Baylee ha finito di leggere Progetto democrazia di David Graeber

Progetto democrazia di David Graeber
Si può definire democratico un sistema politico che tutela i più ricchi e abbandona il 99% della popolazione? Gli strumenti …
Femminista in fieri, aroace, atea agnostica, lettrice curiosa, book blogger, amante dell'inverno e del tè caldo.
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7% completato! Baylee ha letto 6 di 80 libri.

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Capita, nella vita, che l'universo ci appaia diviso tra quelli che agiscono e non si fanno spaventare dal mondo e …

Un libro già premiatissimo in tutto il mondo, definito all’unanimità uno dei più belli e toccanti del 2022. Portato ora …

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Nata in un giorno di pioggia e di presagi, Virdimura porta il nome del muschio che affiora tenace dalle mura …

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Libro di consultazione come di accattivante e piacevole lettura, unendo alla documentazione il gusto della scoperta d'un mondo arcano, copre …

Cosa racconterebbero un cane, una gatta, un topolino, una talpa, un pappagallo, un corvo, una maialina e un orso della …
Avviso sul contenuto Libro con morte, transfobia
Finalmente ho colmato la mia lacuna riguardante il più famoso romanzo di Banana Yoshimoto, quello che l’ha vista esordire sia in Giappone sia in Italia, primo Paese nel quale ha fatto la sua comparsa in traduzione. Non è difficile immaginare perché questo romanzo sia piaciuto così tanto fin da subito.
Innanzi tutto contiene un personaggio trans così positivo da essere addirittura luminoso e così iconico che è davvero un peccato che stia in scena così poco. Oggi avvertiamo un po’ di confusione nel modo in cui Eriko parla di se stessa e nel mondo in cui viene raccontato il suo passato, perché siamo abituatə a farlo in maniera diversa, ma tra il finire degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta deve essere stata una rappresentazione che ha fatto bene a tante persone.
Poi è uno di quei romanzi molto nipponici che riescono a essere rassicuranti anche parlando di un tema doloroso come la morte di una persona cara e della solitudine e dello spaesamento che seguono. Vedo molto spesso Banana Yoshimoto associata allo shōjo, ma qui secondo me c’è anche un pizzico di iyashikei: Kitchen è un libro dalla trama quasi banale, ma è così balsamico che nemmeno ci si fa caso tanto ci fa respirare a pieni polmoni.
In questa edizione è stato aggiunto anche Moonlight Shadow, che Yoshimoto scrisse come tesi di laurea nel 1987. Ha molti punti in comune con Kitchen e, se frequentate manga e anime, sicuramente è un modo di raccontare il lutto che vi sarà familiare. Forse proprio per questo mi è piaciuto quasi più di Kitchen perché al conforto del tipo di racconto si è aggiunto il conforto della familiarità.
Se quindi anche voi state tergiversando, buttatevi in questa storia capace di lenire il dolore e coccolare un po’ in questi tempi crudeli e cinici.
È indubbio che La pietra blu sia un libro estremamente poetico ed evocativo: la manciata di parole che accompagna ogni illustrazione dipana una storia che si rivolge più al nostro lato emotivo che a quello razionale. Difficile rimanere indifferenti a questo genere di sollecitazione e Liao è decisamente molto talentuoso.
Tuttavia questa storia mi ha lasciato più perplessa che commossa. La mia perplessità nasce dall’idea che per tutto il libro abbiamo la nostra pietra blu protagonista che prova nostalgia per la sua metà da cui è stata brutalmente separata e alla quale desidera riunirsi nell’idillio che era la sua situazione di partenza. Niente di quanto le accadrà dal momento della separazione – le trasformazioni, gli incontri, le esperienze – cambieranno il suo anelito di casa.
Ora, si tratta ovviamente di un sentimento umano e comprensibile ed è possibile che mai come in questo momento storico – quando la nostalgia sembra …
È indubbio che La pietra blu sia un libro estremamente poetico ed evocativo: la manciata di parole che accompagna ogni illustrazione dipana una storia che si rivolge più al nostro lato emotivo che a quello razionale. Difficile rimanere indifferenti a questo genere di sollecitazione e Liao è decisamente molto talentuoso.
Tuttavia questa storia mi ha lasciato più perplessa che commossa. La mia perplessità nasce dall’idea che per tutto il libro abbiamo la nostra pietra blu protagonista che prova nostalgia per la sua metà da cui è stata brutalmente separata e alla quale desidera riunirsi nell’idillio che era la sua situazione di partenza. Niente di quanto le accadrà dal momento della separazione – le trasformazioni, gli incontri, le esperienze – cambieranno il suo anelito di casa.
Ora, si tratta ovviamente di un sentimento umano e comprensibile ed è possibile che mai come in questo momento storico – quando la nostalgia sembra attraversarci e attraversare una fetta notevole della cultura che ci circonda – ne possiamo cogliere la suggestione, ma a me ha messo addosso una gran tristezza. Non tanto per le vicissitudini della povera pietra blu dimezzata, ma per il suo rimanere statica nonostante tutto.
Se da un lato, infatti, ho empatizzato con il fatto che la pietra blu volesse tornare alla casa dalla quale era stata strappata, dall’altro ho trovato tanto triste che nessuna delle sue peripezie influisca in alcun modo sul suo essere. La pietra blu perde solo pezzi di sé vivendo e non sembra far tesoro di nessuna delle sue esperienze: è solo contenta quando tutto finisce. È un po’ come se ti dicesse che è meglio non vivere perché il cambiamento, intrinseco alla vita, è sempre sbagliato. Molto triste.

