso, nutrito a calcio, «Tex Willer» e favole di animali, che usa i propri riferimenti culturali avventurosi e onirici per filtrare e dare un senso narrativo alla propria vita di sottoproletario nei campi riarsi del Meridione (non sappiamo se nel Basso Lazio, Alta Campania, Basilicata profonda, o chissà dove), e sta a noi del pubblico decifrare quanto accade e immaginare noi cosa frulla nella testa degli adulti, che si tratti della mamma dalla schiena stanca, del padre che spera nel colpaccio, nel giovane teppista del villaggio, o nell'eminenza grigia venuta da fuori. Per una volta, un romanzo sulla criminalità meridionale che non parla di Mafia con la spettacolarizzazione morbosa su cui Roberto Saviano si è costruito la carriera (mi spiace dirlo, ma ogni merito di reportage giornalistico viene meno se ci fai su cinque stagioni di serie TV splatter), ma di riscatto sociale attraverso la delinquenza da parte di gente che mangia merda da una vita. Grazie signor Ammaniti, era un libro necessario.
Avevo già letto e fortemente apprezzato la raccolta curata da Octavia Butler stessa di tutti i suoi racconti, Bloodchil and Other Stories, e ci sono voluti un po' di salti mortali per recuperare anche questa raccolta di due testi inediti lasciati (o dispersi) dall'autrice in archivio, ma ne è valsa la pena. Le due Unexpected Stories, infatti, si inseriscono organicamente nei filoni batutti negli altri racconti di Butler, e toni e temi ci sono familiari: “A Necessary Being” si svolge su un pianeta alieno e mette in scena un incontro-scontro fra due popoli la cui interazione si è codificata storicamente come conflitto per le risorse, ed esponenti particolarmente sensibili delle due comunità cercano finalmente di spezzare le ritualità consolidate e costruire assieme un'alternativa; “Childfinder”, invece, è ambientato sulla Terra contemporanea (cioè nei magici anni Settanta) e utilizza il fenomeno paranormale della telepatia per costruire un'amara satira sociale, improntata …
Avevo già letto e fortemente apprezzato la raccolta curata da Octavia Butler stessa di tutti i suoi racconti, Bloodchil and Other Stories, e ci sono voluti un po' di salti mortali per recuperare anche questa raccolta di due testi inediti lasciati (o dispersi) dall'autrice in archivio, ma ne è valsa la pena. Le due Unexpected Stories, infatti, si inseriscono organicamente nei filoni batutti negli altri racconti di Butler, e toni e temi ci sono familiari: “A Necessary Being” si svolge su un pianeta alieno e mette in scena un incontro-scontro fra due popoli la cui interazione si è codificata storicamente come conflitto per le risorse, ed esponenti particolarmente sensibili delle due comunità cercano finalmente di spezzare le ritualità consolidate e costruire assieme un'alternativa; “Childfinder”, invece, è ambientato sulla Terra contemporanea (cioè nei magici anni Settanta) e utilizza il fenomeno paranormale della telepatia per costruire un'amara satira sociale, improntata in questo caso alla necessità per il popolo afroamericano di costruire e fortificare spazi propri, pronti come sono i bianchi progressisti a pugnalarli alle spalle — insomma, il primo testo è in linea con l'elaborazione concettuale di “Bloodchild”, il secondo con quella di “Speech and Sounds”, e se non sono altrettanto rifiniti, già poco ci mancava. Per concludere, deliziosi i testi di apparato e l'appendice di fotografie di Butler: davvero un bel modo per conoscere meglio una grande intellettuale.
Una novella che mi ha fatto perdere la cognizione del tempo come sotto ipnosi, riempito di allegra commozione e ritorto le budella di tristezza quasi come quando a vent'anni lessi The Tombs of Atuan di Ursula Le Guin, e in parte, più recentemente, The Winter Players di Tanith Lee: perché, come nel capolavoro di Le Guin, Piumini mette in scena una storia di solitudine forzata e spezzata, di incontro fra vasto mondo e piccolo mondo, ma di suo ci mette la capacità salvifica dell'arte narrativa e figurativa di aprire lo sguardo e il cuore, e la fatica necessaria ad affrontare la sofferenza come comunità. Un libriccino piccolino che vale come una Bibbia, e mi terrò sempre stretto stretto.
Unica pecca di questa edizione qui: le illustrazioni non all'altezza di una storia che parla proprio di pittura.

