Ancora un elemento di contesto. Ferri fa gran caso del fatto che «oggi ogni cittadino del mondo ha accesso, almeno potenzialmente, a centinaia di milioni di gigabyte di informazione attraverso Internet, o meglio a tutta la conoscenza del mondo».
Compare un'altra parola da ponderare attentamente, la parola «conoscenza». Si dovrebbero distinguere chiaramente, e non confondere tra di loro, l'accesso all'informazione e l'accesso alla conoscenza. Nessuno nega che si abbia accesso all'informazione. Invece la frase «accesso alla conoscenza» non ha alcun significato, se per «conoscenza» si intende veramente la conoscenza, il conoscere. Avere accesso all'enunciato del teorema di Pitagora non è ancora leggerlo (bisogna per l'appunto leggerlo), e leggere non è ancora capire (bisogna studiare, sperimentare, dimostrare, esercitarsi, padroneggiare).
Il saper fare dei cosiddetti nativi digitali non è intelligenza e non è nemmeno conoscenza se non, appunto, nel senso debole di una competenza - e addirittura una competenza pratica, un saper fare o sinanco un'abitudine; e non è granché neanche come pratica, come abbiamo visto: effettuare scelte binarie cliccando o non cliccando su un link ipertestuale, collezionare link e condividerli con i membri di un social network, ripetutamente decantati da Ferri e altri coloni digitali come tratti distintivi della pretwsa mutazione atropologica.
Come siamo arrivati a tanta confusione, e dove andiamo a partire da qui? Fabrizio Tonello, che insegna Scienza dell'opinione pubblica all'Università di Padova, mette il dito sul centro esatto del problema quando osserva quale è stata la ragione principale della diffusione di massa dei personal computer. Grazie agli angeli del design a un certo punto non abbiamo più dovuto leggere il manuale di istruzioni, abbiamo aperto una scatola, collegato la spina, e cominciato a usare gli strumenti digitali come protesi seminaturali. Si noti - e non è un punto banale - che è quanto fanno tanto i cosiddetti «nativi» che i cosiddetti «immigranti» digitali. Avrete notato anche voi i sempre più numerosi nonni che giocano con l'iPad, no? Avete notato una qualche difficoltà che incontrerebbero gli ultrasessantenni nel cliccare sulle icone, seguire link ipertestuali, effettuare semplici scelte binarie ecc., vale a dire nel manifestare i chiari sintomi di una stupefacente intelligenza digitale? Pensateci un istante. Apple non vuole privarsi di una fetta di mercato vendendo computer che soltanto una sparuta minoranza di amanti dei manuali di istruzioni potrebbe usare. Il suo mercato è globale e verticale. Tutti amiamo aprire la scatola e cominciare ad utilizzare oggetti iperergonomici e user-friendly. Ma come ricorda il premio Nobel per l'economia Paul Krugman, se parlare di «<user friendly» implica il riconoscimento di una diminuzione delle competenze necessarie per usare una certa cosa, allora una società digitalizzata sarà una società in cui la maggior parte dei computer possono stare nelle mani di perfetti incompetenti tecnologici; il che peraltro significa a sua volta che la tecnologia diminuisce, e non aumenta, la richiesta di lavoro qualificato. Questa è la nuova frontiera del digital divide, il crinale digitale: sempre meno progettisti e designers iperqualificati a creare oggetti sempre più complessi dentro e user-friendly fuori per una vasta massa di utilizzatori che si limitano a compiere scelte le quali per design - sono semplici, binarie, immediate, e non richiedono nessun approfondimento intellettuale, basta avere qualche emozione e intuizione di riserva.