Si può definire democratico un sistema politico che tutela i più ricchi e abbandona il 99% della popolazione? Gli strumenti …

La prima parte del libro è dedicata alla storia dell’autore e a quella dei profughi palestinesi, ai vari accordi finiti …
Ti è mai capitato di dover dire a un detenuto che sua madre è morta? A me sì, e non sarebbe stata l’ultima volta. Sii gentile, angelo della morte, sii gentile, ti giuro che non puoi toglierci niente che ci sia più caro… Sii gentile, angelo della morte. Sii gentile con chi va e con chi resta.
— Il racconto di un muro di Nasser Abu Srour (Pagina 237)
Avviso sul contenuto Libro con violenza, tortura, morte, pedofilia
Sarà difficile scrivere una recensione di questo libro perché è contemporaneamente un romanzo estremamente problematico (e sto usando un eufemismo) ed estremamente interessante. Immagino che non sorprenda nessunə il fatto che in un romanzo erotico del 1896 il nostro concetto di consenso appaia più volte violato – lo è anche in molti erotici contemporanei, figuriamoci! – ma la presenza di un rapporto pedofilo può mettere a dura prova la nostra esperienza di lettura. È vero che si tratta di un rapporto consumato nel contesto di una società fittizia dove questo è normalizzato, ma io sto leggendo nel contesto della mia società dove non c’è verso che una bambina di dieci anni abbia un rapporto consensuale con un uomo adulto.
Detto questo, Aphrodite è un romanzo sorprendente perché non ti aspetti che già a fine Ottocento sia stata scritta una storia dove si mette in evidenza che squilibri di potere importanti non portano mai a relazioni sane. Criside e Demetrio, ə protagonistə del romanzo, mettono in scena un dramma che affonda nel simbolismo e fin da subito ci fa apparire chiaro che, sebbene si avvicinino l’uno all’altra secondo i topoi dell’amore romantico, questo non potrà mai tradursi in un amore sano perché tra di loro si instaurano subito delle dinamiche di desiderio di possesso e sopraffazione che sono incompatibili con la strada incantata che conduce alla felicità senza ombre.
Ancora più sorprendente è la constatazione che nel romanzo la relazione ideale è tra due ragazze, Rodide e Mirto. È un po’ meno sorprendente alla luce del fatto che Louÿs fu amico di diverse persone omosessuali del suo tempo, come Oscar Wilde e André Gide, ma comunque questo ribaltamento della consuetudine di far finire in tragedia – o in un nulla di fatto – le coppie lesbiche della letteratura è degno di nota.
È interessante constatare che alla fine l’umana pietà venga da quei soggetti che ə contemporaneə di Louÿs avrebbero annoverato tra ə corrottə e ə edonistə deditə solo al piacere, brutta gente che non apprezza la devastazione provocata dall’ira, dall’odio e dall’indignazione. Alcuni momenti sono quasi commoventi nella loro dimostrazione di riguardo nei confronti delle vittime del furore cieco.
Non so se ne consiglierei la lettura perché gli aspetti problematici sono tanti e non da poco: se la vostra sensibilità ve lo consente, dategli una possibilità.
Quali dolori ci feriscono di più, quelli recenti o quelli più antichi che ci risuonano dentro in una sorta di eco diventata familiare? Cosa ci fa soffrire di più, ciò cui abbiamo rinunciato o ciò che abbiamo trattenuto e ancora tratteniamo? La nostra presenza in questa vita o la nostra assenza nella vita che potremmo avere? Cosa ci fa più male, vivere separati dai nostri innamorati o sentir parlare di chi ha preso il nostro posto? Fino a dove arriva il nostro dolore e, alla fine, cosa ce ne resta? Com’è possibile che una ferita abiti solo una parte di noi mentre tutto il resto la ignora? Cosa succede se una ferita si sovrappone a un’altra? Ma le ferite, dentro di noi, possono davvero sovrapporsi?
— Il racconto di un muro di Nasser Abu Srour (Pagina 143)