«A chiunque servirebbe, forse, una liberazione neurodivegente. Per questo chi non la promuove si infastidisce con chi la chiede a …

Non puoi rifiutarti di partecipare agli Hunger Games. Una volta scelto, il tuo destino è scritto. Dovrai lottare fino all'ultimo, …
Avevo già letto Yaxin – Il fauno Gabriel. Canto 1 nel 2016 circa e l'avevo trovato solamente grazioso; l'ho voluto "ripescare" oggi dagli scaffali, e l'ho trovato di una dolcezza rara. Abbiamo a che fare con un testo a metà fra il racconto di formazione e la poesia lirica, una curiosa intersezione fra le odi "paesaggistiche" di Orazio e Il piccolo principe (sì, l'ho detto sul serio). Siamo sull'isola ove i miti hanno sostanza e tutto è dipinto con squisiti acquarelli: il piccolo fauno Gabriel è un bimbo vagabondo di estrema curiosità e un bel giorno si abbarbica a un anziano saggio dalla barba bianca, che soprannomina "Merlino"; ne derivano quattro episodi (uno per stagione) in cui fanciullo e vegliardo meditano di amicizia, malinconia, morte, linguaggio, separazione e fiducia, con una prosa suggestiva che a tratti mi ha ricordato la grande Ursula K. Le Guin. È un peccato che la …
Avevo già letto Yaxin – Il fauno Gabriel. Canto 1 nel 2016 circa e l'avevo trovato solamente grazioso; l'ho voluto "ripescare" oggi dagli scaffali, e l'ho trovato di una dolcezza rara. Abbiamo a che fare con un testo a metà fra il racconto di formazione e la poesia lirica, una curiosa intersezione fra le odi "paesaggistiche" di Orazio e Il piccolo principe (sì, l'ho detto sul serio). Siamo sull'isola ove i miti hanno sostanza e tutto è dipinto con squisiti acquarelli: il piccolo fauno Gabriel è un bimbo vagabondo di estrema curiosità e un bel giorno si abbarbica a un anziano saggio dalla barba bianca, che soprannomina "Merlino"; ne derivano quattro episodi (uno per stagione) in cui fanciullo e vegliardo meditano di amicizia, malinconia, morte, linguaggio, separazione e fiducia, con una prosa suggestiva che a tratti mi ha ricordato la grande Ursula K. Le Guin. È un peccato che la serie sia rimasta incompiuta, perché il mio cuore di insegnante a Merlino ci si era affezionato.
Chi mi ha regalato Residenza Arcadia ha pensato bene di donarmi in seguito anche il secondo lavoro di Cuello, Mercedes appunto, e non potevo non leggerli a raffica. Che dire, qualità alta ma manca qualcosina. Siamo ancora nel "nessundove e nessunquando estremamente vicino" visto in Residenza Arcadia, lo scenario ha preso una piega postapocalittica tremendamente verisimile, la storia è nuovamente corale e tutto il cast è ben caratterizzato, sia l'antieroina eponima sia la sua corte di comprimari, buona parte della trama è un road movie da manuale con disseminati qua e là dei misteri per dare più spessore alla vicenda. Poi però arriviamo al momento di Spannung in cui uno degli altarini principali viene svelato (specificamente, dettagli della psiche della protagonista), e la reazione è "Tutto qui? Davvero non c'è altro da sviluppare? Si risolve in modo così diretto?" Ed ebbene sì, si risolve nel modo diretto, anche se …
Chi mi ha regalato Residenza Arcadia ha pensato bene di donarmi in seguito anche il secondo lavoro di Cuello, Mercedes appunto, e non potevo non leggerli a raffica. Che dire, qualità alta ma manca qualcosina. Siamo ancora nel "nessundove e nessunquando estremamente vicino" visto in Residenza Arcadia, lo scenario ha preso una piega postapocalittica tremendamente verisimile, la storia è nuovamente corale e tutto il cast è ben caratterizzato, sia l'antieroina eponima sia la sua corte di comprimari, buona parte della trama è un road movie da manuale con disseminati qua e là dei misteri per dare più spessore alla vicenda. Poi però arriviamo al momento di Spannung in cui uno degli altarini principali viene svelato (specificamente, dettagli della psiche della protagonista), e la reazione è "Tutto qui? Davvero non c'è altro da sviluppare? Si risolve in modo così diretto?" Ed ebbene sì, si risolve nel modo diretto, anche se comunque la sezione conclusiva del testo è stillosissima e riesce a emozionare. Ricapitolando, un testo sicuramente valido che semplicemente resta una tacca sotto il fratello maggiore, che però in effetti era di altissimo livello.