Liberamente ha recensito Cronache marziane di Ray Bradbury
Cronache, come nessuno più le scriverebbe
5 stelle
Ray Bradbury non poteva sapere, nel 1950, che nel 2026 il giornalismo sarebbe stato accoppato come un cappone, cotto in salsa di splatter per compiacere il pubblico di Masterchef, sacrificato sull'altare dell'audience in nome dell'onnipotente algoritmo. Nemmeno poteva sospettare, a metà del XX secolo, che nel 2026 l'editoria avrebbe organizzato concorsi letterari solo per promuovere se stessa, premiando libri fatti di nulla in cui le parole si susseguono caotiche - quasi fossero semi gettati a casaccio da improvvisati agricoltori su terreni sterili alla diossina o tra rovi e sterpi, promuovendo autori dal vasto seguito social, solo perché se ne possa parlare o, meglio ancora, discutere. Ignaro di tutto ciò, Bradbury ha scritto cronache perfette, le cui parole creano suggestioni dai riflessi di rubino, fantasie di cristallo all'ombra degli alberi del vino.
Il Marte di Bradbury ha poco o nulla a che fare con il pianeta che già negli anni …
Ray Bradbury non poteva sapere, nel 1950, che nel 2026 il giornalismo sarebbe stato accoppato come un cappone, cotto in salsa di splatter per compiacere il pubblico di Masterchef, sacrificato sull'altare dell'audience in nome dell'onnipotente algoritmo. Nemmeno poteva sospettare, a metà del XX secolo, che nel 2026 l'editoria avrebbe organizzato concorsi letterari solo per promuovere se stessa, premiando libri fatti di nulla in cui le parole si susseguono caotiche - quasi fossero semi gettati a casaccio da improvvisati agricoltori su terreni sterili alla diossina o tra rovi e sterpi, promuovendo autori dal vasto seguito social, solo perché se ne possa parlare o, meglio ancora, discutere. Ignaro di tutto ciò, Bradbury ha scritto cronache perfette, le cui parole creano suggestioni dai riflessi di rubino, fantasie di cristallo all'ombra degli alberi del vino.
Il Marte di Bradbury ha poco o nulla a che fare con il pianeta che già negli anni Quaranta si sapeva essere polveroso e inospitale: il suo Marte è un sogno, voluto e inseguito dai terrestri, missione dopo missione, fallimento dopo fallimento, fino ad essere raggiunto e stuprato - con pistole o chioschi di hot-dog -, sfregiato - con New New York, miniere e pompe di benzina - e abbandonato. I suoi marziani sono un'umanità alternativa, forse migliore, certamente diversa: sono creature dalla pelle di bronzo e occhi dorati come monete, o benevole sfere di luce, o muta forme immolati sull'altare dell'egoismo terrestre e terreno.
Non poteva sapere, Ray Bradbury, come sarebbe stata l'umanità nel 2026, ma sapeva com'era quella dei sui anni: sapeva dei nativi massacrati e decimati dalle malattie portate dagli europei, sapeva della sete di potere e di sangue, sapeva delle guerre passate o imminenti. Ci ha lasciato cronache gloriose e splendenti, cupe e decadenti, cronache come nessuno saprebbe più scriverne oggi, ma ci ha lasciato anche sfere di luce, esistenze sospese nell'incanto, lassù sulle colline, lontane da tutto, bastevoli a loro stesse.
[In merito a questa specifica edizione: libro letto e interpretato magistralmente]