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aresti

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Libri di aresti

citazione da Debito di David Graeber (La cultura -- 0770)

David Graeber: Debito (Paperback, Italian language, 2012, Il Saggiatore) 4 stelle

In uno stile colloquiale e diretto, attraverso l'indagine storica, antropologica, filosofica, teologica, Graeber ribalta la …

Queste considerazioni a loro volta ci portano al grande imbarazzo che tormenta tutti i tentativi di rappresentare i mercati come la più alta espressione della libertà umana: storicamente, i mercati commerciali e impersonali nascono dal furto. La continua recita del mito del baratto, usato quasi come un incantesimo, è soprattutto il modo in cui gli economisti cercano di evitare il problema e di confrontarsi con questo fatto. Ma basta anche una brevissima riflessione per smascherare l’inganno. Chi fu il primo uomo che, guardando a una casa piena di oggetti, si mise immediatamente a calcolare il loro valore in termini di quello che poteva ottenerne in cambio sul mercato? Sicuramente poteva solo essere un ladro. I primi a vedere il mondo in questo modo furono malfattori e soldati dediti al saccheggio, poi forse vennero gli esattori. Solo nelle mani dei soldati, fresche del saccheggio di città e paesi, dei pezzi d’oro e d’argento – nella maggior parte dei casi fusi da qualche cimelio familiare di valore, che, come le divinità del Kashmir, le corazze azteche oppure i bracciali alle caviglie delle donne babilonesi, erano sia un’opera d’arte che un piccolo compendio di storia – potevano diventare delle semplici, uniformi monete, senza storia, preziose precisamente perché non avevano una storia e quindi potevano essere accettate dappertutto, senza domande. E questo continua a essere vero. Ogni sistema che riduce il mondo a una serie di numeri può essere mantenuto solo con le armi, non importa se sono spade e mazze o le odierne «bombe intelligenti» sganciate da droni senza pilota.

Debito di  (La cultura -- 0770) (Pagina 481)

Aḥmad Saʿdāwī: Frankenstein a Baghdad (EBook, italiano language) Nessuna valutazione

«Allora, dov’ero arrivato?» gridò Hadi dal bagno, dopo aver urinato alla svelta. Sentì Mahmud al-Sawadi che gli rispondeva in tono svogliato: «Eravamo al grosso naso avvolto nel sacchetto di tela». «Ah, già. Il naso». Riabbottonandosi i pantaloni Hadi tornò alla panca accanto alla vetrata del caffè e si sedette per proseguire con il suo racconto, deludendo le speranze di Mahmud, visto che ricordava ogni minimo particolare. Prima della pausa per fare pipì si era fermato al punto in cui aveva smesso di piovere e lui era uscito in cortile con il sacchetto di tela in mano. Aveva guardato il cielo e visto che le nuvole si sfilacciavano, simili a bianchi batuffoli di cotone, come se si fossero scrollate di dosso tutta l’acqua d’un sol colpo e adesso fossero pronte ad andar via. I mobili usati erano in parte sommersi dall’acqua piovana, ma lui non se ne curò. Entrò nel capanno di legno che aveva costruito usando pezzi di mobilia trovati in casa, sbarre di ferro e armadi dalle ante divelte, sfruttando una metà di muro che ancora si reggeva in piedi. Si accovacciò all’ingresso del capanno, perché il restante spazio era interamente occupato da un enorme cadavere. Un cadavere maschile, nudo, che stillava un liquido vischioso di colore chiaro da alcuni punti del suo corpo pieno di ferite. C’era poco sangue: solo piccole macchie di liquido rosso rappreso sulle braccia e sulle gambe, e vari lividi ed escoriazioni di colore azzurrognolo intorno alle spalle e alla nuca. Non era chiaro di che colore fosse la salma, e comunque non aveva un colore omogeneo. Hadi avanzò nello spazio angusto accanto al cadavere e si sedette vicino alla testa. La parte centrale del viso era del tutto deturpata. Come se fosse stato morso da una bestia feroce. Il naso non c’era. Hadi aprì il sacchetto di tela ripiegato più volte ed estrasse ciò che nei giorni precedenti aveva cercato così a lungo e che adesso gli faceva quasi paura. Tirò fuori un naso fresco, ancora sporco di sangue vermiglio coagulato, e con mano tremante lo piazzò nell’incavo nero al centro del viso. Sembrava che quello fosse proprio il suo posto, come se fosse stato il naso di quel cadavere e vi avesse appena fatto ritorno. Hadi ritrasse la mano e si strofinò le dita sui pantaloni, guardando quel viso ora completo con una punta di insoddisfazione, anche se adesso la missione era compiuta. Beh, non proprio del tutto. Doveva ancora cucire il naso per fissarlo al suo posto in modo che non cadesse. Perché il cadavere fosse completo mancava soltanto il naso. Ed ecco che adesso aveva finalmente portato a compimento quel lavoro così insolito e ripugnante che aveva intrapreso da solo, senza l’aiuto di nessuno, e che ai suoi ascoltatori continuava ad apparire insensato e incomprensibile malgrado tutti i pretesti addotti: «Volevo consegnarlo al dipartimento di Medicina legale. In fondo era un cadavere a tutti gli effetti, lasciato in strada e trattato come spazzatura. Era pur sempre un essere umano, signori miei. Una persona!». «Non era affatto un corpo intero. Sei stato tu a trasformarlo in un cadavere completo». «Ne ho fatto un cadavere completo per evitare che diventasse immondizia, per fargli ricevere una degna sepoltura, come tutti gli altri morti».

Frankenstein a Baghdad di