Baylee ha recensito Perché contare i femminicidi è un atto politico di Donata Columbro
Perché contare i femminicidi è un atto politico
5 stelle
Avviso sul contenuto Libro sui dati sui femminicidi
Se vi siete interessatə al tema dei femminicidi e avete provato a cercare in autonomia qualche dato per approfondire, avrete scoperto che non ce ne sono, o, se ci sono, sono vecchi o incompleti. Non è solo una vostra impressione o una vostra incapacità di ricerca: i dati sui femminicidi – aggiornati, raccolti secondi le linee guida internazionali, uniformi, pubblici – semplicemente non esistono.
Lo Stato non si preoccupa di tenere traccia del fenomeno e di fare il punto sulle misure che sono state messe in campo per contrastare il fenomeno. A pensar male, si direbbe che la cosa importante sia metter su qualche roboante decreto che inasprisce pene, inserisce nuovi reati e nuovi codici multicolore per dare l’impressione di essere sul pezzo e di non aver paura di reagire in modo muscolare a qualche femminicidio che abbia colpito in modo particolare l’opinione pubblica.
Ma – a parte che qualunque intervento ex post presuppone un’altra donna morta per l’ennesimo femminicidio che non abbiamo saputo evitare – come si fa a sapere se le misure introdotte abbiano avuto un qualche effetto se non si raccolgono i dati? Come si fa a sapere se si sta andando nella giusta direzione?
Perché decidere “cosa conta” – e quindi cosa misurare, come farlo e chi può accedere a queste informazioni – è una forma di potere. Ma vedremo come nel caso dei femminicidi e della violenza di genere sia importante esercitare forme di contropotere con iniziative dal basso, come quelle dell’osservatorio di Non una di meno o della Casa delle donne di Bologna. Ce lo insegnano le prime donne che hanno iniziato a contare i femminicidi, come María Salguero Bañuelos in Messico, che ha deciso di raccogliere da sola dal 2015 i dati sui casi di femminicidio nel suo paese, diventando la fonte più affidabile sul tema. Ma anche le iniziative di giornalisti e giornaliste indipendenti in Italia, che si prendono cura di contro-archivi per mantenere viva la memoria di chi non c’è più. Scopriremo infatti che anche nelle singole storie ci sono dati che possono aiutare a riconoscere la violenza, e a prevenirla.
Ad oggi tra chi si occupa di prevenzione ci sono attivistə e molte delle vittime collaterali dei femminicidi. È un fatto che non ci sorprende: di sicuro non da parte di attivistə, ma nemmeno da parte delle vittime collaterali, nel caso delle quali lo vediamo come un modo per affrontare ed elaborare il lutto. Certo, muoiono un centinaio di donne ogni anno, non ci si può lamentare di chi decide di dare una mano a evitarlo, ma perché si dovrebbe trovare normale che un problema pubblico venga preso in carico soltanto da privati? Sembra quasi – quasi – che i femminicidi vengano considerati una disgrazia, una di quelle cose brutte che possono capitare anche nelle migliori famiglie. Come se parlassimo di una malattia. Come se il problema riguardasse solo a chi capita. D’altro canto, senza dati rigorosi e sistematici come potremmo puntare il dito contro la negligenza dello Stato?
Potremmo dire che non c’è scampo, o potremmo leggerla in altro modo: la violenza di genere è così radicata, strutturale, che solo un intervento che legga nella globalità del fenomeno la sua universalità potrà aiutare a ridurre questi numeri. Solo che servono i dati per capire dove agire. Molti ci sono, come abbiamo visto, altri andrebbero prodotti in modo più frequente.
