Profilo utente

alephoto85

alephoto85@lore.livellosegreto.it

Registrato 3 anni, 4 mesi fa

Based in #Milan.

Taijiquan - #Yiquan instructor since 2011.

Sometimes, I translate things...

Old account: bookwyrm.social/user/alephoto85/

Questo collegamento si apre in una finestra pop-up

Libri di alephoto85

Obiettivo di lettura 2026

10% completato! alephoto85 ha letto 2 di 20 libri.

Neil Postman: Divertirsi da morire. (Paperback, Italian language, 2002, Luiss) Nessuna valutazione

I media definiscono le nostre percezioni, organizzano le nostre esperienze e reazioni emotive, condizionando ogni …

Mi sembra utile chiarire la situazione così: i cambiamenti nell'ambiente simbolico sono come i cambiamenti nell'ambiente naturale; all'inizio, entrambi sono graduali e aggiuntivi, e poi, tutto d'un tratto, si raggiunge la "massa critica", come dicono i fisici. Un fiume, che si è inquinato lentamente, diventa di colpo tossico; quasi tutti i pesci muoiono; nuotarci diventa pericoloso. Ma il fiume sembra sempre lo stesso e una gita in barca si può sempre fare. In altre parole, il fiume non scompare e restano egualmente alcuni dei suoi usi, ma il suo valore è molto diminuito e le sue condizioni degradate avranno effetti negativi sul paesaggio. Succede lo stesso con il nostro ambiente simbolico. Io credo che sia arrivata la "massa critica" in cui i mezzi elettronici hanno cambiato in modo decisivo e irreversibile il carattere del nostro ambiente simbolico. Siamo giunti a una cultura in cui informazioni, idee ed epistemologie vengono dalla televisione, non dalla parola stampata. Ci sono ancora, è vero, molte persone che leggono, e si pubblicano ancora molti libri, ma gli usi della stampa e della lettura non sono più gli stessi; nemmeno a scuola, dove pure si pensava che il libro fosse insostituibile. Si illudono coloro che pensano che la televisione e i libri possano coesistere, perché coesistenza vorrebbe dire parità. Invece non c'è parità. La stampa ha ormai soltanto un residuo di epistemologia, e lo conserverà, aiutata in una certa misura dai computer, dai giornali e dai settimanali, che però sono fatti in modo da sembrare sempre più dei video. Come qualche pesce che sopravvive alla tossicità del fiume e come i barcaioli che continuano a navigarci, ci sarà sempre ancora tra noi qualche persona per la quale il senso delle cose continuerà a essere vivificato dalle vecchie acque limpide.

Divertirsi da morire. di  (Pagina 49)

Roberto Casati: Contro il colonialismo digitale (Italian language, 2013) 5 stelle

Il rapporto della scuola con le nuove tecnologie ha molti altri spazi che non quello della rincorsa. In realtà, e ribadisco il punto esposto in precedenza, la scuola avrebbe tutto da guadagnare da una riflessione sulle sue immense potenzialità non digitali in un mondo colonizzato dagli strumenti digitali commerciali. A medio termine, sarebbe già molto importan-te permettere agli insegnanti e alle famiglie di riconoscere la distinzione tra «nativi digitali» (nell'accezione innocua di «abituati alle tecnologie») e «competenti tecnologici». Si può essere digitali di nascita e restare poi tutta la vita incantati da una tecnologia di cui non si comprendono i meccanismi e che viene quindi vissuta in modo quasi magico. Aiutare a comprendere il funzionamento delle architetture informatiche, la ricerca scientifica e tecnologica, le strutture economiche e di potere dietro i prodotti di uso anche più comune (perché compare la sequenza «http://», chi assegna i nomi di dominio, chi possiede i miei dati personali, chi ha i permessi per modificare la mia pagina web e come viene costruito il mio profilo a fini pubblicitari) sarebbe già un primo, utile passo, del tutto in linea con i compiti generali della scuola e tale, forse, da levare l'affanno della rincorsa rispetto a una tecnologia rapida che viene soltanto subìta. La velocità dell'innovazione tecnologica genererà inevitabilmente una continua carenza quanto alla comprensione teorica delle tecnologie: dobbiamo spiegare che cosa è un algoritmo, in che modo gli algoritmi di Google determinano il design dei sistemi di raccomandazione e in che modo quest'ultimo determina poi le scelte di chi le tecnologie le usa (vedi più avanti). Si deve spiegare come si paghino a distanza di anni certe scelte di design riciclato nel grande copia-e-incolla della costruzione del software. Piuttosto che introdurre con affanno le tecnologie in classe, la scuola ha molto margine per insegnare a studiare le complessità non solo tecniche ma anche sociali e cognitive del design tecnologico.

Contro il colonialismo digitale di  (Pagina 95)

Roberto Casati: Contro il colonialismo digitale (Italian language, 2013) 5 stelle

«Multitasking» è un termine che proviene dal mondo informatico e designa lo svolgimento parallelo di più attività, cosa che i computer fanno in modo egregio, anche perché sono stati progettati per farlo. Applicato al comportamento umano il multitasking ha un significato banale e un significato assai più impegnativo. Il significato banale riguarda il fatto che il nostro cervello fa un'enorme quantità di cose contemporaneamente (altrimenti non potreste nemmeno tenere in mano questo libro mentre leggete). Il punto è che queste operazioni sono del tutto inconsce, e il multitasking in questo senso non è un dato culturale, visto che anche il cervello delle galline opera in questa modalità «sotto traccia». Chi parla di multitasking ha in mente qualcosa di diverso e di assai più impegnativo, un dividersi dell'attenzione cosciente su più compiti nello stesso momento. L'attenzione cosciente è però assai gelosa: non potete compilare la dichiarazione dei redditi mentre recitate l'infinito di Leopardi e disegnate una natura morta. (Tra l'altro, ci si accorge facilmente del fatto che l'amico con cui parlate al telefono sta «anche» leggendo le mail!) Quello che state facendo è piuttosto passare in continuazione da un'attività all'altra. Non esiste, insomma, il multitasking cosciente. Si ha piuttosto a che fare con il «task switching», p-rente prossimo dello zapping. Continueremo a usare il termine «multitasking» tenendo presente tutto ciò.

Contro il colonialismo digitale di  (Pagina 69)

Roberto Casati: Contro il colonialismo digitale (Italian language, 2013) 5 stelle

Quanto a Prensky, l'inventore dell'etichetta dei «nativi» digitali (che per lui fa da contrasto a quella di «immigranti» digitali, un'altra categoria malissimo definita), andiamo a vedere da vicino le grandi motivazioni, una interna e una esterna, per l'adozione dell'etichetta. Quella interna riguarda il dato sull'uso dei media da parte delle matricole universitarie statunitensi. Secondo Prensky, uno studente giunto al primo anno di università ha alle spalle 5.000 ore di lettura, 10.000 ore di videogiochi e 20.000 ore di televisione. Benissimo. La curiosa proposta di Prensky di fronte a questo dato è di abbassare le braccia, dare ancora più videogiochi agli studenti durante le ore di lezione, e invitare gli insegnanti a ridefinire il loro modo di stare in classe così da far asso-migliare la lezione a un videogioco. E che cosa fa di lavoro Prensky quando scrive il suo articolo, oggi citato come fosse una fonte scientifica? Lo sviluppatore di videogiochi. Forse non dobbiamo preoccuparci troppo dei conflitti di interesse, ma forse anche si.

Contro il colonialismo digitale di  (Pagina 68)

citazione da Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati

Roberto Casati: Contro il colonialismo digitale (Italian language, 2013) 5 stelle

Ancora un elemento di contesto. Ferri fa gran caso del fatto che «oggi ogni cittadino del mondo ha accesso, almeno potenzialmente, a centinaia di milioni di gigabyte di informazione attraverso Internet, o meglio a tutta la conoscenza del mondo». Compare un'altra parola da ponderare attentamente, la parola «conoscenza». Si dovrebbero distinguere chiaramente, e non confondere tra di loro, l'accesso all'informazione e l'accesso alla conoscenza. Nessuno nega che si abbia accesso all'informazione. Invece la frase «accesso alla conoscenza» non ha alcun significato, se per «conoscenza» si intende veramente la conoscenza, il conoscere. Avere accesso all'enunciato del teorema di Pitagora non è ancora leggerlo (bisogna per l'appunto leggerlo), e leggere non è ancora capire (bisogna studiare, sperimentare, dimostrare, esercitarsi, padroneggiare).

Il saper fare dei cosiddetti nativi digitali non è intelligenza e non è nemmeno conoscenza se non, appunto, nel senso debole di una competenza - e addirittura una competenza pratica, un saper fare o sinanco un'abitudine; e non è granché neanche come pratica, come abbiamo visto: effettuare scelte binarie cliccando o non cliccando su un link ipertestuale, collezionare link e condividerli con i membri di un social network, ripetutamente decantati da Ferri e altri coloni digitali come tratti distintivi della pretesa mutazione antropologica.

Come siamo arrivati a tanta confusione, e dove andiamo a partire da qui? Fabrizio Tonello, che insegna Scienza dell'opinione pubblica all'Università di Padova, mette il dito sul centro esatto del problema quando osserva quale è stata la ragione principale della diffusione di massa dei personal computer. Grazie agli angeli del design a un certo punto non abbiamo più dovuto leggere il manuale di istruzioni, abbiamo aperto una scatola, collegato la spina, e cominciato a usare gli strumenti digitali come protesi seminaturali. Si noti - e non è un punto banale - che è quanto fanno tanto i cosiddetti «nativi» che i cosiddetti «immigranti» digitali. Avrete notato anche voi i sempre più numerosi nonni che giocano con l'iPad, no? Avete notato una qualche difficoltà che incontrerebbero gli ultrasessantenni nel cliccare sulle icone, seguire link ipertestuali, effettuare semplici scelte binarie ecc., vale a dire nel manifestare i chiari sintomi di una stupefacente intelligenza digitale? Pensateci un istante. Apple non vuole privarsi di una fetta di mercato vendendo computer che soltanto una sparuta minoranza di amanti dei manuali di istruzioni potrebbe usare. Il suo mercato è globale e verticale. Tutti amiamo aprire la scatola e cominciare ad utilizzare oggetti iperergonomici e user-friendly. Ma come ricorda il premio Nobel per l'economia Paul Krugman, se parlare di «<user friendly» implica il riconoscimento di una diminuzione delle competenze necessarie per usare una certa cosa, allora una società digitalizzata sarà una società in cui la maggior parte dei computer possono stare nelle mani di perfetti incompetenti tecnologici; il che peraltro significa a sua volta che la tecnologia diminuisce, e non aumenta, la richiesta di lavoro qualificato. Questa è la nuova frontiera del digital divide, il crinale digitale: sempre meno progettisti e designers iperqualificati a creare oggetti sempre più complessi dentro e user-friendly fuori per una vasta massa di utilizzatori che si limitano a compiere scelte le quali per design - sono semplici, binarie, immediate, e non richiedono nessun approfondimento intellettuale, basta avere qualche emozione e intuizione di riserva.

Contro il colonialismo digitale di  (Pagina 63 - 65)

Si potrebbe anche approfondire la dinamica di dipendenza creata da questo meccanismo...